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LA PANDEMIA HA MESSO IN GINOCCHIO L’ECONOMIA TUNISINA

by Calogero Jonathan Amato

La crisi aperta dalla decisione del Presidente della Repubblica tunisina Saied di destituire il Primo Ministro  Mechichi e sospendere le attività del Parlamento apre scenari incerti e ignoti. La crisi economica in cui il Paese versa è invece argomento ben noto.

La pandemia di Covid-19 ha severamente colpito la Tunisia, con un calo del Pil dell’8,8% nel 2020. Molte attività hanno risentito delle chiusure, le esportazioni si sono fortemente contratte (circa il 12% tra il 2019 e il 2020, secondo l’Istituto di Statistica tunisino, INS) e il turismo – da anni in sofferenza – ha ulteriormente vacillato. La disoccupazione si attesta intorno al 18%, mentre il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40%. A ciò si aggiunge la vulnerabilità del settore informale (calcolato dall’INS intorno al 45% dei posti di lavoro per il 2019), che per sua definizione deve operare in maniera continuativa affinché i lavoratori e le lavoratrici possano guadagnare quanto necessario per le spese essenziali del breve periodo.

Cresce considerevolmente anche il debito pubblico passato, secondo dati del Ministero delle Finanze, dal 72,5% del Pilnel 2019 al 90% nel 2020. Occorre tenere presente che per ben oltre la metà si tratta di debito estero: un dato assai preoccupante, perché ne consegue che una considerevole porzione delle risorse statali è e sarà destinata al pagamento del debito e servizio del debito a creditori internazionali (bilaterali, multilaterali e mercati internazionali), anziché per spese e investimenti necessari allo sviluppo e alla coesione sociale, ora più che mai vitali per il futuro della Tunisia.

La morsa della crisi pandemica, combinata con un’inadeguata gestione della situazione sanitaria, aveva già animato l’indignazione delle proteste nel gennaio 2021, in occasione del decimo anniversario della caduta di Ben Ali. La quarta ondata di Covid-19 sta producendo sviluppi drammatici. Solo pochi giorni prima del 25 luglio era circolato sui social network il video del direttore dell’ospedale di Mateur (Governatorato di Biserta, nord della Tunisia), in lacrime per la mancanza di ossigeno con cui curare i propri pazienti. Già a fine 2020 diversi esponenti della società civile avevano criticato la legge finanziaria 2021, la quale sì aumentava i fondi destinati alla spesa sanitaria, ma in misura insufficiente rispetto all’enormità dei bisogni e principalmente per spesa corrente e salariale: nessun investimento in cantiere, nessuna attenzione per l’urgenza di riperequare – anche a livello infrastrutturale – le disparità regionali tra la costa e l’interno.

Come hanno già evidenziato diverse analisi, negli ultimi anni il malcontento della società tunisina si è inasprito di fronte a un’amministrazione nazionale, regionale e locale giudicata inefficiente e corrotta. La questione della lotta alla corruzione è stata una costante del dibattito pubblico di questi dieci anni post-rivoluzione. Lo stesso Saied ha fatto del contrasto alla corruzione uno dei pilastri della sua campagna elettorale e del suo mandato presidenziale.

Con la fuga di Ben Ali in Arabia Saudita e la costruzione di nuove istituzioni democratiche, grandi erano le attese di benessere e stabilità. Ci fu anche chi pensò che le ricchezze accumulate da Ben Ali e dal clan Trabelsi (comunque non ancora recuperate) sarebbero state sufficienti per assicurare il benessere di ciascuno. Al netto delle responsabilità dei singoli partiti e gruppi di potere, le problematiche strutturali dell’economia tunisina sono numerose e di complessa soluzione nel contesto attuale. Esaminarle è quasi un lavoro geologico di studio delle stratificazioni delle varie crisi e scelte di politica economica susseguitesi dall’epoca del protettorato francese ai giorni nostri.

Molto è già stato scritto sulle disuguaglianze tra regioni costiere, collegate ai centri del capitalismo europeo, e aree dell’interno, economicamente marginalizzate. Si ricorda inoltre che il Nord Africa è una delle regioni economicamente meno integrate al mondo, in cui ogni singolo Paese ha di lunga misura maggiori rapporti extra-regionali che non con le economie confinanti. Altrettanto si conosce della struttura produttiva tunisina, caratterizzata da attività a limitato valore aggiunto, dipendenza dalla domanda estera di beni e servizi a basso costo e forte contenimento salariale. In un’economia così fragile e vulnerabile rispetto alle dinamiche internazionali, il potenziale di innovazione e creazione di impiego (magari a buona remunerazione) è limitatissimo, mentre gli spazi per l’estrazione di rendite sono numerosi.

Gli anni della presidenza Ben Ali hanno visto un ulteriore appiattimento su questo modello di accumulazione delle rendite, oltre all’incancrenirsi di un sistema clientelare avente come priorità la sua riproduzione e il suo arricchimento, a scapito dello sviluppo equo e inclusivo del Paese. La thawrat al-karama, la Rivoluzione della Dignità del 2010-2011 in Tunisia, ha avuto luogo durante la crisi economica internazionale innescata dal crollo finanziario del 2007-2008, crisi della quale il mondo alle prese con la pandemia di Covid-19 sconta ancora gli strascichi. La Tunisia post-rivoluzione ha visto succedersi undici governi, tre dal 2019; un’instabilità forse difficilmente evitabile in un contesto di transizione politica, ma che indubbiamente non ha giovato in chiave di ripensamento del modello di crescita e sviluppo. In questi dieci anni il Paese è stato costantemente sospeso tra scontri di potere tra nuovi e vecchi soggetti politici, lotte che spesso hanno preso la forma del conflitto identitario tra “modernisti” e “islamisti”, senza mai mettere in agenda la questione della politica economica e della redistribuzione.

Alle diffuse mancanze della classe politica e imprenditoriale tunisina occorre aggiungere che, in un sistema capitalista globale a libera circolazione dei capitali, un’economia di taglia così ridotta come la Tunisia dispone di scarse risorse finanziare per il programma di investimenti che sarebbe necessario, a meno di non attuare una radicale operazione di redistribuzione delle risorse. Come già accennato, gran parte dell’indebitamento del Paese è volto al sostenimento di spese correnti (sovente indispensabili a garantire un livello nemmeno minimo di sussistenza sociale) e all’appianamento dei debiti precedentemente contratti.

La Tunisia è piuttosto dipendente dall’aiuto internazionale in questo senso. Al momento non è ancora possibile esprimersi riguardo a come i grandi donatori internazionali reagiranno agli sviluppi che interesseranno il Paese nei prossimi mesi. Un nodo chiave potrebbero essere le negoziazioni per un nuovo prestito del FMI, dopo l’impopolare EFF da 3 miliardi di euro che aveva portato a una forte perdita di valore del dinaro, aumentando l’inflazione ed erodendo il già contenuto potere d’acquisto della popolazione senza stimolare come promesso le esportazioni. Secondo le informazioni circolate, la bozza di accordo per il nuovo prestito prevede il contenimento della massa salariale pubblica, l’eliminazione di alcuni sussidi al consumo e la ristrutturazione di alcune imprese pubbliche. Tutte proposte istintivamente condivisibili in nome di una vaga idea di efficienza, se non si considera che l’impiego pubblico è – piaccia o meno – una delle poche opzioni di occupazione semi-dignitosa in un Paese in cui il settore privato è troppo piccolo per investire o troppo avvitato nelle sue dinamiche clientelari per redistribuire; sostituire i sussidi al consumo con schemi ad hoc è operazione delicata e rischiosa: come insegna la storia dell’economia dello sviluppo, finisce per togliere sostegno più a persone che ne hanno bisogno che non a quanti ne possono fare a meno.

Il Paese ha di fronte a sé mesi complicati. Ciò che forse già da ora si può constatare è che, indipendentemente dagli esiti della mossa del presidente Saied, la questione socio-economica continuerà a essere disattesa. In Tunisia, come altrove, la corruzione non è tanto l’ostacolo allo sviluppo, bensì una delle espressioni del modello di sviluppo consolidatosi, che sia a fini di estrazione della rendita o per racimolare le risorse necessarie alla sopravvivenza. Per quel tipo di rivoluzione, comunque la si intenda, non ci sono articoli costituzionali da attivare.

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