Home Cronaca Nuovo clamoroso arresto di Piero Amara, ex legale di Eni

Nuovo clamoroso arresto di Piero Amara, ex legale di Eni

by Rosario Sorace

Clamoroso e nuovo arresto dell’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni, e di Filippo Paradiso, poliziotto che era già in servizio negli uffici di diretta collaborazione dei vari sottosegretari alla Presidenza del Consiglio. Si tratta di un’inchiesta con un presunto scambio di favori con “raccomandazioni” su membri del Consiglio superiore della magistratura per far ottenere sedi vacanti a Carlo Maria Capristo e posizioni della procura, da lui guidata, ‘pilotate’ in favore di Amara.

Il procedimento penale tratta del “Sistema Trani” che riguardava diversi procedimenti sull’Ilva e in realtà si innestava come in una scatola cinese nel “sistema Capristo”: una fitta rete di rapporti che teneva insieme magistrati, avvocati, consulenti e arrivava a lambire politici di primissimo piano per aprire “indagini illegittime” o ‘ammorbidire’ i procedimenti in cambio di favori e tentativi di nomina.

La ricostruzione dalla procura di Potenza che è stata approvata dal gip del tribunale lucano Antonello Amodeo si modula su una “svendita di funzioni” che vede coinvolti l’ex procuratore di Trani e di Taranto, Carlo Maria Capristo, l’ex legale di Eni, Piero Amara.

Recentemente quest’ultimo è al centro di numerose inchieste compresa quella sulla presunta “loggia Ungheria”. Sarebbero 12 in tutto gli indagati dagli uffici diretti da Francesco Curcio e le accuse sono quelle di avere, in cambio di favori, aggiustato (o tentato di aggiustare) procedimenti che riguardavano l’ex Ilva di Taranto, compresi i dissequestri degli altoforni dopo la tragica morte di due operai.

Mentre per quanto riguarda il poliziotto Filippo Paradiso nel tempo aveva prestato servizio negli uffici di diretta collaborazione dei vari sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, con Prodi, come con Berlusconi, e al ministero dell’Interno, come collaboratore della segreteria di Matteo Piantedosi, allora capo di gabinetto di Matteo Salvini, e quindi finito nella segreteria di Carlo Sibilia.

Ai domiciliari è stato posto l’avvocato Giacomo Ragno, condannato in primo grado 2 anni e otto mesi nel processo ai magistrati Nardi e Savasta, e Nicola Nicoletti, socio di Pwc e consulente di Ilva in As. Il gip ha invece disposto l’obbligo di dimora per l’ex procuratore di Trani, Capristo, già arrestato a maggio 2020 nell’ambito di un’altra inchiesta e poi tornato libero mentre è sotto processo.

Nell’indagine sono indagati appunto anche l’ex Pm di Trani Antonio Savasta, l’ex gip Michele Nardi, già condannati per corruzione in atti giudiziari in un’altra inchiesta e per i quali il gip ha respinto la misura cautelare chiesta dalla procura, l’imprenditore Flavio D’Introno, il carabiniere Martino Marancia, il consulente Massimiliano Soave e Franco Balducci.

A tutti costoro e a vario titolo sono contestati corruzione in atti giudiziari, corruzione nell’esercizio delle funzioni, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, concussione, abuso d’ufficio e favoreggiamento.

In questo groviglio quasi inestricabile di illeciti emergerebbe il ruolo di Amara che secondo la procura, è stato “soggetto attivo” della corruzione in atti giudiziari “sia a Trani che a Taranto”, mentre Capristo ha “venduto stabilmente” ad Amara la sua” funzione giudiziaria”.

Invece Paradiso svolgeva il ruolo di “intermediario” per “conto e nell’interesse” di Amara nei confronti dell’ex procuratore.
Secondo l’impostazione degli inquirenti, il presunto “asservimento” di Capristo derivava dal tentativo di ottenere favori attraverso i due, che si producevano in una “incessante attività di raccomandazione, persuasione, sollecitazione svolta” in suo favore su “membri del Csm (da loro conosciuti direttamente o indirettamente) e/o su soggetti ritenuti in grado d’influire su questi ultimi” quando l’ex magistrato era interessato a incarichi direttivi vacanti.

Fra questi si volevano mettere le mani anche sulla procura generale di Firenze e quella di Taranto. Secondo le gravi accuse, Capristo si adoperava da un lato per cercare di “accreditare” Amara come legale di Eni e dall’altro ammorbidiva le posizioni della procura nei procedimenti in cui Amara era coinvolto come consulente.

Per gli inquirenti, tra le tante accuse, Capristo “disponeva lo svolgimento d’indagini, anche approfondite ed inconsuete, se non illegittime (fra cui escussioni ed acquisizione tabulati)” sulla base di un esposto anonimo fatto consegnare ad Amara. Gli inquirenti si sarebbero insospettiti per le anomale modalità di ricezione di un esposto, “recapitato a mano, pur essendo anomalo, direttamente presso l’ufficio ricezione atti” della procura di Trani “senza che risultasse chi lo avesse consegnato e poi regolarmente protocollato, assegnato ed iscritto”.

Quindi nonostante la “natura anonima dell’esposto”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, Capristo sollecitava in modo insistente i magistrati co-delegati “in più occasioni ad effettuare ulteriori approfondimenti investigativi” che “risultavano funzionali agli interessi di Piero Amara che aveva inviato gli esposti e che aveva necessità di rafforzare e ‘vestire’ la tesi del complotto contro l’ad di Eni De Scalzi”.

Capristo non si limitava a questo ma inoltre, “accettava una interlocuzione assolutamente impropria ed anomala” con Amara, sulla base degli esposti anonimi, sebbene il nome dell’avvocato siciliano non risultasse in alcun modo né era “nominato formalmente da un soggetto processuale legittimato”.

Cosicché per la procura di Potenza per la Guardia di finanza, questa “condotta compiacente” avrebbe consentito ad Amara di “proporsi e mettersi in luce presso l’Eni per un verso come punto di riferimento e tramite verso l’autorità giudiziaria in quella specifica vicenda e, per altro verso, come legale meritevole di nuovi ed ulteriori ben remunerati incarichi”.

In tal modo il ‘sistema’ funzionava secondo uno scambio di “sostegno lobbistico” alle sue “aspirazioni di carriera” e “benefici materiali”.

Mentre il “trait-union” del socio di Pwc e l’alter ego di Capristo era Nicoletti, socio di Pwc e consulente esterno di Ilva in As che, secondo l’accusa, da un lato “aveva sostenuto l’attività di ‘sponsorizzazione’” dell’ex procuratore e dall’altra “vedeva riconosciuto dalla gestione della procura di Taranto da parte di Capristo una particolare e favorevole attenzione alle esigenze di Ilva in As” che, a sua volta, “si tramutava anche in ulteriore beneficio, questo di carattere personale” perché “in quanto consulente degli amministratori straordinari e in quanto trait-union (unitamente ad Amara, che dallo stesso Nicoletti era stato proposto alla Amministrazione Straordinaria quale legale da assoldare in quanto in ottimi rapporti con Capristo) fra l’Amministrazione Straordinaria e la procura di Taranto, si accreditava come soggetto indispensabile per gestire i complessi rapporti con la autorità giudiziaria di Taranto e dunque acquisiva ulteriori titoli per rinsaldare la sua ascesa professionale nelle acciaierie tarantine”.

Nicoletti, stando all’accusa, “a fronte dei favori resi dal Capristo” avrebbe “condizionato” i dirigenti Ilva sottoposti a procedimenti giudiziari “affinché conferissero una serie di incarichi difensivi” all’avvocato Ragno, definito “alter ego” dell’ex procuratore di Taranto in virtù di uno “stretto legame” tra i due.

Nel dettaglio vengono contestati ben 4 mandati difensivi che avrebbero fruttato parcelle per 273mila euro e che ora sono stati sequestrati.

L’indagine si muove anche intorno alla scelta di Piero Amara come consulente della struttura legale di Ilva in As e partecipa alla cosiddetta “trattativa” con la procura per potere ottenere quel patteggiamento che qualche anno prima, il pool di magistrati guidati allora da Franco Sebastio, aveva invece respinto.

Poi abbiamo anche un altro capo d’imputazione formulato dalla procura: lo staff legale dell’Ilva alza la posta offrendo il pagamento di una sanzione pecuniaria di 3 milioni di euro, 8 mesi di commissariamento giudiziale e 241 milioni di euro di confisca (invece dei 9 proposti nella prima istanza) come profitto del reato da destinare alla bonifica dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Pero i giudici della Corte d’assise ritennero “le pene concordate con i rappresentati della pubblica accusa” sono “sommamente inadeguate e affatto rispondenti a doverosi canoni di proporzionalità rispetto alla estrema gravità dei fatti oggetto di contestazione”.

Le contestazioni che sono state rivolte a Capristo sono relativi anche al caso del dissequestro lampo dell’altoforno dopo la morte dell’operaio Giacomo Campo e la sua posizione sullo spegnimento di un altro altoforno nel periodo della ‘guerra’ con ArcelorMittal che meditava la fuga.

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