Home Cronaca “Non è diffamazione scrivere che la Fininvest pagava la mafia”

“Non è diffamazione scrivere che la Fininvest pagava la mafia”

by Rosario Sorace

Vi è stato un processo per diffamazione finito in Cassazione intentato dalla Fininvest contro gli autori del libro, “Colletti sporchi” in cui si affermava che la società di Silvio Berlusconi pagava la mafia.

Ora i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che la Fininvest non è stata diffamata in un iter giudiziario durato ben sette anni.

Infatti vi erano state già le sentenze di assoluzione in primo grado, poi anche in appello che davano ragione agli autori del libro.

Adesso la Cassazione ha respinto il ricorso finale della Fininvest contro il magistrato Luca Tescaroli, il giornalista Ferruccio Pinotti e la loro casa editrice, La Res Libri, che sono appunto i tre accusati di diffamazione.

Nel libro “Colletti sporchi“ gli autori avevano “evocato il coinvolgimento di Fininvest nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa”.

Avevano riportato le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi che riferiva di “versamenti periodici di somme a titolo di contributo effettuati a Cosa Nostra da persone fisiche appartenenti al gruppo Fininvest”.

Nel libro sosteneva l’esistenza di “rapporti con i vertici della Fininvest” che erano stati stabiliti con i capi mafia siciliani,  contatti che  “Totò Riina si era attivato per coltivare personalmente”.

Quindi si constatava “la commistione della Fininvest con la mafia”. Il collaboratore di giustizia Cancemi aveva rivelato nel processo sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio che “appartenenti al gruppo Fininvest versavano periodicamente 200 milioni di lire a titolo di contributo a Cosa Nostra”.

Riina si era attivato dagli anni 1990-91, per coltivare direttamente tali i rapporti con i vertici della Fininvest e lo stesso Riina, nel 1991, aveva riferito“ a Cancemi  “che Berlusconi e Marcello Dell’Utri erano interessati ad acquistare la zona vecchia di Palermo e che lui stesso (Riina) si sarebbe occupato dell’affare, avendo i due personaggi  ‘nelle mani’”.

La Cassazione ha ora ulteriormente confermato la “verifica dell’avvenuto esame, da parte del giudice del merito, della sussistenza dei requisiti della continenza, della veridicità dei fatti narrati e dell’interesse pubblico alla diffusione delle notizie”,  nonché  “della congruità e logicità della motivazione”.

E quindi al termine di questo esame effettuato in profondità, ha respinto il ricorso della Fininvest e l’ha condannata a pagare le spese.

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