Home Approfondimenti 2 Agosto 1980 Bologna: Una strage dai misteri infiniti

2 Agosto 1980 Bologna: Una strage dai misteri infiniti

by Rosario Sorace

Quarant’anni fa alle 10,25 di quel torrido 2 agosto 1980 una bomba fece esplodere la stazione centrale di Bologna sconvolgendo la città e l’Italia intera. Strage che portò alla morte di 85 persone (o forse 86 persone) e fu la strage più grave della storia delle Repubblica.

Circa la metà delle vittime non aveva neanche trent’anni e i giovani attentatori che risultarono dalle sentenze di condanna furono indicati in tre neofascisti: Valerio Fioravanti, 22 anni all’epoca; Francesca Mambro, 21; Luigi Ciavardini, nemmeno 18.

I tre giovanissimi erano aderenti ai Nuclei armati rivoluzionari e questi criminali “terroristi neri” commisero e rivendicarono omicidi di poliziotti, carabinieri, magistrati, avversari politici e persino di «camerati» accusati di tradimento.

Per questa strage si proclamarono sempre innocenti. Oggi c’è un quarto “presunto” esecutore e si chiama Gilberto Cavallini, altro neofascista, che il 2 agosto ’80 non aveva ancora compiuto 28 anni.

Per lui la condanna di primo grado è arrivata, niente meno, solo a gennaio del 2020. Ma c’è un quinto ipotetico attentatore che fu già inquisito e prosciolto ma che, adesso, è nuovamente imputato, che all’epoca dei fatti aveva 27 anni e si tratta di Paolo Bellini, naturalmente neofascista pure lui, ma che fece parte di Avanguardia Nazionale, un altro gruppo violento e pericoloso della destra fascista.

Ora gli inquirenti hanno chiesto per Bellini il rinvio a giudizio, e, in questa sanguinaria pagina della storia italiana, chissà quando ci sarà un processo con la prima sentenza.

Per altri sospettati siamo solo all’inizio dei procedimenti penali che, invece, devono ancora cominciare. La situazione si fa paradossale e incredibile per il fatto che i presunti mandanti, organizzatori o complici della strage, che sarebbero stati individuati al termine di un’indagine conclusasi all’inizio di quest’anno, sono tutti morti.

Si tratta di nomi “pesanti” e noti alle cronache giudiziarie che sono sempre comparsi nella storie più torbide e nefaste del secolo scorso e che sono Licio Gelli, scomparso nel 2015; Umberto Ortolani, che è morto nel 2002; Federico Umberto D’Amato, defunto nel 1996; Mario Tedeschi, già morto nel 1993.

Furono tutti iscritti alla Loggia massonica P2, un’associazione segreta che si ispirò a progetti di difesa esasperati del filo-atlantismo e di un anticomunismo assoluto che trovarono terreno di coltura in piena «guerra fredda» tra Est e Ovest e che condussero gli aderenti ad organizzare numerose trame occulte ed eversive con metodi poco ortodossi per impedire l’ingresso del Pci nell’area di governo.

Gelli fu il capo della P2 che, secondo le ultime accuse, avrebbe foraggiato gli stragisti con movimenti bancari dall’estero verso l’Italia; l’imprenditore Ortolani, invece, fu uno dei maggiori finanziatori della Loggia segreta, che avrebbe sostenuto e coadiuvato Gelli nell’impresa; Federico Umberto D’Amato, fu un funzionario di polizia giunto alla guida dell’Ufficio Affari riservato del Ministero dell’Interno, mantenuto in vita sino al 1974, e che fu una sorta di servizio segreto parallelo.

D’Amato lavorò, secondo l’accusa, sempre a stretto contatto con Gelli; infine Mario Tedeschi, parlamentare del Movimento sociale italiano, lo avrebbe aiutato attraverso gli articoli sulla rivista «Il Borghese», di cui fu il direttore.

L’ipotesi accusatoria è assai difficile da dimostrare oggi, anche perché non si può fare un processo a morti che non possono difendersi.

Poi si vedrà cosa uscirà a carico di Bellini e, persino, manco a dirlo, di un paio di altri imputati che sono accusati di depistaggio e che sono un ex carabiniere e un ex agente segreto che oggi è novantunenne. Se le accuse fossero vere la magistratura è ormai arrivata fuori tempo massimo.

Gelli, quando era in vita, fu condannato per un altro depistaggio che fu sempre legato alla strage di Bologna e in questa occasione fu aiutato dagli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci (pure lui affiliato alla P2) e Giuseppe Belmonte, e persino al «faccendiere» Francesco Pazienza.

Massimo Carminati, a suo tempo terrorista dell’estrema destra, passò nella criminalità comune, fino ad essere accusato di essere il capo di «Mafia Capitale», e che fu processato ma assolto per aver fornito un contribuito a quel depistaggio.

Questa accusa parte sempre dal teorema che si trattò di un atto terroristico da inquadrare nella «strategia della tensione» che si dispiegò dalla strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) a quella dell’Italicus (4 agosto 1974), con altri stragi quali quella di Peteano (31 maggio 1972), Via Fatebenefratelli a Milano (17 maggio 1973) e Piazza Della Loggia Brescia (28 maggio 1974).

Dopo queste stragi, iniziò la grande offensiva del terrorismo rosso degli “anni di piombo” delle Br al cuore dello stato che culminò nell’omicidio di Aldo Moro e che diede dei colpi drammatici alla vita democratica italiana.

Ritornando alla strage di Bologna si è indagato da decenni per accertare i legami tra gli esecutori e i mandanti, e sono via via uscite le più disparate ipotesi con collegamenti niente meno con la strage di Ustica del Dc9 precipitato in cui morirono 81 persone nel giugno del 1980.

Poi tutti fatti collegati con il terrorismo medio-orientale, di cui furono trovate tracce alla stazione, seguite solo in parte e, successivamente, archiviate dagli inquirenti bolognesi, che furono più che convinti della responsabilità dei giovanissimi neofascisti.

Ci furono anche strane e singolari teorie che furono avanzate dallo stesso Gelli e dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che fu all’epoca della bomba capo del governo, su un attentato che avvenne per un tragico errore.

Dissero che qualcuno trasportava una valigia di esplosivo che, secondo Cossiga, furono «amici della resistenza palestinese» di passaggio in Italia e che per sfortuna a causa di un mozzicone di sigaretta provocò il disastro.

Quest’ultima sembra ancora oggi una spiegazione banale e puerile per l’atto di terrorismo più grave verificatosi nel dopoguerra nell’intera Europa occidentale.

Fu creato anche a favore di Fioravanti e Mambro un comitato di difesa al tempo dei processi, a cui aderirono diversi esponenti della sinistra tra cui l’ex terrorista rosso di Prima linea Sergio D’Elia che fu presidente di un’associazione contro la pena di morte “Nessuno tocchi Caino” per cui, oggi, lavorano i due ex terroristi neri.

Ci furono anche figure come quella del neofascista veneto Massimiliano Fachini, che all’epoca dei fatti aveva 38 anni, che uscì assolto dall’accusa di aver procurato l’esplosivo, così come venne assolto Sergio Picciafuoco, che fu l’unico certamente presente alla stazione il 2 agosto perché rimasto ferito.

Misteri su misteri in cui la verità completa su fatti così gravi in Italia sembra una chimera. Tuttavia bisogna ammettere che la tesi di una nuova «strategia della tensione» non appare del tutto convincente.

Il quadro politico di quella fase storica era completamente diverso e, dopo il delitto Moro, il partito comunista non ebbe più possibilità di entrare nell’area di governo.

Il Paese visse gli anni cruenti del terrorismo di sinistra che seminò paura, angoscia e preoccupazione per la vita democratica e civile.

Dopo quarant’anni, comunque, non si è riusciti a capire se vi sono mandanti e restano ancora dubbi sul reale movente.

Il nuovo imputato Paolo Bellini è un altro personaggio inquietante e misterioso, che aderì da giovane al neofascismo e uccise un giovane militante di Lotta continua per, poi, diventare un killer di ‘ndrangheta, nonché informatore dei carabinieri e in contatto con i mafiosi esecutori della stragi di mafia del 1992-93.

Oggi si dichiara «pentito» proclamando la sua innocenza per l’attentato del 2 agosto. Tra i segreti ancora irrisolti della strage di Bologna vi è l’esatto numero delle vittime che è stato uno dei rebus emersi proprio nel corso dell’ultimo processo a carico di Cavallini.

In questa occasione è stata riesumata la salma di Maria Fresu ed è stato stabilito, con l’esame del Dna, che i resti esaminati dai periti non appartengono alla donna che, a questo punto, potrebbero essere, quindi, di qualche altra vittima presente nell’elenco ufficiale, finiti per errore nella bara sbagliata.

Ma non sono stati eseguiti altri raffronti e, cosi, è spuntato un nuovo insolubile mistero. Plausibilmente potrebbe essere una nuova vittima, di cui però nessuno ha mai denunciato la scomparsa? Potrebbero essere resti di un attentatore o attentatrice vittima dell’esplosione, come da sempre ipotizzano le difese dei condannati? Una vicenda complessa e ingarbugliata di una storia ancora da definire e che non è ancora finita, ma che sembra quasi infinita.

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