Home Estero NESSUNA SVOLTA NÉ NULLA DI PROMETTENTE

NESSUNA SVOLTA NÉ NULLA DI PROMETTENTE

by Calogero Jonathan Amato

Si è concluso senza novità sostanziali il secondo giorno di colloqui tra Russia e Ucraina a Istanbul, che l’altro ieri avevano acceso le speranze per una soluzione negoziata al conflitto in corso. Le delegazioni sono tornate nei rispettivi paesi per riportare le proposte avanzate al tavolo delle trattative ma non si fermano i bombardamenti sulle città ucraine: da Khernihiv a Kiev continuano gli attacchi e la situazione resta critica anche a Kharkiv e Mariupol, dove le bombe hanno colpito l’ufficio dell’Unione Europea e un edificio della Croce Rossa, fino a Mykolaiv. I profughi in fuga dai combattimenti – fa sapere l’Unhcr – hanno raggiunto i 4 milioni. Intanto, le truppe di Mosca continuano a terrorizzare la popolazione locale, secondo i responsabili locali che denunciato centinaia di trasferimenti forzati di civili.

In una telefonata tra Joe Biden e i leader di Italia, Regno Unito, Francia e Germania è stata ribadita la “determinazione a continuare ad aumentare le sanzioni contro la Russia” mentre il 6 e 7 aprile si terrà un vertice del Consiglio Atlantico a Bruxelles per discutere gli sviluppi della guerra: alla riunione parteciperanno i 30 ministri degli Esteri dei paesi Nato presieduti dal segretario generale Jens Stoltenberg, il cui mandato è stato rinnovato fino al 30 settembre 2023. All’ottimismo con cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva annunciato ieri i “progressi” messi a segno nell’incontro tra le due delegazioni, fa da controcanto lo scetticismo degli Stati Uniti che tramite il Segretario Antony Blinken segnalano di non aver ancora visto “nessun segno tangibile della volontà russa di contribuire alla pace”. Il nodo più difficile da sciogliere resta quello sullo status dei territori occupati: il Donbass e la Crimea, annessa nel 2014. “Sulla Crimea non c’è nulla da dire – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov – la penisola è parte del territorio russo”. Ieri il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, e il presidente russo Vladimir Putin hanno avuto un colloquio telefonico durato circa un’ora – fanno sapere da Palazzo Chigi – ma i cui contenuti non sono stati rivelati.

Intanto, nel tentativo di aggirare l’isolamento internazionale a cui Stati Uniti ed alleati europei vorrebbero costringerla, Mosca si mostra più attiva che mai in campo diplomatico. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov è volato oggi in Cina per partecipare al vertice dei paesi vicini all’Afghanistan, dove ha incontrato il suo omologo Wang Yi.

L’incontro è stato l’occasione per ribadire la solidità dell’amicizia tra i due paesi. Lavrov e Wang Yi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento politico estero” bilaterale e di “ampliare i contatti bilaterali e multilaterali”, rende noto il Ministero degli Esteri russo. “Sullo sfondo di una complicata situazione internazionale, Russia e Cina continuano a rafforzare la partnership strategica e a parlare con una sola voce negli affari globali”, precisa la nota. Nel corso dell’incontro, Lavrov ha informato Wang Yi sugli sviluppi nei negoziati in corso con Kiev e Pechino si è detta impegnata a collaborare con “ciascuna delle parti” coinvolte nel conflitto in modo tale che le ostilità cessino “a breve”. Lavrov ha poi incontrato l’omologo pakistano, Shah Mahmoud Qureshi, denunciando che “coloro che hanno cercato di fare dell’Afghanistan il centro della politica mondiale stanno ora cercando di sostituire l’Afghanistan con l’Ucraina. E sappiamo tutti di cosa si tratta”. La missione del ministro russo proseguirà domani con una visita in India, altro partner cruciale per Mosca e un altro dei ‘big’ che non hanno ancora condannato l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe del Cremlino.

Effetti collaterali della crisi ucraina: per un asse che si va formando, ce ne sono altri che si sfaldano. È il caso dei paesi del blocco di Visegrad, tutti membri Ue ma un tempo parte del Patto di Varsavia, dove da settimane si sta consumando uno scontro interno proprio a causa dell’invasione russa. Oggi Polonia e Repubblica Ceca hanno annunciato che non manderanno i loro rappresentanti alla riunione ministeriale del gruppo (che include anche la Slovacchia) convocata dall’Ungheria. Il motivo è la posizione ambigua del governo di Budapest e del premier Viktor Orban sulla Russia, in virtù dei suoi legami con il Cremlino. Sebbene l’Ungheria abbia votato favorevolmente alla decisione europea di imporre sanzioni contro la Russia, Orban ha chiarito che qualsiasi decisione sull’energia o per una missione di peace-keeping in Ucraina avrebbero costituito “una linea rossa” da non superare. Budapest ha anche rifiutato di consentire il transito sul proprio territorio alle armi destinate a sostenere la resistenza di Kiev. “Una volta per tutte, Viktor Orban – lo aveva sfidato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il Consiglio Europeo – devi decidere da che parte stare”. Ma soprattutto, la crisi ucraina sta mettendo a dura prova le altrimenti solide relazioni tra Budapest e Varsavia: quest’ultima rientra infatti tra i più convinti sostenitori di un embargo energetico alla Russia.

Intanto, diversi paesi europei hanno annunciato l’espulsione di funzionari russi, accusati di attività di spionaggio. Il Belgio espellerà 21 funzionari tra l’ambasciata e il consolato di Russia, accusate di aver partecipato ad operazioni di spionaggio “che minacciano la sicurezza nazionale”, ha detto il ministro degli Esteri belga, Sophie Wilmes. I Paesi Bassi hanno espulso 17 diplomatici, mentre l’Irlanda quattro, spiegando che le loro attività “non corrispondono agli standard internazionali di comportamento diplomatico”. Anche la Repubblica Ceca ha espulso un diplomatico russo. Misure che si aggiungono a quelle disposte la scorsa settimana da altri paesi – Bulgaria, Polonia e Slovacchia – che avevano già annunciato l’espulsione di diplomatici russi. Azioni svolte – come esplicitato dai governi interessati – in coordinamento tra le diverse forze di intelligence e decise “di comune accordo”. Un altro segno di come la crisi ucraina costituisca uno spartiacque nelle relazioni tra Russia ed Europa i cui strascichi saranno visibili a lungo.

 

 

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