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Salvo Andò: “I dilemmi del Cavaliere”

by Rosario Sorace

Il futuro del centro destra italiano è minacciato da gravi tensioni interne dopo le sconfitte elettorali delle amministrative nelle grandi città e, soprattutto, per la persistenza di posizioni diverse, con Forza Italia e la lega al Governo e Fratelli d’Italia relegata all’opposizione.

C’è il rischio che la coalizione si sfarini e si sfaldi di fronte ai prossimi appuntamenti politici ad iniziare dall’elezione del Presidente della Repubblica.

Ci sono posizioni nuove ed interessanti anche all’interno di Forza Italia espresse dal trio Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna che stanno esprimendo disagio, se non dissenso, verso questa alleanza di centro destra.

Abbiamo aperto un ragionamento di analisi con Salvo Andò su questi temi. Quali movimenti si colgono oggi nello schieramento di centro destra?

Berlusconi pare essere sempre più in difficoltà di fronte al crescente nervosismo di un folto gruppo di dirigenti di FI. Nel partito infatti c’è chi vuole andare sempre più a destra collocandosi all’estrema destra, con la Meloni, e c’è chi ha già fatto questa scelta abbandonando il Cavaliere.

C’è chi vuole restare al centro per fare il centro dei centri; e c’è chi vuole stabilire un rapporto di collaborazione con i progressisti per fare partito che sia liberal-democratico e socialista.

Si tratta di troppe opzioni in campo per un partito che viaggia tra il 6 ed il 7%,che il cavaliere vuole mantenere in vita per non rinunciare al ruolo di federatore del centro destra, una volta perduto il ruolo di capo indiscusso dello schieramento alternativo alla sinistra.

La verità è che Berlusconi, da sempre abituato ad avere troppe parti in commedia pur di non sentirsi vincolato al rispetto di una precisa identità politica, non può più permettersi una politica dalle identità variabili, a la carte, a secondo delle sue necessità contingenti, come quella che poteva fare da capo indiscusso del più grande partito italiano, FI.

Ai tempi d’oro della sua discesa in campo era solito dare la benedizione a tutti i reduci dei vecchi partiti del pentapartito, a tutti gli sbandati della Prima Repubblica, cercando di svolgere il ruolo di stella polare di un mondo politico sfiancato da tangentopoli, che rischiava di disperdersi definitivamente e che Forza Italia voleva invece riciclare collocandolo in un fronte dei moderati che il Cavaliere concepiva a geometria variabile.

Berlusconi era solito spiegare, di volta in volta, quando partecipava alle riunioni organizzate dai socialisti, dai socialdemocratici, dai liberali, dai repubblicani, dai democristiani decisi a non dimenticare, sempre più smarriti, che era lì presente perché sentiva di appartenere a ciascuna di quelle famiglie.

In questo modo il partito di Forza Italia da tanti veniva vissuto come una vera e propria scialuppa di salvataggio sulla quale salire per tentare la sopravvivenza, senza chiedersi quale fosse la natura di quel partito, vagamente anticomunista, quale fosse l’idea di paese che portava avanti.

Questo è il dato della memoria storica dell’ultimo trentennio in cui magari Berlusconi era un po’ ruffiano per accaparrarsi il consenso di queste aree politiche. Adesso cosa si intravede all’orizzonte?

Di fronte al rischio di deflagrazione del partito che si annuncia, tenuto conto delle fughe che già ci sono state e di quelle che si profilano all’orizzonte, il cavaliere è costretto a difendere il ruolo di Forza Italia precisandone l’identità politica, spiegando che pur essendo debole elettoralmente rimane pur sempre un punto di riferimento in grado di dare ordine a un sistema politico tumultuoso, rissoso.

Adesso la questione identitaria serve al cavaliere per svolgere il ruolo di punto di riferimento dei moderati, anche di quelli che votano per partiti diversi, da quelli di centro destra.

FI non è più un grande partito, non è in grado di regolare con i suoi numeri il gioco politico. Al Cavaliere non è rimasto che il ruolo auto assegnatosi di federatore del centrodestra, insomma di garante della tenuta della coalizione. E’ il solo ruolo che gli consentono i suoi sodali elettoralmente più forti.

Il Cavaliere, tuttavia, ritiene costoro inaffidabili soprattutto agli occhi dei moderati italiani e dei leader delle grandi famiglie europee. Insomma, ancora ritiene che il suo avallo sia necessario perché Salvini e Meloni possano interloquire con l’Europa politica che conta.

Spiega che ancora può essere garante dell’affidabilità politica dei partiti ”grandi” del centro destra che mettono insieme un consenso 6 o 7 volte più grande di quello Forza Italia.

Dunque Berlusconi modifica il suo ruolo politico nell’ambito della coalizione?

In sostanza si candida a diventare il saggio che consiglia moderazione ad alcune tribù politiche che non hanno titoli di nobiltà e che certamente a livello europeo trovano scarsa accoglienza tenuto conto anche delle caratteristiche che costoro presentano di uno spiccato antieuropeismo.

Forte di questo ruolo si qualifica come continuatore della lezione politica trasmessaci dai padri fondatori della Repubblica, quasi tutti, comunisti esclusi.

Spiega che le grandi tradizioni politiche che hanno dato vita alla Repubblica e alla costituente rappresentano il patrimonio culturale su cui si fonda il suo partito. Forza Italia esiste perché, dice il Cavaliere, è riuscita a portare a sintesi queste culture.

Tuttavia pare che oggi, a differenza dei tempi in cui nessuno gli rinfacciava le ambiguità insite, dopo la nascita di Forza Italia nell’alleanza tra liberali, postfascisti e leghisti, FI non è più il piatto ricco in cui tutti si volevano ficcare.

Adesso, a cominciare dai sodali di Berlusconi, Meloni e Salvini, la presenza del Cavaliere è sicuramente gradita, ma nessuno di loro è disposto a riconoscergli il ruolo di guida politica.

Ciò si riflette pesantemente all’interno del partito di Forza Italia dove tanti cercano di posizionarsi in modo tale da potersi garantire un futuro politico.

E’ prevedibile che il Cavaliere si troverà sempre più in difficoltà con i suoi, soprattutto se il processo di radicalizzazione del centro destra andrà avanti e il ruolo di FI risulterà sempre meno incisivo.

C’è sempre il richiamo a illustri figure del passato per giustificare certe giravolte politiche. Non si tratta a di uso disinvolto di tradizioni politiche per autolegittimarsi e che, poi, non c’entrano nulla con la situazione attuale?

A poco vale invocare (abusivamente)De Gasperi, Saragat, La Malfa, come riferimenti politici e culturali dell’originario progetto di Berlusconi nel momento in cui questo centrodestra pare sempre più sbandare verso la destra estrema, tollera la presenza infestante della destra nera, incolta e violenta, fa proprio un catechismo nazifascista fondato sul razzismo, sul nazionalismo più becero, sul mito della violenza politica di fronte al quale le idee soccombono, su un antieuropeismo che evoca le invettive del nazifascismo contro la perfida Albione.

A poco serve evocare i padri della Repubblica di cui il Berlusconi vuole raccogliere l’eredità che sono stati i nemici del fascismo e fautori di un primato della politica che Meloni e Salvini liquidano come anticaglia.

Spiegano che le popolazioni per vivere bene si devono affidare ad uomini della provvidenza, possibilmente prepotenti ed ignoranti.

Insomma, i padri della patria di cui Berlusconi vuole raccogliere l’eredità non hanno nulla a che vedere con quelli che sono oggi i suoi compagni di ventura.

Il Cavaliere se vuole accostarsi a tradizioni politiche estranee alla sua storia politica deve quanto meno sapere tenere a bada i suoi attuali sodali, imbarazzanti anche per le pessime frequentazioni che intrattengono con leader che rappresentano il peggio della destra europea.

Che futuro attende Fi che, comunque, oggi appare in disarmo?

Si tratta di ridefinire insomma lo spazio politico di FI. Operazione ardua, considerato che i posti giusti nel campo dei moderati sono già tutti occupati e che, quei padri fondatori a cui si richiama, tra loro, duellavano anche duramente su valori e tradizioni politiche di riferimento, senza però mai scambiarsi accuse che riguardavano conflitti di interesse e senza mai manifestare nostalgie verso il ventennio vissuto come una sciagura per l’Italia.

Il Cavaliere ha presentato Forza Italia come un partito di centro che svolge il ruolo di mediazione fondamentale tra gli interessi in conflitto, in una società frammentata come quella italiana, che un tempo era in grado di svolgere la Democrazia Cristiana.

Insomma, sotto questo profilo ambisce ad essere continuatore della tradizione democristiana. FI deve, comunque, fare una scelta di campo sul terreno identitario, visto che la fase di incantamento del paese per il Cavaliere si è ormai da tempo conclusa, è che l’immagine del partito risulta sempre più incolore e il suo ruolo politico sempre più irrilevante, nonostante il gran da fare che sembra esprimere il “democristianissimo” Gianni Letta per veicolare efficacemente la figura del cavaliere nei palazzi del potere e tutelarne gli interessi.

Non ti sembra imbarazzante contradditorio questo attivismo per incantare i moderati e, poi, stare al seguito della Lega e della Meloni che lisciano il pelo all’estremismo di destra?

Salvini e Meloni costituiscono un peso troppo grande da sopportare per un partito che dovrebbe essere votato dai moderati.

Insomma costituiscono una remora non da poco per consentire al Cavaliere di essere inserito nel gotha degli statisti che hanno fatto l’Italia.

Sono questi sodali, mal tollerati dai leader del Ppe; questi compagni di strada rendono Berlusconi lontanissimo per cultura politica dai leader dalle tradizioni e dai leader a cui vuole tenacemente accostare la propria immagine.

Quei leader Dc erano antifascisti, fortemente europeisti, si battevano per il primato dei diritti umani essendo si anticomunisti ma giammai praticavano aperture a destra che potessero mettere in discussione l’identità cristiana e liberaldemocratica della Dc.

I democristiani di De Gasperi erano quelli che hanno detto di no al Papa, il quale per scongiurare un’amministrazione comunista al comune di Roma, sollecitava un’alleanza della Dc con i fascisti, patrocinata anche da Sturzo.

È sempre quella Dc fece fallire negli anni 60 la formazione del governo Tambroni che si reggeva sul sostegno parlamentare garantito dai missini.

Vi fu una vera e propria sollevazione delle piazze, non solo nelle piazze di sinistra, con il risultato che 3 ministri si dimisero subito dopo la fiducia ed altri 7 annunciarono le loro dimissioni subito dopo e prima ancora che il governo si presentasse al Senato.

Rispetto a queste tradizioni il Cavaliere, con il suo pragmatismo dettato anche dai conflitti di interesse mai risolti, si colloca agli antipodi essendo il protagonista indiscusso di una stagione politica in cui affari privati e affari pubblici presentavano un intreccio spesso inestricabile.

Allora pensi che sia possibile che Berlusconi possa rompere il patto di coalizione e iniziare a perseguire le linee guida prospettate da alcuni suoi dirigenti in contrasto con l’attuale alleanza?

Oggi il cavaliere vuole dare un’identità a Forza Italia per dimostrare che il partito per la sua vocazione centrista condivide in pieno la politica di Mario Draghi, che è insostituibile per superare l’emergenza in cui si dibatte il paese soprattutto per rilanciare l’economia.

E tuttavia, in tanti in Fi sono impegnati a sostenere Draghi e nel contempo devono fare i conti con una doppia ubbidienza.

Da un lato infatti Berlusconi vuole garantire il successo della linea di questo governo, dall’altro vuole tenere insieme il centro destra.

Ma nel centro destra c’è Salvini che manifesta impazienza verso il modo di procedere del governo, che non accetta le riforme bandiera che servono al suo partito per guadagnare visibilità, ma non servono certo all’interesse generale, anzi pregiudicano il futuro del Paese, e c’è anche la Meloni fortemente ostile al Presidente del Consiglio e al governo perché bolla come inefficace o addirittura pericolosa ogni iniziativa presa dal premier.

Eppure il Cavaliere continua a garantire che il centro-destra sarà compatto non solo in occasione degli appuntamenti elettorali, ma anche in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica pur essendo una parte del centrodestra schierata con il governo e una parte all’opposizione.

La verità è che il Cavaliere vuole continuare a svolgere il ruolo di federatore del centrodestra, ritenendo di essere il solo che può mediare le macroscopiche divisioni che si registrano all’interno di questa alleanza, nonostante il suo peso elettorale si sia ridotto in modo rilevante.

C’è da capire se il Cavaliere crede davvero nella tenuta del centro destra in prospettiva o se si tratta solo di rassicurazioni di facciata necessarie per continuare a coltivare le ambizioni quirinalizie che continua a manifestare.

Per essere un candidato credibile, aggregando una larga maggioranza, deve dimostrare in Parlamento e fuori che l’intero centro destra è con lui ed è disposto a sostenerlo costi quel che costi.

Vista la situazione interna di Forza Italia pare certo che dopo l’elezione del presidente della Repubblica, appuntamento in relazione al quale il cavaliere ambisce ad avere un ruolo da protagonista, o promuovendo se stesso o, come è probabile, vista l’impossibilità di una sua candidatura, risultando comunque decisivo per eleggere una personalità che risulti dal punto di vista dei suoi interessi affidabile, e, quindi, difficilmente la situazione interna di Forza Italia potrà rimanere così com’è, con un gruppo dirigente che si prepara ad andare nelle direzioni più diverse pur di salvarsi.

Hai chiarito che Berlusconi questa volta non vuole rimanere fuori dai giochi sulla Presidenza della Repubblica come peraltro è avvenuto in occasione dell’elezione di Mattarella.

E’ prevedibile che Berlusconi, dopo l’elezione presidenziale, cercherà di avere le mani libere per tessere la sua tela.

Cercherà di continuare ad avere un ruolo rilevante all’interno della maggioranza di governo, sia essa quella che sostiene Draghi o altra maggioranza che si verrà a formare in questa legislatura.

Il declino di Salvini certo lo avvantaggia, perché nella misura in cui favorisce le ambizioni della Meloni che nei sondaggi ha scavalcato la Lega, rende improponibile una candidatura dell’estrema destra alla guida del governo.

Coloro che all’interno di Forza Italia ormai chiedono di affrancarsi dall’invadenza dei sovranisti esercitata su tutto il centrodestra, avranno argomenti convincenti per mettere in discussione l’equilibrio della coalizione o addirittura per fare scelte radicali che portano come auspica Brunetta al formarsi di un centro liberaldemocratico che vede cooperare insieme nel governo del paese laici, socialisti e liberali.

Le elezioni amministrative hanno reso credibile questo scenario e hanno dimostrato che è possibile un mutamento di scenario politico che passa anche attraverso una ricollocazione di Forza Italia in una area autenticamente centrista.

Se ciò è vero saranno sempre più coloro che nel partito del Cavaliere rifiuteranno di farsi arruolare da Salvini e Meloni per progettare una svolta politica che potrebbe portare alla formazione di una maggioranza Ursula, una maggioranza simile a quella che si è formata nel Parlamento, e, quindi, una straordinaria opportunità può essere fornita a Forza Italia.

Si tratta nei prossimi mesi di allentare la morsa in cui l’estrema destra, dentro cui opera anche la destra nera, quella eversiva, cerca di stringere in modo asfissiante il partito del Cavaliere.

Ma perché ciò avvenga occorre un chiaro progetto politico. Si tratta di progettare insomma una svolta politica che potrebbe essere favorita dall’approvazione della nuova legge elettorale, una volta eletto il presidente della Repubblica, che consenta un ritorno al proporzionale, liberando il partito del Cavaliere dal vincolo posto da un maggioritario costrittivo.

Insomma, se ciò dovesse accadere, il partito centrista vagheggiato da tanti forzisti potrebbe nascere invocando lo stato di necessità costituito dalla esigenza di poter avere un buon rapporto con l’Europa che certo non dia l’impressione di una coalizione di governo a trazione neofascista.

Il quadro oggi sembra molto confuso con mosse e contromosse che annunciano anche possibili colpi di scena e mutamenti repentini.

In sostanza a Berlusconi si lascia tutte le porte aperte. Con i suoi ministri si dimostra il più leale dei leader politici verso Draghi.

Contestualmente si muove con quelli del centro destra per rilanciare la coalizione soprattutto dopo la battuta d’arresto che ha subito alle amministrative.

Il Cavaliere non dirà mai che l’alleanza di centro destra cosi com’è non ha un futuro; dirà che va riorganizzata trovando un punto di riequilibrio in un leader che guardi al centro.

Questo è ciò che gli stanno chiedendo con una certa impazienza i forzisti vicini a Draghi. Sembra che la convivenza con Draghi abbia creato nell’ala governativa di Forza Italia un clima che favorisce l’emancipazione di coloro che stanno nel governo per conto del centrodestra ma non tollerano le derive sovraniste che nel centrodestra sono prevalenti.

Costoro non fanno mistero della determinazione con cui intendono lavorare per rafforzare l’azione del centro destra a trazione moderata all’interno dell’esecutivo, ma anche all’interno del partito.

Il che significa che sarà, nonostante le reiterate dichiarazioni di fedeltà al centro- destra, sempre più difficile la convivenza con Salvini, abituato a considerare il partito una sua proprietà personale- in questo mutuando il modello Berlusconi- a cui imporre dei diktat con i quali vuole fare e disfare nel giro di poche ore, creando tensioni all’interno del governo.

Forza Italia sembra comunque oggi il partito più convinto nel sostenere l’azione di Draghi.

Pare insomma che ”Forza Italia di governo” rappresenti ormai una sorta di zoccolo duro della coalizione di cui il premier Draghi può fidarsi ciecamente.

Il che comporta anche che nessun forzista esplicitamente sconfesserà Berlusconi che ama presentarsi come un sostenitore del bipolarismo, senza se e senza ma, e che rifiuta una trazione sovranista del centrodestra che magari il cavaliere è disposto ad accettare.

Berlusconi non può essere legato al bipolarismo del maggioritario costi quel che costi se è convinto che solo una destra a trazione moderata può pensare di vincere le elezioni.

La scelta del bipolarismo inoltre non è certamente una scelta ideologica se si pensa che i governi Berlusconi si sono retti sulle trasmigrazioni di parlamentari (comprati spesso), che, addirittura, venivano definiti responsabili in quanto protesi a garantire la governabilità.

Insomma, sin dalla sua discesa in campo, il bipolarismo per il Cavaliere è stato un valore da preservare fintantoché conveniva a Forza Italia.

Ma quando Berlusconi afferma che il suo partito è una sintesi delle grandi tradizioni politiche che hanno governato il paese nel dopoguerra, quella cristiana, quella liberale, quella riformista; non può non ammettere che queste tradizioni non sono state mai aperte al bipolarismo e al maggioritario pur di realizzare un’alternanza destra-sinistra.

Il ragionamento che Berlusconi oggi fa sul valore del bipolarismo e sulla natura di Forza Italia come sintesi dei grandi partiti della Repubblica, è strumentale ed anche ingenuo. Dimentica che quei partiti avevano una precisa identità, non negoziabile, alla quale tenevano moltissimo.

Oggi vuole evitare altre fughe, sconfessando chi sogna un partito che metta insieme liberali, progressisti, laici e libertari, e spiegando che questo partito c’è già ed è Forza Italia.

Ma ciò che il Cavaliere non pare voler comprendere è che i partiti della Repubblica si dividevano su molte cose che riguardavano la politica interna e la politica estera, ma l’idea di una civiltà repubblicana ed antifascista che non poteva essere stravolta accumunava quei leader.

Queste personalità erano filoccidentali e anticomunisti o acomunisti, ma erano soprattutto antifascisti al punto di avere scritto in costituzione che un partito fascista non poteva nascere, e si sono comportati di conseguenza mobilitando anche la piazza tutte le volte in cui si voleva dare una legittimazione repubblicana ai post fascisti che si organizzavano sotto mutale spoglie.

I padri della patria inoltre erano autentici europeisti e non avrebbero mai accettato un europeismo soltanto tattico, cioè temperato da quote di sovranità che ne stravolgessero il senso.

Da questi punti di vista in Europa da tempo il vento sembra cambiato e sembra più sfavorevole ai sovranisti delle destre del continente.

In Europa stanno cambiando molte cose e il Cavaliere certamente non vuole essere spiazzato nei rapporti che intrattiene con il partito popolare, e quindi, con molti uomini di governo espressi da questo partito nei diversi paesi, a causa del razzismo, del sovranismo, dell’antieuropeismo di cui menano vanto i suoi alleati.

Molte cose stanno cambiando in Europa e la svolta a destra che si pensava come imminente sicuramente non ci sarà a giudicare dai risultati elettorali delle elezioni politiche svoltesi in diversi paesi europei.

E in ogni caso soprattutto il Partito Popolare Europeo pare sempre più determinato a fermare il sovranismo con tutti gli strumenti disponibili, addirittura ritenendo che un sovranismo dal forte tratto nazionalista sia incompatibile con l’Ue e vada sanzionato nell’unico modo possibile, cioè, attraverso penalizzazioni che riguardano le risorse che l’Europa riconosce agli stati membri.

Berlusconi che fiuta il vento con incredibile destrezza. Non avrà difficoltà nello spiegare all’opinione pubblica, magari dopo l’insuccesso che la sua candidatura alla presidenza della Repubblica registrerà, che Forza Italia non può stare al governo con Draghi e subire contemporaneamente i diktat di Salvini Meloni.

Cercherà in sostanza di intercettare un’offerta giusta, sol che se ne presenti l’occasione, per mollare sia l’uno che l’altro, magari spiegando che i tempi sono maturi per organizzare il grande partito centrista che muova dall’esperienza di Forza Italia per realizzare una sorta di nuova Dc.

Probabilmente aspetta un’offerta giusta che gli consenta di tutelare ancor meglio i propri interessi, per tentare di movimentare la scena politica spiegando ancora una volta che di lui non si può fare a meno per garantire la governabilità.

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