Intervista a Valerio Berruti: l’infanzia come linguaggio universale

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Valerio Berruti porta a Narni una serie di figure infantili monumentali che occupano le strade e le piazze della città. L’installazione, presentata a Narni Città Teatro dall’11 al 13 settembre nel programma curato da Antonella Liuzzi, mette in scena il rapporto tra opera, spazio pubblico e spettatore, interrogando il senso dell’universalità dell’infanzia.

Un gruppo diffuso che ripensa la riconoscibilità

Cinque bambini inginocchiati, alti circa due metri, sono collocati in punti discontinui del centro storico. Realizzate in alluminio, le figure non riproducono identità individuali riconoscibili: l’artista elimina dettagli per favorire l’identificazione dello spettatore.

Cinque sculture di bambini distribuite nel centro storico
Le figure inginocchiate occupano punti diversi del centro storico.

Berruti spiega che il suo avvio può venire da modelli reali — a volte persino dai propri figli — o da figure immaginate. Il passaggio successivo è sempre quello della sottrazione: togliere gli elementi che incasellano la persona in una storia precisa e chiudono la lettura.

Perché scegliere il bambino come soggetto

Secondo l’artista, la figurazione è uno strumento che permette al pubblico di riconoscersi. In un panorama d’arte contemporanea spesso autoreferenziale, Berruti cerca una via che contempli anche chi guarda.

Riducendo i segni distintivi, le sculture diventano quasi collaborazioni: chi osserva può «vestirle mentalmente», immaginare un contesto e costruire una narrazione personale. È una strategia pensata per parlare oltre la nicchia degli addetti ai lavori.

Dalla precedente opera a questa versione diffusa

Le nuove figure nascono da un percorso iniziato con lavori come Nel suo nome e proseguito con Nel nome del padre. Quest’ultimo comprendeva un gruppo più numeroso: quarantuno bambini inginocchiati che guardavano una quaranta-seconda figura, una bambina che sembrava rifiutare un ordine.

La versione esposta a Narni elimina quella scena narrativa. Non c’è più il ruolo del «generale» né l’assetto da esercito. Al loro posto, cinque presenze isolabili, pensate anche simbolicamente per richiamare i cinque continenti. Ciascuna tiene le mani in modi diversi, come a suggerire un gesto personale di preghiera o di attesa.

Il conflitto come sottotesto

Se l’impostazione originale era fortemente legata al tema della guerra e alla possibilità che chi combatte non abbia scelto di trovarsi in guerra, l’installazione attuale non cancella quella prospettiva, ma la rende più universale. I bambini restano un’immagine della nostra impotenza collettiva davanti a violenze che continuano a produrre vittime innocenti.

Materiale e scala: scelte pratiche e poetiche

Pur prediligendo il cemento armato per alcuni lavori, Berruti ha optato per l’alluminio in questo caso. Il metallo è più leggero, resistente per l’esterno e permette finiture diverse: sabbiature che rimandano al cemento o superfici lucidate per dettagli come i capelli.

Dettaglio di una scultura in alluminio con finitura sabbiata
L’alluminio permette finiture che rimandano al cemento o dettagli lucidi.

La dimensione – quasi monumentale – è voluta. L’artista desidera che le opere escano dai contesti museali per dialogare con alberi, edifici e la misura urbana, non solo con il corpo umano a scala naturale.

Distribuite nello spazio, percepite come un unico lavoro

Se il lavoro originario si costruiva come scena collettiva osservabile tutta insieme, qui la frammentazione spaziale non trasforma le sculture in opere autonome. Berruti sottolinea che non vuole imporre una lettura: l’opera si mantiene aperta e richiede la partecipazione interpretativa di chi la incontra.

Da Nina a The Carousel: trasformazioni di un progetto

Un altro progetto dell’artista, La Giostra di Nina, ha subito modifiche significative nella versione esposta al Balloon Museum di New York, presentata come The Carousel. L’opera è diventata più grande, con diciotto uccelli e una componente meccanica che permette agli adulti di salirvi, trasformando l’esperienza in una sensazione di far parte di uno stormo.

Per ragioni di coerenza del nuovo allestimento, Berruti ha anche cambiato titolo e non ha mantenuto la musica originale di Ludovico Einaudi. A Narni, invece, proporrà l’animazione originaria de La Giostra di Nina accompagnata dalla musica di Einaudi, senza la struttura fisica della giostra.

Il tempo che cambia la visione

Dopo vent’anni di lavoro sullo stesso soggetto, l’artista racconta di percepire oggi un elemento nuovo: la mortalità. Non si tratta della perdita dell’infanzia come tema, ma della consapevolezza del proprio invecchiamento.

I bambini delle sue opere restano sempre bambini. Per l’autore, questo aspetto fissa nel tempo un’innocenza che lui stesso sa ormai irrimediabilmente diversa dalla propria esperienza personale.

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