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Il mercato petrolifero è sotto pressione da più angoli contemporaneamente: non solo lo Stretto di Hormuz e il Bab el‑Mandeb, ma anche attacchi che bloccano terminali nel Mar Nero e colpiscono raffinerie russe. Questa concatenazione di shock ha già ridotto i flussi e messo in crisi produzioni ed esportazioni.
Quattro fronti aperti che si sommano
Daniela Moruz in un’intervista sulla direzione pittura
Quattro shock petroliferi da Hormuz al Kazakistan: attacco globale
Oggi il mercato deve fare i conti con almeno quattro teatri di tensione che agiscono in parallelo. Lo Stretto di Hormuz resta intermittentemente ostile; nel Mar Rosso gli Houthi mirano alle petroliere; nel Mar Nero sono stati presi di mira terminal e navi in carico; e in Russia le raffinerie subiscono attacchi mirati.
Il nodo kazako e il terminal di Novorossiysk
Il petrolio del Kazakistan dipende in larga parte da un’unica via d’uscita che attraversa la Russia. I giacimenti vicino al Mar Caspio raggiungono il terminal del Caspian Pipeline Consortium (CPC) a Novorossiysk dopo circa 1.500 chilometri di oleodotto, e da lì passa oltre l’80% delle esportazioni kazake, pari a quasi il 2% dei flussi globali, secondo Bloomberg.

Da inizio luglio il terminal è stato bloccato tre volte a causa di attacchi con droni durante le operazioni di carico. L’effetto sulla produzione è stato rapido: secondo Reuters la produzione kazaka di petrolio e condensati è scesa da una media di 2,16 milioni di barili al giorno a giugno a circa 1,85 milioni.
I cali non sono uniformi: il campo di Tengiz, il maggiore, ha registrato un -18% rispetto a giugno; Kashagan e Karachaganak hanno ceduto rispettivamente il 25% e il 18%. Il governo kazako ha assicurato l’1 agosto che uno stop totale del CPC “non è in discussione”, e anche il numero uno di Chevron, tra gli azionisti del consorzio, ha detto che le consegne stanno riprendendo. Sono però rassicurazioni sul breve termine, non risolutive rispetto alla dipendenza strutturale di Astana.
Nella prima metà del 2025 il Kazakistan ha esportato 32,6 milioni di tonnellate di petrolio. Di queste solo 785mila tonnellate — circa 34mila barili al giorno — sono transitate per l’oleodotto Baku‑Tbilisi‑Ceyhan, la principale alternativa al Mar Nero, rispetto al milione che normalmente passa via Novorossiysk. Anche a piena capacità, la rotta alternativa coprirebbe meno di un milione di barili al giorno, insufficiente a compensare shock grandi o prolungati.
Colpite le raffinerie russe e i riflessi sulla raffinazione
L’Ucraina ha adottato una strategia che alterna attacchi alle uscite marittime e alle raffinerie russe. Secondo Axios, quasi tutti i grandi impianti nella zona occidentale della Russia sono stati colpiti almeno una volta.

Nel solo luglio, riporta il Moscow Times, sarebbero state 18 le raffinerie danneggiate, tra cui Omsk, la più grande del Paese, a oltre 2.500 chilometri dal confine ucraino. L’impatto operativo è evidente: EA Analytics segnala che lo scorso mese la Russia ha lavorato in media 3,6 milioni di barili di greggio al giorno, il livello più basso dal maggio 2002.
La contrazione della raffinazione ha influito sulle esportazioni marittime di diesel e gasolio, scese a circa 1,8 milioni di tonnellate a giugno, un calo del 39% rispetto a maggio. Per contenere la crisi interna, a fine luglio Mosca ha invece vietato del tutto le esportazioni di carburante.
Hormuz, il Mar Rosso e il fallimento della via alternativa
I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso sono tornati parzialmente dopo una prima ondata di interruzioni, ma nelle ultime settimane sono ricaduti drasticamente. Secondo Goldman Sachs, attraverso la voce della ricercatrice Samantha Dart, l’oscillazione vista recentemente “non ha precedenti nella storia recente dei mercati petroliferi”.
Prima della guerra, Hormuz convogliava circa 20 milioni di barili al giorno, ovvero un quinto della produzione mondiale. Quando quella via si è mostrata rischiosa, l’Arabia Saudita ha deviato gran parte delle esportazioni lungo l’asse Bab el‑Mandeb–Canale di Suez, sfruttando l’oleodotto East‑West fino a Yanbu.
Questa via alternativa ha retto fino a quando gli Houthi hanno interrotto una tregua informale: il 20 luglio i ribelli hanno annunciato un embargo marittimo contro Riad e hanno colpito diverse petroliere nel Mar Rosso. Mercoledì la petroliera saudita “Wafa” è stata centrata al largo di Yanbu da missili balistici, secondo le fonti citate nel testo originale.
Il gruppo yemenita, tramite l’agenzia Saba, ha parlato di otto navi prese di mira dall’inizio del blocco navale del 22 luglio, e ha stimato che 29 petroliere saudite abbiano dovuto invertire la rotta nel Mar Rosso e nel Mar Arabico. Il Canale di Suez, che nel 2024 aveva già registrato un calo delle entrate del 60% per la prima ondata di attacchi Houthi, rischia ora nuovi contraccolpi.
Perché questa situazione conta per i mercati e i consumatori
La somma di interruzioni alle esportazioni, riduzioni nella raffinazione e l’indebolimento delle vie alternative sta comprimendo l’offerta globale. In alcune aree il contraccolpo è già visibile con code alle pompe e vendite razionate.
Se le vulnerabilità perdurano, gli analisti avvertono che potrebbero seguire nuovi shock sull’offerta. Al momento restano aperte più crisi contemporanee, con effetti reciproci che rendono più fragile l’intero sistema energetico internazionale.











