A Pompei prende forma il Canone di Policleto, emblema dell’arte greca

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Il Parco Archeologico di Pompei ha svelato una nuova ricostruzione in bronzo del Canone di Policleto, ottenuta dalle matrici della ex Fonderia Chiurazzi. L’intervento non è solo un’operazione museale: apre un percorso che unisce ricerca, conservazione e tutela delle competenze artigianali locali.

Ricostruire un capolavoro che non esiste più

Il Canone, attribuito a Policleto e datato intorno al 440 a.C., rappresenta l’ideale classico di proporzione e armonia. L’originale in bronzo non è arrivato fino a noi; la sua conoscenza si basa sulle numerose copie romane che lo hanno replicato nei secoli.

Copie romane della scultura greca, studio comparativo delle proporzioni classiche
Le copie romane permettono lo studio filologico dell’originale perduto.

Un esempio decisivo proviene dalla Palestra Sannitica di Pompei: la statua trovata lì venne nel 1863 riconosciuta dallo studioso tedesco Karl Friedrichs come copia del celebre Doriforo. Quella identificazione contribuì a sviluppare la cosiddetta «critica delle copie», metodo comparativo che ha consentito la ricostruzione di opere greche perdute.

Oggi si contano oltre cinquanta repliche e varianti della figura, una diffusione che ha reso possibile ricostruzioni filologiche già agli inizi del Novecento. Tra il 1910 e il 1912, studiosi tedeschi produssero una prima versione in bronzo combinando esemplari romani tramite la fusione a cera persa.

Due novità nella nuova interpretazione

La ricostruzione di Pompei introduce due elementi di novità scientifica rispetto alle versioni precedenti. Innanzitutto la resa cromatica: la statua mostra il colore del bronzo, in linea con studi che ribadiscono come molte sculture antiche fossero originariamente policrome e non bianche.

In secondo luogo, il progetto propone una diversa lettura dell’arnese impugnato dalla figura. Al posto della lunga lancia, la nuova ricostruzione ipotizza un giavellotto (akontion), realizzato per l’occasione con componenti in legno, cuoio e metallo. Se confermata, questa interpretazione potrebbe separare il testo del Canone dall’immagine tradizionalmente identificata come Doriforo, mettendo in discussione una corrispondenza ritenuta valida per oltre un secolo.

La statua è stata assemblata combinando due modelli diversi: il corpo deriva dalla copia marmorea emersa nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei, mentre la testa si ispira a un busto bronzeo rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano, ritenuto più vicino all’originale greco per la qualità esecutiva.

Un progetto che punta sulla ricerca e sulla conservazione

Alla presentazione hanno partecipato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, il direttore del Parco di Pompei Gabriel Zuchtriegel e il Procuratore di Torre Annunziata Nunzio Fragliasso, intervenuto sul tema della tutela del patrimonio. Giuli ha definito l’intervento «la ricostruzione scientifica di una delle più celebri opere d’arte di tutti i tempi», sottolineandone il valore filologico e culturale.

Zuchtriegel ha evidenziato la dimensione metodologica dell’operazione: lo studio delle copie romane e dei contesti locali — case, ginnasi e spazi pubblici di Pompei, Ercolano e Stabia — è essenziale per comprendere l’originale perduto. Ha poi richiamato l’importanza della riattivazione delle matrici della fonderia con un’immagine netta: «Il gesso si danneggia se non viene utilizzato. È una bellissima metafora del nostro patrimonio classico», ha detto, ribadendo come la cura passi anche dall’uso pubblico e didattico.

Dalle matrici alla trasmissione di un mestiere

Le matrici della ex Fonderia Chiurazzi erano state acquisite dal Parco per impedirne la dispersione sul mercato internazionale e restituirle alla fruizione pubblica. La ripresa del loro impiego fa parte di un programma volto non solo alla conservazione ma anche alla rivitalizzazione della tradizione napoletana della fusione a cera persa.

Fonderia tradizionale con matrici in gesso per la fusione a cera persa
La Fonderia Chiurazzi preserva le tecniche artigianali napoletane di fusione.

La realizzazione del bronzo del Canone è stata condotta come esperimento di archeologia sperimentale, con l’intento di approfondire le tecniche produttive degli scultori del V secolo a.C. e di valorizzare competenze artigiane ancora presenti nelle fonderie campane. L’operazione punta dunque a un doppio risultato: proteggere materiali storici e tramandare saperi pratici.

Coordinamento scientifico e divulgazione

Il progetto è stato coordinato da Maria Rispoli, Alessandro Russo, Maria Chiara Scappaticcio, Giuseppe Scarpati e Gabriel Zuchtriegel, coinvolgendo ricercatori e istituzioni italiane, greche e tedesche. Gli approfondimenti verranno pubblicati nell’e-journal degli scavi di Pompei.

La nuova interpretazione del Canone sarà inoltre oggetto di un approfondimento televisivo: la puntata di Noos – L’avventura della conoscenza con Alberto Angela andrà in onda su Rai 1 il 9 agosto, dedicando spazio proprio a questo tema.

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