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Draghi: Fine dell’incantesimo?

by Nico Dente Gattola

Arrivato a Palazzo Chigi nel gennaio del 2021, con una pandemia ancora in corso, per circa un anno Mario Draghi ha dato l’impressione di poter reggere il peso del governo, riuscendo con il suo prestigio a mantenere a galla il Paese.

Dalla gestione della campagna vaccinale, al recovery plan passando per gli scottanti dossier internazionali, senza dimenticare il resto, l’ex governatore BCE è riuscito a conseguire risultati concreti; il tutto con una maggioranza alquanto eterogenea.

E si perché pareva impossibile, riuscire a governare una coalizione che va dal PD alla Lega ed include praticamente tutte le forze parlamentari ad esclusione di Fratelli d’Italia, ma invece l’influenza di Draghi ha avuto i suoi effetti.

Insomma un quadro alquanto positivo, che rafforzava le ambizioni quirinalizie del buon Mario, tant’è che da più parti si cominciava a ragionare su chi potesse succedergli al vertice del governo, se non altro una strada in discesa, per la conclusione naturale della legislatura.

Se non fosse, che lo stesso premier, compiendo però un errore, fa capire esplicitamente di essere disponibile al trasloco al Colle, attivandosi anche con modi per lui inconsueti fino ad allora e così la possibile candidatura evapora.

Candidatura che, per quanto possa sembrare paradossale, non approda nemmeno al voto e viene bruciata ancor prima dai giochi di palazzo.

Un certo peso nella vicenda l’hanno avuto anche i tanti “peones” del Parlamento, molti praticamente sicuri della mancata rielezione e quindi ansiosi di far arrivare la legislatura a scadenza naturale.

Ebbene, da allora, anche se qualche scricchiolio c’era già stato il cammino di Mario Draghi si fa di giorno in giorno sempre più accidentato.

La maggioranza alla base del suo esecutivo, che appariva granitica, da qualche tempo mostra con preoccupante frequenza crepe sempre più evidenti. Molti dei problemi sono dovuti alla sua eterogeneità e questo inevitabilmente si ripercuote sull’azione di governo e sulle sue capacità di poter incidere.

Insomma appare un governo che, al pari di tanti della prima repubblica, tira “ a campare” consapevole di avere esaurito la sua spinta propulsiva.

Situazione destinata solo a deteriorarsi ancor di più, tenuto conto che siamo praticamente ad un anno dalle prossime elezioni politiche e che tutti i partiti piuttosto che collaborare con il buon Mario saranno più interessati al consenso da raccogliere.

In uno scenario di questo genere il prestigio internazionale di un uomo del suo calibro non potrà nulla, e, quindi, se le cose dovessero peggiorare, l’attuale premier, avrebbe tutto da perdere; non tanto sul piano interno ma soprattutto su quello internazionale.

Non bisogna infatti dimenticare che il Premier gode di un credito oltre frontiera guadagnato negli anni e, l’inevitabile logoramento della sua leadership interna, avrebbe conseguenze anche sulla sua immagine presso le grandi cancellerie.

Ecco perché non solo nei comportamenti e nelle dichiarazioni e nelle scelte, Draghi appare come sempre incline alla mediazione, quasi insofferente a qualsiasi mediazione quasi incurante degli equilibri delicati che l’hanno portato a Palazzo Chigi.

Talvolta si ha la sensazione che cerchi, se non proprio il classico “ incidente “ per porre termine alla sua esperienza con una crisi di governo, almeno di marcare le differenze con i suoi compagni di viaggio.

Un quadro non facile, complicato dal fatto che Mario Draghi non ha o, meglio, non cerca un futuro politico (se non il Quirinale) e quindi si trova libero di fare le scelte che ritiene opportune per il Paese.

Da uomo di grande esperienza del resto sa che mantenendo una propria autonomia con un’equidistanza da tutte le componenti di governo, avrebbe per assurdo maggiori possibilità di un nuovo incarico.

In ogni caso ha quindi interpretato il ruolo attuale con coerenza, piaccia o meno, senza tener conto del clima politico e senza pagare “cambiali” a nessuno ed ha mantenuto sempre lo stesso profilo.

Il problema è di chi come troppo spesso accade nella politica italiana, aveva ritenuto rivolgersi ad un tecnico, illudendosi di poterlo condizionare.

Ecco perché, viste le premesse, sarebbe stato più saggio voltare pagina in anticipo con nuove elezioni senza trascinare il paese stancamente per quasi altri due anni nell’impossibilità di avviare realmente un cambiamento.

L’incantesimo dato dall’ascesa di Mario Draghi a Palazzo Chigi appare, in ogni caso, in crisi e, se tramontato o meno, servirà del tempo per capirlo.

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