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REALTÀ ECONOMICHE E RISTRUTTURAZIONI POLITICHE

L’economia cresce, la povertà resta. La sinistra alla ricerca di un’identità.

by Bobo Craxi

Il “rimbalzo” dell’economia italiana che supera di poco le previsioni del FMI e che ci ha fatto crescere in percentuale più della Cina è un fatto abbastanza impressionante, segno della solidità della capacità produttiva del nostro Paese, della laboriosità del suo popolo al netto della arretratezza dei nostri fondamentali e delle vistose lacune strutturali nonché dei divari crescenti e permanenti fra aree del paese e classi sociali.

In questo contesto si inserisce la “ristrutturazione” del sistema politico, posto che non è affatto ridimensionato il vuoto generato dalla lunga transizione fra la cosiddetta prima e seconda (o terza) Repubblica, che non si sono sono che accennate riforme del sistema se non in termini di ridimensionamento e tagli dei presidi istituzionali previsti dalla Costituzione e della farraginosità incomprensibile dei sistemi elettorali mutati quattro volte in trent’anni senza riuscire a dare alla rappresentanza democratica una regolarità di fondo e senza rigenerare il sistema dei partiti in perenne gravidanza isterica di nuove formazioni di centro, di destra e di sinistra.

Si inserisce così l’affermazione della destra italiana, con la fine prossima dell’esperienza del contenitore Forza Italia si fa largo attraverso la guida meloniana il tentativo di generare quel che in Italia non vi fu mai nell’epoca moderna, ovvero un partito della “conservazione”; una versione moderna del blocco liberale reazionario che guidò nei primi dello scorso secolo l’Italia e si ripropose, sotto forma di regime totalitario, con l’esperienza del ventennio fascista.

La sinistra è stata tanta parte della politica italiana, nasce come movimento sostanzialmente “sindacale” si trasforma in movimento politico “rivoluzionario” o “riformista” a seconda delle fasi storiche.

Rappresenta la parte più inquieta di un paese complesso e quando si adagia al potere governando in compromesso con le aree moderate una volta sconfitta ritorna ad essere inquieta.

Quando si allea con le aree reazionarie golpiste come avvenne durante la rottura democratica del 92-93 ne ricava un incentivo alla possibilità di governare in forme perenni, così è avvenuto, ma snatura la ragione stessa della sua esistenza che deve essere vocata al cambiamento dello stato delle cose e non alla sua conservazione.

In un certo senso la disfida per il cambiamento del Partito Democratico, ovvero la più grande forza, residuale, della sinistra italiana contiene questi elementi essenziali di una discussione che sembra riportarli al punto di partenza.

Una forza della sinistra esiste per determinare un cambiamento della società ma deve essere anche in grado di esprimere ed avere un punto di vista ed una visione d’insieme della società che Poggi sul realismo.

La globalizzazione e le sue contraddizioni sono esistite anche quando il Partito Democratico ha dominato la scena politica italiana, produceva le medesime diseguaglianze e non si ricordano analisi di struttura così taglienti verso l’orizzonte globalista, anzi.

Che la sinistra nel mondo abbia scelto una via più radicale nel contrasto alla saturazione del modello della globalizzazione capitalista non significa che necessariamente si debba rinunciare a “governare il cambiamento” e non subirlo.

Sono scese nell’agone due personalità che provengono dalla Regione Italiana che ha visto il dominio del pci e dei suoi epigoni per oltre mezzo secolo.

Da un lato la rassicurante versione della buona amministrazione tosco-emiliana e dall’altra l’emblema dell’inquietudine generazionale rappresentata da Ely Shlein (lo stesso assalto al cielo una decina di anni fa lo rappresentò una giovane leader che poi fece il presidente di Regione in Friuli); alle spalle si stagliano le figure correntizie che rappresentano il potere “reale” del partito immaginato da Veltroni come versione italiana del Partito Democratico Americano ed oggi di quella vocazione ne rimane che uno scheletro spolpato da troppa consuetudine al potere ed estenuato dalle rotture e scissioni interne.

La giovane candidata dice che è necessario comprendere quale sia il “blocco sociale” di riferimento e definire quale sia “l’identità” del PD; in altri termini siamo all’anno zero di una forza politica che è la fusione di ciò che restò dopo mani pulite della dc e del pci; e che anni di maquillage non hanno contribuito a definirne forme e contenuti.

In questa condizione si allargano gli spazi per populisti di tendenza progressista e per riformisti socialdemocratici liberali, almeno nella rappresentanza politica.

Per quanto riguarda il governo della Nazione i conservatori reazionari possono proseguire una placida navigazione, tentare persino fughe in avanti neo-autoritarie, ed osservare come il Paese reale, persino senza governo, sia riuscito a crescere economicamente in tempo dannato di crisi. Senza che nessuno possa attribuirsi il merito; il merito è degli italiani.

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