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Il furore di Biden, il pistolero statunitense

by Maurizio Ciotola

La ricerca di un “nemico” politico a tutti i costi, pur di piegare e cercare di uniformare un fronte internazionale, affermando l’egemonia, fa parte di una storia vissuta, come quella dal dopoguerra fino al 1989.

Il presidente degli Stati Uniti, Biden, più che un politico attento alla geopolitica, sembra un antico signore che cerca di reintrodurre il gioco desueto e pericolosissimo della guerra fredda.

Certo è che né la Russia né la Cina possono essere accomunati, sic et sempliciter, a Stati canaglia verso cui operare un’attenzione vigile e belligerante.

Craxi nel 1986 da Presidente del Consiglio italiano, compì una grande e importante apertura nei confronti della Cina.

Apertura che avvenne, in quel contesto bipolare del quale pagavamo forti conseguenze, con la piena condivisione dell’allora Ministro degli esteri Giulio Andreotti.

Il comico, che allora denigrò l’iniziativa di Craxi, fu mosso da una precisa spinta politica di matrice democristiana, concertata con il partito comunista italiano filosovietico.

Dopo trentaquattro anni, il Grillo politico, incontra, e non per la prima volta, le istituzioni cinesi a Roma, in forma non ufficiale.

Quel comico portato in Rai dal Baudo democristiano, in una lottizzazione non dissimile da quella odierna, in quegli anni fu strumento di una politica tesa a ostacolare la Presidenza socialista e, ancor di più, volta a impedire un ruolo autonomo del nostro Paese, sullo scacchiere internazionale.

Grillo dopo la rottura dei rapporti con la Rai, aggredì la parte sbagliata della politica nazionale, non avendo compreso di aver svolto il ruolo del burattino, per mano di astuti e sottili burattinai, che nel nostro Paese non hanno mai terminato di operare.

Tornando a oggi, Biden ha incontrato in questi giorni anche il presidente di quella Turchia, membro della Nato, in cui i diritti umani sono pressoché sconosciuti, ma con cui tutti gli altri membri della Nato fanno affari, indifferenti alla dittatura turca e alle vite dei “dissidenti”, sepolti vivi nelle carceri, che fanno scempio dei diritti dell’individuo.

Il percepire come “amico” o “nemico” un Paese, nel contesto internazionale, è da sempre dettato dal tornaconto economico di una classe egemone, che negli anni si avvicenda al controllo di ogni Stato.

Questo è ancora più vero e lineare, tra potere economico e politico, quando è esplicita l’assenza dei partiti, nella loro forma e sostanza, i quali contrariamente a quello che oggi verifichiamo, riuscirebbero ad affermare la loro primazia decisionale in rappresentanza degli interessi diffusi.

Lo scopo dell’abbattimento dei partiti, avvenuto in Italia nel 1992, è sostanzialmente questo.

In quegli anni per il nostro Paese fu espletato dal furore ideologico e dall’incuria politica degli esecutori materiali, quanto nella sete di vendetta di una parte politica del Paese, che ridicolamente si è trovata al termine del “golpe”, ugualmente esclusa.

La riaffermazione del primato della politica, ha un valore se e solo se esiste la partecipazione dei cittadini alle scelte del Paese, attraverso il mezzo costituzionale dei partiti politici.

Ciampi, Monti e Draghi, costituiscono la morte di questa visione, quanto l’affermazione di quel potere economico, egemone a livello internazionale, che rigetta qualsiasi primato della politica, piegando a se quello della magistratura.

La Nato, come sosteneva Andreotti nei giorni successivi al crollo del Muro di Berlino, non ha più senso di esistere, perché se vogliamo istituire una forza internazionale, di intervento e protezione militare, questa deve nascere nel contesto dell’Unione Europea.

La Nato è ciò che ancora paghiamo, sul piano politico e economico, per l’impegno che gli Stati uniti ebbero alla liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo.

La sostanziale contropartita al finanziamento del piano Marshall, con una evidente privazione di sovranità, che marcatamente determina la politica nel nostro Paese.

La ricerca di altri interlocutori internazionali, attraverso cui sviluppare interessi e ricchezza reciproca, era parte della politica estera di un’Italia, non solo durante la presidenza Craxi.

Una visione della politica estera che puntava a far emergere le eccellenze del nostro Paese, senza ingaggiare battaglie formali e informali con altri Paesi.

Gli Stati Uniti sono il più grande produttore al mondo di armi, di missili con testate nucleari, di sistemi satellitari, nonché di strumenti di intelligenza artificiale, elettronica e informatica.

Un’egemonia legata al loro debito estero, alla valuta del dollaro, al senso di potenza imperialistica, che non muta con il cambiare dei presidenti, siano essi repubblicani o democratici.

E’ il Paese che fino agli anni settanta operava per legge la discriminazione razziale, e che negli usi non ha ancora superato.

E’ quel Paese che, insieme agli altri membri europei del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, in un gioco reciproco con l’ex URSS, ha generato spietati confronti bellici in ogni angolo del Pianeta.

Milioni di morti, generazioni falcidiate, in nome di una supremazia imperialistica, che dopo la caduta del Muro ha mutato e rigenerato la sua aggressività.

Biden, non diversamente dal rustico Trump, è chiara espressione di questo modo di fomentare la guerra, nelle forme esplicite e implicite, cui i Servizi hanno da sempre saputo dare ampia dimostrazione.

Per questo l’Unione Europea non può e non deve seguire gli Stati Uniti, in questa dichiarazione di guerra contro la Cina, di cui accogliamo e con cui scambiamo interessi, cultura millenaria e intelligenze collettive.

È una pericolosa avventura per l’intera umanità, cui i termini tecnologici e la decadenza statunitense, la rendono ancora più rischiosa della vecchia Guerra Fredda, da cui l’umanità si è salvata a scapito di un fiume di sangue, che per anni ha solcato le strade del Mondo.

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