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<pL’Italia ha speso decine di miliardi in incentivi alle imprese senza vedere un effetto chiaro sulla produttività: è il bilancio del rapporto del Teha Club, che mette in luce come gran parte delle risorse 2024 siano state assorbite da misure di emergenza invece che da investimenti strategici.
Nel documento intitolato Sostenere chi crea valore, presentato a Cernobbio e firmato con il contributo tecnico di Marcella Panucci, emerge un quadro di spesa elevata ma poco mirata. Secondo l’analisi del gruppo — formato da circa 400 dirigenti che il Forum Ambrosetti definisce come rete di leader pubblici e privati — gli incentivi non mostrano, a livello aggregato, una correlazione positiva con la crescita della produttività e del valore aggiunto nell’UE a 27.
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Quanto e come si è speso
Negli ultimi 25 anni l’Italia ha erogato quasi 300 miliardi di euro in agevolazioni alle imprese, con una media annua che supera i 12 miliardi e un picco durante la pandemia. Nel 2024 gli incentivi sono stati pari a circa 18,3 miliardi, lo 0,8% del Pil, contro l’1,2% della Francia e l’1% della Germania.

Il rapporto sottolinea che l’ampiezza della spesa non è garanzia di efficacia quando gli strumenti sono frammentati e poco selettivi. Oltre la metà delle misure mappate — tra cui il Fondo di garanzia PMI, la Nuova Sabatini e Transizione 4.0 — ha carattere trasversale e assorbe circa il 70% delle risorse disponibili.
Priorità sbilanciate e approccio reattivo
Nel 2024 quasi il 39% delle risorse è stato destinato a interventi di emergenza e stabilizzazione economica. Molto meno è finito su temi strategici: appena 2,9 miliardi per lo sviluppo territoriale e settoriale, 2,5 miliardi per energia e ambiente e 1,6 miliardi per ricerca e innovazione.
Il confronto con altri paesi europei è netto. In Germania nel 2024 il 74% dei fondi è stato diretto verso energia e ambiente e l’11% verso ricerca e innovazione; in Francia energia e ambiente hanno ricevuto il 31% delle risorse, lo sviluppo territoriale il 27% e la ricerca il 15%.
Effetti sull’industria e sul controllo estero
Nonostante l’ampio impiego di incentivi, le vulnerabilità strutturali restano intatte. Dal 2007 la produzione industriale italiana è calata del 25% e, negli ultimi tre anni, la quota di fatturato delle imprese medio-grandi controllate dall’estero è salita dal 29,7% al 34,5%.
Solo nel 2024 sono state registrate 429 acquisizioni di società italiane da parte di fondi o imprese estere, per un controvalore superiore ai 36 miliardi di euro, segnala il rapporto, che avverte del rischio concreto di delocalizzazione produttiva.
Costi indiretti e burocrazia
Le imprese denunciano inoltre la complessità delle procedure per ottenere incentivi. Il documento stima costi indiretti annuali vicini ai 4 miliardi di euro, legati a consulenze e oneri per la presentazione delle pratiche. La spesa media per impresa sarebbe intorno a 3.650 euro per istruttoria, a seconda della complessità.

La proposta: meno dispersione, più selettività
La proposta principale del Teha Club è un cambio di paradigma: sostituire gli aiuti a pioggia con strumenti selettivi inseriti in una strategia industriale di lungo periodo. La raccomandazione include obiettivi misurabili, indicatori di performance e verifiche sull’effettiva addizionalità degli investimenti sostenuti.
Tra le misure suggerite figura l’adozione di un protocollo standard per ogni incentivo, definito ex ante in termini di destinatari, obiettivi, indicatori, tempistiche e responsabilità, e una clausola di stabilità di almeno cinque anni per evitare revisioni retroattive.
Secondo le stime del rapporto, concentrare 72 miliardi di incentivi nel periodo 2026-2035 su cinque ambiti strategici potrebbe mobilitare circa 109 miliardi di investimenti aggiuntivi e portare a un aumento medio annuo del Pil compreso tra 21,9 e 23,4 miliardi. Questo piano permetterebbe all’Italia di colmare fino al 75% del divario rispetto ai livelli di investimento statunitensi nei medesimi settori.
Quali settori puntare
Il documento indica come priorità cinque “macrotrend” ritenuti strategici per il rilancio industriale:
- Energia e acqua
- Intelligenza artificiale e quantum
- Biotecnologie e materiali avanzati
- Robotica e sistemi autonomi
- Difesa, insieme a spazio e sicurezza
Questo orientamento si sovrappone in parte alle scelte già in corso: come ricostruito da fonti giornalistiche lo scorso anno, nel triennio 2026-2028 il 41% del budget industriale del Mimit dovrebbe destinarsi all’industria della difesa, attraverso progetti per missili, aerei, navi e mezzi blindati.
Il messaggio del rapporto è netto: il problema non è tanto la quantità di risorse, ma la loro destinazione. Per ottenere effetti duraturi sulla competitività servono criteri chiari, misurabili e una strategia concentrata sugli ambiti in cui l’Italia può recuperare terreno.











