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Matteo Salvini ha chiesto un nuovo scostamento di bilancio per evitare il blocco di cantieri pubblici a settembre, sostenendo che servono «senza 6-7 miliardi in più» per il suo ministero. Il problema, però, nasce da una modifica normativa approvata dalla stessa maggioranza che ha lasciato senza copertura il fondo destinato a compensare l’aumento dei costi nei lavori pubblici.
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I contratti pubblici sono spesso a prezzo fisso: una volta assegnata l’opera, il prezzo pattuito con lo Stato resta valido fino al completamento. Quando i costi dei materiali salgono, l’impresa che realizza l’opera si trova a spendere più di quanto previsto in gara.

Secondo quanto ricordato dal vicepremier al Meeting di Rimini, l’aumento dei prezzi è legato prima alla guerra in Ucraina e poi alle tensioni nello stretto di Hormuz, fattori che hanno spinto al rialzo petrolio, bitume, acciaio e cemento. Questo fenomeno ha creato pressioni sui bilanci delle imprese e sui soggetti che gestiscono i lavori.
Il ruolo del fondo e la svolta normativa
Per attenuare l’impatto del caro materiali esisteva un meccanismo di compensazione: lo Stato copriva la differenza tra i costi stimati e quelli effettivamente sostenuti. Fino allo scorso anno la copertura passava attraverso un fondo statale gestito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Ma la proroga delle norme sulle compensazioni, varata lo scorso autunno, non ha rinnovato il finanziamento del fondo. La legge di Bilancio 2026, approvata dall’attuale maggioranza, ha inoltre modificato il sistema: non sono più i fondi ministeriali a pagare le differenze. Ora sono le stazioni appaltanti — come Anas, Rfi e molti Comuni — a dover reperire le risorse nei propri bilanci.
Per i grandi enti l’indebitamento può essere una soluzione. Per realtà più piccole, invece, non è sempre praticabile. Da qui nasce la richiesta di Salvini di trovare risorse aggiuntive a livello nazionale.
I numeri in gioco e le divergenze
Salvini ha parlato di uno scostamento più ampio «da almeno 20 miliardi», assicurando che non servirebbe il via libera di Bruxelles, ma «una scelta nazionale». Al tempo stesso ha indicato 6-7 miliardi come cifra necessaria già per il ministero delle Infrastrutture.
Le associazioni di categoria concordano sulla gravità del problema, ma stimano numeri diversi. Il presidente dell’Ance, Antonio Ciucci, ha detto a Il Sole 24 Ore che il fabbisogno complessivo è di circa 3,8 miliardi: 2 miliardi per saldare arretrati già maturati e 1,8 miliardi per coprire gli extra costi previsti nel 2026. Una cifra molto più bassa rispetto alle richieste avanzate dal vicepremier.
Perché non si possono usare subito i soldi già annunciati
Lo scostamento di bilancio è il meccanismo con cui il Parlamento autorizza un aumento temporaneo del debito pubblico. Il governo ne ha già uno in corso: la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, annunciata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a inizio agosto, destinata a difesa e energia per 35-36 miliardi e già oggetto di un primo via libera parlamentare.

Queste risorse sono vincolate per legge ai due settori e non possono essere riassegnate ai lavori pubblici. Inoltre la Commissione europea deve ancora valutare la misura entro settembre, prima dell’eventuale formalizzazione all’Ecofin di ottobre. Un secondo scostamento specifico per i cantieri sarebbe dunque necessario, ma comporterebbe rischi sul fronte dell’iter con Bruxelles e sulla procedura per deficit eccessivo.
Un’alternativa sul tavolo
Un elemento spesso richiamato dagli addetti ai lavori è che nello schema del decreto Aiuti sono già stanziati circa 2 miliardi per le compensazioni, risorse che però non risultano ancora erogate alle imprese. Sbloccare quei fondi sarebbe una via più rapida e meno rischiosa rispetto all’apertura di un nuovo scostamento.
In assenza di interventi mirati, il peso della scelta ricadrebbe soprattutto sugli enti che realizzano le opere. Per cantieri grandi e piccoli la questione resta la stessa: trovare fondi immediati per non fermare lavori avviati e garantire la continuità degli investimenti pubblici.











