Su legge elettorale l’opposizione rilancia: chiede le dimissioni e si dichiara pronta a governare

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Un voto inaspettato sulla legge elettorale ha spaccato l’Aula della Camera e riacceso il dibattito sulle possibili elezioni anticipate: l’emendamento sulle preferenze è stato bocciato e nelle file dell’opposizione si levano richieste di dimissioni e l’ipotesi di una crisi di governo. Sullo sfondo, il campo progressista parla già di alternativa unitaria evitando le primarie.

Il momento decisivo in Parlamento

L’esito della votazione è stato annunciato con il conteggio finale: 188 voti a favore dell’emendamento non sono bastati. Un brivido è passato tra i deputati quando il presidente d’Aula, Fabio Rampelli, ha comunicato il numero decisivo.

All’interno dell’emiciclo la reazione è stata quasi festosa: applausi, pugni alzati e slogan come «dimissioni» e «a casa» provenienti da esponenti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Avs. Sul Transatlantico alcuni deputati si sono scambiati pacche sulle spalle e hanno valutato il ruolo dei cosiddetti franchi tiratori: secondo i calcoli circolati, sarebbero stati 35, esattamente il numero necessario per determinare il risultato.

Le richieste di aprire la crisi

Immediatamente dopo il voto, Giuseppe Conte ha rivendicato la portata politica della bocciatura, esortando la premier a riferire al Presidente della Repubblica e ad aprire la crisi. «Chi ha senso dell’onore — ha ricordato — in passato ha fatto scelte simili quando la maggioranza c’era».

Elly Schein, riconoscibile fuori da Montecitorio, ha abbracciato Conte e commentato il tempismo della svolta, mentre Nicola Fratoianni ha sottolineato che la perdita di consensi supera il semplice ambito della modifica elettorale: «Hanno perso clamorosamente, ne traggano le conseguenze», ha detto.

Il campo largo e l’ipotesi elettorale

I leader delle forze progressiste si sono ritrovati fuori dal palazzo, lì dove Riccardo Magi aveva convocato una «veglia per la democrazia», trasformata dalla serata in un altro tipo di mobilitazione. La strategia del voto segreto, già concordata il giorno prima, è stata definita la mossa che ha permesso a molti contrari interni di esprimersi senza vincoli.

Leader dell'opposizione riuniti davanti al Parlamento per una manifestazione di protesta.
La mobilitazione del campo progressista dopo il voto in Aula.

Dal fronte del centrosinistra arriva un messaggio unitario: «Siamo pronti, l’alternativa c’è», ha detto Davide Faraone, presente in piazza per Italia Viva. L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, per via telematica, ha esortato la premier a dimettersi e ha proposto di tornare al voto «a settembre», evocando il precedente delle urne dopo la caduta del governo Draghi.

Il contesto e le conseguenze pratiche

Dietro l’esultanza c’è anche la valutazione tecnica di alcuni leader: Riccardo Magi ha osservato che la presidente Casellati non si è rimessa all’Aula sull’emendamento, circostanza vista come un voto di sfiducia nei confronti dell’esecutivo. Marco Grimaldi, che aveva chiesto il voto segreto, ha commentato la riuscita dell’azione con una battuta che è diventata quasi emblematica della serata.

Il successo in Aula richiama alla memoria altri momenti politici recenti, in particolare la crisi che portò alle elezioni dopo la fine del governo Draghi. Quel precedente, con il richiamo a possibili urne in autunno, è tornato subito nelle conversazioni dei parlamentari. Nonostante l’euforia, rimane però da definire un percorso programmatico condiviso tra le diverse forze dell’opposizione e da rivedere i piani per l’estate.

Le reazioni nella maggioranza

Nel gruppo di governo la sorpresa è palpabile. Tra i deputati si sente che «sono stati sbagliati i calcoli» e che non è la prima volta che qualcosa del genere accade, alludendo anche all’esito del referendum. Dentro i banchi della maggioranza molti si chiedono se la premier deciderà di mantenere la linea o di passare la mano.

Per i leader dell’opposizione, però, il messaggio è chiaro: la bocciatura delle preferenze non è solo un capitolo tecnico della legge elettorale, ma un segnale politico con ricadute sull’agenda del governo e sulla possibile data delle prossime elezioni.

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