E’ giunto a conclusione la prima parte del processo alla ‘Ndrangheta in Emilia, con la comminazione di 42 condanne al processo denominato “Grimilde”.
E’ stato condannato a vent’anni di carcere un’ex consigliere comunale di Fdi a Piacenza e al termine del rito abbreviato, il giudice per le indagini preliminari Sandro Pecorella ha inflitto condanne per 217 anni complessivi di carcere.
Le pene più pesanti nonostante gli sconti del rito abbreviato a 20 anni di carcere a testa e vanno a Salvatore Grande Aracri detto “Calamaro”,41 anni, che è il nipote del boss Nicolino e Giuseppe Caruso, 60 anni, funzionario della Agenzia delle Dogane ed ex capogruppo in consiglio comunale a Piacenza per conto di Fratelli d’Italia.
Sono state emesse 42 condanne su 48 imputati e, appunto, 217 anni complessivi di carcere. Si è accertata la presenza di una una cosca di ‘ndrangheta in Emilia Romagna, con base proprio nel Comune di Brescello, il paese della saga di Guareschi di Don Camillo e Don Peppone, che si trova in provincia di Reggio Emilia.
Questa organizzazione criminale ha compiuto azioni illegali anche dopo il gennaio 2015, quando furono effettuati un centinaio di arresti che mise in ginocchio le famiglie mafiose di origine cutrese. Nel pomeriggio di lunedì 26 ottobre il giudice per le indagini preliminari Sandro Pecorella ha accolto l’impianto accusatorio e la quasi totalità delle richieste presentate dal sostituto procuratore antimafia Beatrice Ronchi.
Vi è stata in questa realtà un’alleanza funzionale a disegni criminosi tra gli uomini della ‘ndrangheta calabrese, che hanno messo le mani sulle attività economiche nel nord Italia, e le bramosie di ricchezza della politica locale.
Anche il fratello, Albino Caruso che era di un anno più vecchio di Giuseppe, ha avuto un’altra dura condanna a 12 anni e 10 mesi di reclusione. Il padre di Salvatore, Francesco Grande Aracri, invece, sarà giudicato con il rito ordinario in un processo che inizierà a Reggio Emilia nel mese di dicembre.
Vi sono altri membri della infinita famiglia Grande Aracri che è residente a Brescello e che sono condannati dal rito abbreviato, a cominciare dal capo dei capi Nicolino, che è stato coinvolto nella colossale truffa ad una azienda vinicola di Treviso, la Vigna Dogarina srl, alla quale la cosca Muto/Grande/Aracri ha sfilato tonnellate di vino mostrando credenziali false ed ad esempio con una fideiussione risultata falsa da tre milioni di euro apparentemente emessa dalla Banca Barclays nel 2013, mentre il milione di bottiglie di prosecco portate via sotto il naso agli amministratori della Dogarina erano vere.
Colpevoli per il giudice anche uno dei capi cosca di Aemilia, Alfonso Diletto che ha avuto 4 anni e 3 mesi, e i Muto di Brescello e Gualtieri, che è un’ altra grande famiglia di ‘ndrangheta colpita dalla sentenza e cha ha riportato quattro condannati per un totale di 22 anni di carcere.
La denominazione dell’inchiesta è appunto il cuore di Grimilde che evoca un “attrazione fatale” che seduce le imprese del Nord ad affidarsi alle ricette della ‘ndrangheta per superare situazione finanziarie e gestionali complicate.
Poi, c’è ad esempio una enorme fornitura di riso per oltre sei milioni di euro che la Riso Roncaia spa di Castelbelforte, in provincia di Mantova, deve consegnare alla Agea, l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, sulla base di un bando della Comunità Europea.
Questo riso che dovrà andare a popolazioni povere e bisognose non è in grado di effettuare la consegna in tempo, con la consegna di una tranche del 25% entro il mese di luglio 2015, rischiando così di perdere un accredito di 2,2 milioni di euro.
Tuttavia a risolvere il problema ci pensano Giuseppe Caruso e Salvatore Grande Aracri, che avevano già aiutato la società, in difficoltà finanziaria e gravata di debiti, ad ottenere linee di credito. Infatti Caruso, intercettato, si vanta addirittura di avere scomodato l’amministratore delegato di Unicredit Francesco Ghizzoni per risolvere il problema dei debiti della Roncaia.
Ma Ghizzoni ha sempre smentito ogni coinvolgimento in queste losche faccende. I capi di imputazione del processo e le condanne coinvolgono liberi professionisti emiliani con i loro servizi e prestanome del nord per le false intestazioni societarie, che interessano anche le due principali e importanti discoteche di Reggio Emilia, Italghisa e Los Angeles.
Naturalmente non può mancare il consueto corollario di minacce e intimidazioni, falsi e truffe, estorsioni e recupero crediti, furti e sfruttamento dei lavoratori.
In particolare si tratta di manodopera quali carpentieri e muratori che vengono reclutati dal vecchio boss Francesco Grande Aracri, che insegnava al figlio Salvatore come si possa ottenere il meglio dal caporalato e che andava persino in prima persona a Bruxelles per gestire le attività che travalicavano i confini.
Per tutti questi “affari” i mafiosi si avvalevano anche di una consulente del lavoro, per le loro intestazioni fittizie: Monica Pasini, originaria di San Secondo in provincia di Parma, condannata a due anni.
Alla Cgil, Cisl e Uil, e alle Camere del Lavoro di Reggio Emilia e Piacenza,che si sono costituite parte civili , il giudice Pecorella ha riconosciuto provvisionali per 100 mila euro ad organizzazione, in attesa delle cause di merito. Il risarcimento che è stato più cospicuo è a favore del Ministero dei trasporti e delle infrastrutture: 2,3 milioni di euro.
Un milione al Comune di Piacenza, 500mila euro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, 230mila euro all’Emilia Romagna e 110mila euro a testa ai comuni di Brescello e Reggio Emilia. Risarcimento del danno anche per l’associazione antimafia Libera e per diverse persone offese.
Confiscate infine 15 società e numerosi conti correnti bancari e postali. Appuntamento con il processo Grimilde a dicembre, quando le udienze si trasferirà a Reggio Emilia per il rito ordinario, con altri 36 imputati alla sbarra.
