Scajola definisce il G8 di Genova uno dei capitoli più oscuri della Repubblica

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Claudio Scajola, ministro dell’Interno durante il G8 di Genova nel 2001, definisce quegli eventi «alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica» ma respinge l’idea che il governo abbia autorizzato una sospensione delle regole. L’ex ministro racconta le decisioni prese a ridosso del vertice, le criticità di ordine pubblico e il peso degli sviluppi successivi.

Le scelte di sicurezza nelle settimane precedenti

Scajola ricorda che il nuovo governo, insediatosi da circa un mese, mantenne i piani di sicurezza predisposti dall’esecutivo precedente. Per questo motivo non si decise di modificarli, nonostante la complessità dell’appuntamento.

I fattori di rischio, secondo l’ex ministro, erano molteplici: la vittoria di Silvio Berlusconi in maggio, la prima uscita internazionale del neo-eletto presidente George W. Bush e il primo G8 con la partecipazione di Vladimir Putin. In quella fase arrivò anche un’informativa che citava per la prima volta il nome di Osama Bin Laden in relazione a un possibile attentato, circostanza che indusse a provvedimenti straordinari anche sul traffico aereo.

Scajola sottolinea che gli eventi dell’11 settembre, due mesi dopo, confermarono la prudenza delle misure adottate.

La gestione dopo la morte di Carlo Giuliani

Quando arrivò la notizia della morte di Carlo Giuliani, Scajola afferma di aver operato dal Viminale giorno e notte seguendo l’evolversi della situazione.

Racconta di aver avvertito il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora impegnati al vertice. Riporta le loro parole: «Coraggio hai fatto il possibile» da Ciampi e «Fatti forza» da Berlusconi.

Diaz e Bolzaneto: la critica alle risposte delle forze dell’ordine

Su quanto avvenuto alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, Scajola evita giustificazioni di principio. Richiama le parole della Cassazione che parlò di un «clima di completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto» in relazione a Bolzaneto.

«Nessuna tensione di piazza può giustificare le derive di Bolzaneto e della Diaz», dichiara. A suo avviso la violenza contro le forze dell’ordine fu reale e criminale, ma la reazione fu intollerabile e lontana dal concetto di Stato di diritto. Queste azioni, aggiunge, hanno avuto un «giusto seguito in sede giudiziaria».

Fiducia pubblica e formazione delle forze dell’ordine

Alla domanda sul danno d’immagine per la polizia dopo casi di prove false mostrate ai giornalisti, Scajola difende l’importanza del rispetto verso le forze dell’ordine, pur riconoscendo la necessità di rivedere la loro formazione per eventi così complessi.

Ribadisce che il governo precedente al vertice aveva già realizzato sforzi formativi, ma ammette che nel 2001 la preparazione era meno avanzata rispetto agli standard odierni. Inoltre, denuncia che il clima di paura creato nelle settimane antecedenti non contribuì a migliorare la situazione.

Zona rossa, responsabilità e conseguenze politiche

Sulla possibilità che fosse autorizzato l’uso delle armi in caso di violazione della Zona rossa, Scajola afferma che la sua posizione è sempre stata netta. La zona era prevista come invalicabile per tutelare capi di Stato e migliaia di cittadini genovesi. Ci fu richiesta di maggiore attenzione, ma «nessuna autorizzazione diversa».

Nel complesso, giudica quelle giornate «drammatiche per tutti»: residenti, forze dell’ordine e manifestanti. Sottolinea che molti dei ragazzi accorsi non erano nemici, ma rappresentavano una voce democratica contraria al vertice.

Infine, sul peso politico del G8, Scajola osserva che gli effetti in termini di agenda furono rapidamente sovrastati dall’attentato alle Torri Gemelle, avvenuto poche settimane dopo. Rimangono però, conclude, «molte domande dell’epoca inevase», con conseguenze che continuano a farsi sentire.

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