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Per la prima volta dall’avvio del conflitto in Iran, una grande banca d’investimento ammette di non riuscire a tracciare uno scenario “di base” per i mercati petroliferi. JPMorgan avverte che i modelli usati finora non coincidono più con i prezzi reali, lasciando incertezza per consumatori, imprese e investitori.
JPMorgan: i modelli non funzionano più
JPMorgan ammette: modelli in tilt, imprevedibile l’andamento del prezzo del petrolio
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Nella sua nota settimanale la banca guidata da Jamie Dimon ammette di non riuscire a costruire una previsione centrale. Le ipotesi che finora avevano guidato le analisi — e dato una tempistica implicita per una possibile soluzione — ora appaiono infrante.
Tra i cosiddetti «limiti» che si credevano invalicabili la banca cita il petrolio oltre i 100 dollari al barile, la benzina a 5 dollari al gallone e il rendimento dei titoli di Stato Usa a dieci anni sopra il 5%. Questi parametri, scrive JPMorgan, erano serviti a immaginare una fine rapida delle tensioni. Invece molte di quelle soglie sono state superate.
Il quadro sul terreno: rotte bloccate e bypass provvisori
Secondo la nota, il conflitto — avviato dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio — ha profondamente scosso i mercati energetici globali. Lo Stretto di Hormuz è stato interessato dal conflitto per oltre 200 giorni, interrompendo fino a un quinto delle esportazioni di greggio e prodotti raffinati.

All’inizio, passaggi ridotti e alternative come l’oleodotto saudita Petroline e le rotte esterne al Golfo Persico avevano dato agli analisti qualche elemento su cui costruire scenari. Ma i nuovi attacchi — droni sulle navi in transito e i raid degli Houthi che hanno danneggiato il tubo saudita di bypass — hanno reso quei calcoli inadeguati.
I numeri sul mercato
Nei giorni più recenti i prezzi del petrolio hanno mostrato una tendenza al ribasso, ma sia il Brent sia il WTI restano oltre i 100 dollari al barile. I rendimenti dei Treasury a dieci anni si collocano attorno al 5%, un livello che JPMorgan attribuisce all’effetto combinato della guerra in Iran e delle politiche fiscali statunitensi.

Il prezzo della benzina si attesta sui 4,37 dollari al gallone; il diesel, invece, ha toccato un record di 6,31 dollari al gallone, mentre le scorte si trovano a livelli storicamente bassi. Questi fattori pesano sulle prospettive per i prossimi mesi, in particolare in vista della stagione più fredda, quando la domanda di combustibili aumenta.
JPMorgan stima un «fair value» per settembre intorno ai 90 dollari al barile, ma il Brent è scambiato intorno ai 106 dollari. Usando la loro regola pratica — secondo la quale ogni milione di barili al giorno (1 mbd) di interruzione aggiunge circa 4 dollari al prezzo — il premio attuale di 16 dollari suggerisce che il mercato stia scontando il rischio di ulteriori circa 4 mbd di perdite oltre ai 10 mbd già interrotti.
Rischi aperti e scenari incerti
Oltre alla situazione nel Golfo Persico, la banca richiama altri fattori di rischio: l’estensione del conflitto lungo la rotta del Mar Rosso, a seguito degli attacchi a Bab el-Mandeb, e i raid ucraini contro raffinerie russe, nonostante un annuncio precedente di tregua energetica.
Gli analisti avvertono che, in assenza di segnali chiari di de-escalation da Washington o da Teheran, l’ipotesi che le interruzioni siano solo temporanee perde credibilità. E la domanda cruciale resta aperta: se le perturbazioni non sono temporanee, quali saranno gli impatti a lungo termine sui prezzi e sull’offerta globale?
Per ora la risposta resta incerta. E questa incertezza è il vero elemento che mette in difficoltà previsioni e strategie di mercato.











