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La Spagna di Sanchez tenta di risolvere il conflitto Catalano

by Bobo Craxi

Non è un vero e proprio ritorno alla normalità dei rapporti fra lo Stato e una Regione autonoma ma la lunga frattura generata dal cosiddetto “processo” di scollegamento dallo Stato degli indipendentisti catalani sta conoscendo una nuova fase di dialogo per quanto riguarda i rapporti formali nell’ottica di ricomporre il quadro del conflitto sul piano politico.

Con il varo del governo a guida socialista, la cui tenuta dipende dall’astensione parlamentare dei partiti autonomisti regionali e degli indipendenti catalani di Esquerra Repubblicana, la priorità è stata data al tentativo di riavvicinare le posizioni politiche offrendo al separatismo non soltanto la legittimità politica, che i popolari hanno sempre negato, ma una via di uscita compatibile con l’attuale cornice costituzionale spagnola muovendo anche per un suo possibile adeguamento a quarant’anni dalla sua nascita.

Sanchez ha incontrato il presidente Torra al palazzo della Generalitat di Barcellona il quale, accolto come un capo di Stato, al punto che qualcuno ha ironizzato “straniero”, non è presentato a mani vuote ma con un documento politico di oltre quaranta punti contenenti molte delle richieste che in questi dieci anni i governi Aznar e Rajoy avevano rigettato in materia fiscale, sulle infrastrutture e sull’educazione.

Dall’altro lato il presidente Torra, “dimezzato” recentemente da una sentenza che lo ha dichiarato decaduto dall’incarico parlamentare per aver esposto sul palazzo del governo uno striscione di solidarietà con i “prigionieri” politici catalani, ha ribadito una triade di obiettivi fondamentale per la cupola indipendentista, ovvero il diritto all’autodeterminazione “via” referendum, l’amnistia per i prigionieri politici e una mediazione internazionale per dirimere il conflitto politico.

La concorrenza che il partito dì Puigdemont, l’erede del centrodestra catalanista di Pujol, sta accentuando nei confronti della sinistra repubblicana produce una lunga rincorsa per ottenere la guida del secessionismo diviso fra posizioni più realiste e quelle massimaliste.
D’altronde le vittorie sul piano giudiziario in seno all’Unione europea dell’ex presidente Puigdemont passato dall’esilio volontario direttamente allo scranno del Parlamento di Strasburgo hanno restituito all’ala più intransigente lo spazio e il ruolo politico perduto mentre il leader di Esquerra Repubblicana Junqueras resta permanentemente nelle prigioni catalane di Lledoners dove dovrebbe scontare 13 anni di carcere per sedizione.

In questo contesto ancora fluido è difficile immaginare un ritorno alla normalità scontato. Tuttavia, dopo tre anni di conflitto aperto, che ha portato la Spagna sull’orlo di una crisi mai conosciuta negli anni della lunga transizione e la Catalogna ai bordi di un conflitto civile aperto, questi segnali di distensione politica producono moderato ottimismo.

Si preannunciano così nuove elezioni nella turbolenta regione Catalana. Potrebbero essere le quinte in un anno, dopo le doppie legislative, le europee e le comunali. Il peso delle posizioni in campo grossomodo è rimasto invariato; ed entrambi gli schieramenti (unionisti e separatisti) sperano che il percorso del dialogo faccia emergere le contraddizioni nel campo avverso. Il governo spagnolo immagina in uno sfiancamento dell’indipendentismo riconducendolo a posizioni più realiste, mentre l’indipendentismo pensa che lo Stato spagnolo, timido nelle sue concessioni, mostri la sua natura centralista e incapace di riconoscere la pluralità delle identità della penisola iberica.

Sullo sfondo minacciose non sono soltanto le ripetute calamità naturali per via del cambio climatico che devastano da un po’ di tempo la Catalogna, ma anche le crisi economiche che minacciano molti settori produttivi della Spagna.
Per questa ragione Sanchez ha fretta di risolvere il conflitto politico rimuovendolo dal suo stato di cronicità permanente.

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