Home Arte & Cultura L’abilità di Fulvio Abbate nel suo “Teatro degli oggetti”

L’abilità di Fulvio Abbate nel suo “Teatro degli oggetti”

by Verdiana Garau

A parte gli stracci che mi ero portata addosso, come qualche pagina a caso di Marcel Proust o Paul Valery a mo’ di fodera, di quelle reminiscenza scolastiche che si tengono strette per non volare via quando tira vento, non ho portato niente con me al Teatro Off di Via Giulia a Roma.

Ho trovato subito Fulvio, Fulvio Abbate, nei panni dell’attore, al quale ho chiesto l’amicizia davanti ad una birra, sulle note di “Mani bucate”, ma quando stavo per entrare nel vivo degli oggetti che aveva cuciti addosso, il suo direttore lo ha allestito e montatogli il microfono se lo è portato via.

Così, non mi è rimasto che entrare in sala e immergermi in uno spettacolo che non dimenticherò facilmente, in un piccolo teatro del cuore di una Roma che sta dimenticando di se stessa.

Sul palco del “Teatro degli oggetti” una carrellata di ispirazione, in sequenze strette, ironiche e pornografiche, violente e commoventi, attraverso la sfilata di oggetti che l’attore mette in scena come protagonisti, posandoli sul leggìo per raccontarli al pubblico.

L’illusione che con incalzante intrattenimento anima gli oggetti altrimenti fissi e che dal loro immobilismo iperuranico si agitano nel fenachistoscopio storico di Abbate.

Così un posacenere di Terrasini, una telecamera che ha ripreso le ultime ore di J.F.K., il portasigarette di Arafat, un anello di alluminio ottenuto dalla fusione dei metalli delle contraeree, dei biglietti da visita di generali, falegnami o callisti, santini di santi protettori dei ladri, dischi in bachelite di fonovaligie vengono fatti girare e mixati sul giradischi della sua immaginazione, fissati poi al loro baricentro storico. Abbate ne restituisce la versione più viva e animata, quella più intrisa di organici significati nascosti, di usure temporali, di segreti ed enigmi, di plateali avvenimenti, in uno spettacolo a tratti esoterico e straordinariamente esilarante.

Oggetti rubati, trovati, dimenticati, riemersi dal
soffitto, dal cassetto, accattati dalla scrivania, regalati da un amico o
prestati.

“È uno spettacolo sulla morte”, “di oggetti che
ci sopravvivono”, di oggetti i cui significati sono proibiti e restano sempre nascosti
ai più.

In un tempo che non esiste, le cose che viaggiano attraverso di esso ingannano noi e il tempo stesso, sono oggetti che vivono di storia e poi non la raccontano, non se con religiosa attenzione cerchiamo loro di dedicargli quel tempo finto che ci appartiene e proviamo ad ascoltarne l’emanazione imperitura che sempre comunicheranno.

Sono oggetti che assistono in silenzio, che poi
si dimenticano di noi ma si fanno memoria, dove noi non possiamo dimenticarci
di loro, quando non si vuole perdere il filo collettivo in questa profondità
esistenziale, dalla quale sempre cerchiamo umanamente di riemergere con la
fantasia.

Piuttosto morire che vivere servi! Scintilla il
tempo e il sogno è sapere!

Sventolano sul palco bandiere rosse, cimeli craxiani, aneddoti sui tratti più misteriosi e bui della storia americana, attraverso pezzetti di intuizione, feticci storici, brandelli di riflessione, la trasposizione di ogni suo ragionamento storico filosofico riportato sul palco con la leggerezza da un formidabile attore dall’accento siculo che non smentisce la sua patria e che con apocalittico fervore ci restituisce tutto il suo sentimento vissuto e rianimato per il pubblico in un libro fotografico di tracce che ci sopravvivono, musicato dalla teatrale fisarmonica del Maestro Marcello Fiorini.

L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che realmente è, cioè un conosci-te-stesso come prodotto del processo storico finora svoltosi, che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce raccolte con beneficio di inventario”. Antonio Gramsci

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