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Gagosian sta riducendo la sua rete europea: la galleria lascerà la sede di Burlington Arcade a Londra e nei prossimi mesi chiuderà anche lo spazio di Rheinsprung 1 a Basilea. Queste mosse, insieme ad aggiustamenti strategici annunciati da altri grandi nomi del mercato, segnalano una fase di ripensamento nella gestione degli spazi e dei roster delle super‑gallerie internazionali.
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Gagosian riduce la presenza internazionale: chiuse le sedi di Londra e Basilea
La galleria Gagosian ha deciso di liberare i locali occupati al 28-29 di Burlington Arcade, nel cuore di Mayfair. Aperta nell’ottobre 2023 inizialmente come spazio temporaneo, la sede era poi diventata una presenza stabile, con il Gagosian Shop al piano terra e una piccola sala espositiva al piano superiore.

In meno di tre anni in quell’indirizzo si sono succedute 16 mostre. L’ultima, conclusasi il 18 luglio 2026, raccoglieva opere di Christo legate ai grandi progetti ambientali sviluppati insieme a Jeanne‑Claude. Secondo quanto riferito, la galleria avrebbe accettato di lasciare gli spazi per permettere alla proprietà di assegnarli a un nuovo inquilino commerciale con contratto a lungo termine.
Basilea resta nel mirino ma con «nuove opportunità»
Una dinamica analoga si è verificata a Basilea, dove lo spazio di Rheinsprung 1, nato nel 2019 come iniziativa legata ad Art Basel, era stato gradualmente trasformato in una sede attiva tutto l’anno. Qui Gagosian ha realizzato 17 esposizioni.
La più recente mostra collettiva era stata concepita in relazione alla partecipazione della galleria ad Art Basel 2026, dove lo stand Gagosian Unlimited includeva opere di Chris Burden ed Ed Ruscha. Pur procedendo alla chiusura della sede, la galleria ha dichiarato di essere alla ricerca di ulteriori opportunità immobiliari a Basilea, suggerendo che l’uscita non equivale a un abbandono definitivo della città.
Una presenza londinese ridimensionata ma non cancellata
A Londra Gagosian manterrà comunque i due spazi principali a Mayfair, al 20 Grosvenor Hill e al 17-19 Davies Street. La sede di Burlington Arcade aveva un ruolo diverso rispetto alle gallerie maggiori: ospitava mostre di scala più contenuta e fungeva anche da punto vendita per libri, edizioni e oggetti artistici.
Le chiusure, pur numerose, non vanno lette come un collasso della rete fondata da Larry Gagosian. Piuttosto, indicano una selezione più rigorosa delle sedi e una concentrazione delle risorse nei luoghi ritenuti strategici.
David Zwirner: via dall’Upper East Side
Nelle settimane precedenti la notizia su Gagosian, David Zwirner ha chiuso la sede al 34 East 69th Street, nell’Upper East Side di New York. La galleria occupava dal 2017 i primi tre piani di una townhouse e vi aveva presentato circa 36 mostre, con artisti come Yayoi Kusama, Dan Flavin, Bill Traylor, Sherrie Levine e Marcel Dzama.

Zwirner sostiene che l’uscita era prevista una volta conclusa la riorganizzazione delle sedi a Chelsea. Dopo la riapertura dello spazio progettato da Annabelle Selldorf al 525 West 19th Street, la galleria ha concentrato l’attività newyorkese tra gli edifici sulla 19esima e 20esima strada e nella sede di Tribeca (l’ex 52 Walker).
Il trasferimento modifica la geografia commerciale dell’Upper East Side, quartiere che ha visto altri spostamenti recenti — tra cui l’uscita di Hauser & Wirth dall’edificio adiacente nel 2025 — ma non necessariamente un declino. L’arrivo di Sotheby’s nel Breuer Building, ad esempio, ha creato nuovi punti di attrazione per il mercato locale.
Pace e la ristrutturazione più drastica
Il cambiamento più radicale è quello annunciato da Pace Gallery all’inizio di giugno: la rimozione di oltre 50 artisti ed estates dal roster e un taglio del 20% dello staff globale, pari a circa 50 persone. La scuderia dovrebbe scendere da circa 135 a 85 nomi, una contrazione vicina al 30%.
Il CEO Marc Glimcher ha spiegato che l’espansione eccessiva ha eroso il rapporto diretto con gli artisti e reso il modello gestionale insostenibile. La revisione riguarda anche il portafoglio immobiliare: Pace ha rimesso sul mercato lo spazio di circa 800 metri quadrati al 5 Hanover Square e sta valutando una sede più piccola a Londra.
L’headquarter di otto piani a Chelsea, inaugurato nel 2019, rimane invece nel gruppo. Glimcher ha sottolineato che quell’investimento era frutto di un periodo di massima espansione del mercato e che oggi non sarebbe ripetuto nelle stesse forme.
Le misure arrivano a meno di un anno dalla chiusura della sede di Hong Kong e seguono investimenti che non sempre si sono rivelati redditizi, tra cui progetti nell’arte digitale, negli NFT e il progetto Superblue dedicato alle esperienze immersive. Tra gli artisti e i collettivi usciti dal sito della galleria figurano JR, teamLab, Rafael Lozano‑Hemmer, Glenn Kaino e John Gerrard, oltre agli estates di Richard Avedon e Keith Sonnier.
Fine dell’epoca delle mega‑gallerie o semplice aggiustamento?
Questi spostamenti fotografano un mutamento di scenario. Per oltre dieci anni le grandi gallerie hanno costruito il proprio prestigio anche attraverso l’occupazione di sedi monumentali e una presenza globale che traduceva potere e stabilità commerciale.
Oggi quel modello si confronta con costi immobiliari elevati, margini sotto pressione e una domanda più prudente da parte dei collezionisti. Tuttavia, la riduzione di sedi o di personale non azzera l’influenza delle super‑gallerie: esse conservano capitali, rapporti istituzionali, piattaforme editoriali e accesso privilegiato alle fiere principali.
Più che la fine definitiva delle mega‑gallerie, sembra profilarsi una ridefinizione del loro modo di operare: meno avamposti, programmi concentrati e investimenti riservati ai luoghi considerati davvero strategici. Un consolidamento, dunque, più che un ritiro totale dal mercato globale.











