Home Approfondimenti 11 SETTEMBRE COINCIDE CON IL RITIRO DELLE TRUPPE AMERICANE E DELLA NATO DALL’AFGHANISTAN

11 SETTEMBRE COINCIDE CON IL RITIRO DELLE TRUPPE AMERICANE E DELLA NATO DALL’AFGHANISTAN

by Calogero Jonathan Amato

La minaccia terroristica di origine islamista si è evoluta moltissimo negli ultimi 20 anni: dal terrorismo globale a quello “della porta accanto” (esponenti delle seconde e terze generazioni di migranti pronti a lasciare il proprio paese per raggiungere i ranghi dello Stato Islamico, individui soli radicalizzati sui social networks etc.). In parallelo, la capacità di “adattamento alla minaccia” da parte degli stati è notevolmente cambiata, mentre strategie e strumenti normativi innovativi (ma anche limitativi della libertà individuale) venivano concepiti e introdotti per rispondere alle specificità dei nuovi scenari. I due fenomeni non si sono però sempre rivelati in modo sincronico, e la sfida dell’adattamento rimane ancora aperta.

A livello globale il numero delle vittime resta alto con oltre 5mila morti in quasi 900 attentati terroristici di stampo jihadista nel 2019. Inoltre, nell’ultimo decennio il numero di attacchi terroristici di matrice jihadista è aumentato di 6 volte rispetto al decennio precedente e in particolare, è cresciuto il pericolo in Asia e Africa Sub Sahariana dove si verifica il 60% degli attacchi, contro il 18% di fine anni 90’. Nonostante quasi due decenni di operazioni antiterrorismo guidate dagli Stati Uniti, ci sono quasi quattro volte più militanti islamici sunniti oggi di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001 e restano inoltre attivi quasi 100 gruppi estremisti islamici.

Anche negli Stati Uniti e in Europa il numero di attacchi è triplicato rispetto al primo decennio del 2000 ma il fenomeno resta di ridotte dimensioni rispetto al resto del mondo. I 28 attacchi terroristici verificatisi negli USA a partire dal 2010 hanno causato 91 morti. A confronto nello stesso arco temporale sono stati 566 i morti per sparatorie di massa in America.

Nel contesto della politica estera, l’11 settembre ha avuto un impatto decisivo cambiando profondamente il ruolo e la missione attribuita agli interventi militari. L’insuccesso dei conflitti in Afghanistan e in Iraq, oltre a mostrare l’insostenibilità politica dell’opzione militare, soprattutto per la difficoltà di mantenere la stabilità sul lungo periodo, hanno indirettamente influito sulle crisi in Siria e in Libia, visto che il costo di una azione “boots on the ground” era ormai diventato troppo alto. Per questa ragione, la forza militare americana appare oggi meno credibile: una percezione che contribuisce a delegittimare il ruolo globale degli USA.

Oltre al dato delle 900 mila persone morte nelle guerre post-11 settembre, di cui 335mila civili, il costo economico complessivo per gli Stati Uniti è di 8 trilioni di dollari. Da sola, la guerra afghana è durata più delle due guerre mondiali e delle operazioni in Vietnam, con la perdita di 2500 soldati US, 67mila militari afghani e 47 mila civili. 

In ogni caso, l’evoluzione tecnologica, come l’utilizzo di droni e i targeted killings, hanno aperto a un nuovo modo di fare la guerra. È proprio grazie a un primo esemplare di drone Predator che il 28 settembre 2000 Bin Laden venne identificato nel suo complesso vicino a Kandahar. Inoltre, nelle scorse settimane proprio i droni si sono rivelati essenziali per sventare nuovi attentati presso l’aeroporto di Kabul. In quattro anni di guerra contro l’Isis in Iraq e Siria, i droni sono stati impiegati in più di 2.400 missioni: quasi due al giorno. Nei prossimi 10 anni, si prevede che gli Stati Uniti acquisteranno più di 1.000 droni da combattimento. Un tale incremento rappresenta una trasformazione dell’esperienza del conflitto, reso sempre più impersonale dalla distanza dal fronte, e più letale per gli obiettivi sul campo (e collateralmente anche per i civili, 22 mila quelli rimasti uccisi da bombardamenti e droni americani).

20 anni dopo l’11 settembre la strategia dell’esportazione della democrazia si è rivelata un insuccesso. L’ordine internazionale che su ispirazione dalla superpotenza americana all’indomani della guerra fredda, si era costruito sulla promessa democratica, non ha superato la prova della reazione agli attentati alle Torri Gemelle e della war on terror, segnandone probabilmente il fallimento definitivo. L’insediamento in Afghanistan e in Iraq di regimi fragili e corrotti, delegittimati e incapaci di garantire condizioni minime di sicurezza ha mostrato come il regime change non possa fondarsi principalmente sull’interventismo militare. Il principio dell’esportazione della democrazia si è accompagnato al concetto di “guerra preventiva” e alla pratica dell’unilateralismo negli interventi internazionali, come avvenuto con la decisione americana di intervenire in Iraq senza un esplicito avvallo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, alla fine di questo ventennio, la risposta di Trump alla pandemia di Covid-19 ha ulteriormente messo in luce la persistente debolezza e, contemporaneamente, la necessità di ritrovare una perduta consensualità multilaterale. Le organizzazioni internazionali, infatti, hanno visto la propria credibilità internazionale e i limiti della propria azione notevolmente ridotte dallo stallo dovuto a uno scontro tra crescente “sfiducia” americana e nuove richieste degli emergenti di avere una sempre maggiore voce nella gestione delle questioni globali.

L’ordine del post-guerra fredda (quella fase in cui la storia era stata troppo precipitosamente dichiarata come “finita”) è profondamente cambiato dall’attentato alle Torri Gemelle. A vent’anni di distanza è possibile riflettere su come questo evento di portata generazionale abbia avuto conseguenze sull’ordine mondiale pensato a Washington (“Washington Consensus”), sulla sua messa in discussione (da parte di movimenti sociali, di nuovi competitors come i BRIC, di nuove istituzioni come la Asian Infrastructure Investment Bank, o di nuovi grandi progetti internazionali come la Belt and Road Initiative) e più in generale sulle possibilità di vedere emergere un equilibrio diverso. In questi 20 anni gli States hanno perso la leadership solitaria dell’economia mondiale. Nel giro di due decenni il PIL cinese è passato dal 12 al 70% di quello americano. Pechino si è anche progressivamente affermata come partner commerciale di riferimento a livello globale: nel 2000, erano 163 i Paesi che commerciano di più con gli USA che con la Cina, 20 anni sono solo 52. L’american dream si è progressivamente eroso: oggi un migrante ha due volte più possibilità di essere espulso rispetto al 2001, mentre il livello di disuguaglianza economica della società americana, misurato dall’indice di Gini, è il più alto tra i paesi del G7. Anche a livello militare, il primato americano è sempre più contestato: Pechino ha quintuplicato le spese negli ultimi 20 anni mentre gli Stati Uniti le hanno solo raddoppiate.

Con la caduta del muro di Berlino, il possibile confronto fra Pechino e Washington è rimasto sullo sfondo come nuova piattaforma di confronto strategico. Negli ultimi vent’anni, però, le diverse amministrazioni americane hanno dovuto più volte mettere il tema in secondo piano per l’emergere di altre priorità. Allo stesso modo, una ambivalenza della visione della Cina come minaccia e opportunità ha portato, al contrario, a grandi avvicinamenti. Proprio quest’anno, infatti, si celebrano anche i 20 anni dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio: era il dicembre 2001, e quell’ingresso era stato facilitato proprio dagli Stati Uniti, che pensavano di poter “cooptare” agevolmente Pechino all’interno dell’ordine da loro creato. Il dossier del contenimento dell’ascesa di Pechino doveva essere la priorità strategica della presidenza Bush, ma la guerra al terrore ne ha imposto il rinvio, un destino che si è ripresentato anche nella prima fase della Presidenza Obama, per forza di cose dedicata alla crisi finanziaria internazionale.

Nel frattempo la Cina ha avuto modo di approfittare di una “finestra d’opportunità” culminata, sotto la guida diXi Jinping in una politica estera più assertiva e dichiaratamente orientata al primato internazionale per la metà del secolo. La prospettiva attuale di una competizione per il primato economico mondiale di lungo periodo ha reso, così, inevitabile per le amministrazioni Trump e Biden mettere Pechino al centro della propria azione politica.

La regione MENA è stata sconvolta dalla reazione americana a seguito dell’11 settembre. Fra “stati canaglia” e storici alleati, il mondo arabo si è dovuto adattare alla war on terror americana. Dalle iniziali reazioni di giubilo in Palestina alla riconfigurazione della relazione con l’Arabia Saudita, all’utilizzo delle basi nel Golfo per intervenire contro il regime di Saddam Hussein alle ambivalenze pakistane, l’attacco alle Torri Gemelle ha rappresentato uno spartiacque per la regione, costringendo i Paesi membri a dichiarare in modo chiaro il proprio fronte di appartenenza e ad adattarsi alle conseguenze di questo posizionamento. Adesso che la regione si trova di fronte al disimpegno militare americano, incombono nuove sfide e scenari inediti che possono avere implicazioni dirette anche per l’Italia e l’Europa poiché il “vuoto” americano è pronto a essere riempito da altri attori sempre più assertivi, a partire da Turchia, Russia e Cina.

Intanto, la reazione americana all’11 settembre – soprattutto a partire dalla guerra in Iraq – ha scatenato un’ondata di antiamericanismo in tutto il mondo. Contemporaneamente l’islamofobia si è imposta come una minaccia strutturale all’equilibrio sociale dei paesi occidentali e l’aumento dei flussi migratori cui abbiamo assistito negli ultimi anni è spesso sfociato in gravi episodi di intolleranza, violenza e rigetto.

La percezione dell’“altro” si è profondamente evoluta negli ultimi 20 anni e l’11 settembre rappresenta probabilmente la data in cui risentimento e pregiudizi hanno preso una direzione irreversibile. Nonostante la moltiplicazione delle iniziative di dialogo interreligioso e interculturale, il recente emergere dei populismi di destra è reso possibile anche da questo processo. In particolare, l’islamofobia (poi rinvigorita anche dallo “shock” dell’ISIS e della sua violenza) si è imposta negli ultimi due decenni come tratto caratteristico di molti i paesi occidentali: se nel 2000 ci furono solo 12 aggressioni anti-musulmane negli Stati Uniti segnalate all’FBI, nel 2001 divennero 93, e nel 2020 se ne contano 227.

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