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Un nuovo progetto sanitario punta a ridurre la dipendenza dalle autorizzazioni israeliane per cure salvavita in Palestina, offrendo sul posto il primo centro di trapianto di midollo. L’iniziativa potrebbe accelerare l’accesso alle terapie per centinaia di pazienti, tra cui molti bambini, e alleggerire costi e vincoli logistici oggi insostenibili.
Una struttura nazionale a Ramallah
L’idea è realizzare la prima Unità di trapianto di midollo presso l’Istishari Arab Hospital di Ramallah. Il progetto è guidato dall’ong Soleterre e sostenuto dalla Fondazione Fatto Quotidiano, che ha deciso di contribuire al completamento degli spazi e delle attrezzature. L’obiettivo dichiarato è effettuare il primo trapianto entro ottobre, sotto la supervisione di specialisti italiani.
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La struttura selezionata non è improvvisata: l’Istishari è un ospedale nazionale con 300 posti letto, reparti di oncoematologia e terapia intensiva, laboratori diagnostici e una banca del sangue. Nei mesi scorsi una squadra medica italiana ha valutato i lavori e confermato la fattibilità tecnica dell’intervento.
Formazione e passaggi già completati
Il percorso di avvio ha incluso attività di formazione sul campo. Una equipe guidata dalla pediatra ematologa Marta Verna, del San Gerardo di Monza, ha preparato nove professionisti palestinesi alle procedure necessarie. A maggio una missione di medici italiani ha verificato lo stato dei lavori e la preparazione del personale. Restano da completare alcuni acquisti tecnici e la formazione avanzata, passaggi essenziali per avviare i trapianti in sicurezza.
Permessi, viaggi e costi: l’attuale barriera alle cure
Oggi un paziente palestinese che necessita di un trapianto può curarsi solo fuori dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. Per accedere a cure a Tel Aviv o all’estero è necessario un permesso israeliano. Il rilascio dell’autorizzazione può decidere della vita del malato: spesso arriva troppo tardi o non arriva affatto.
Se il permesso viene concesso, normalmente solo la madre può accompagnare il bambino; gli altri familiari restano a casa. Le spese di vitto e alloggio per la famiglia in trasferta sono elevate e difficilmente sostenibili per molte famiglie palestinesi.
Numeri che spiegano l’urgenza
In Palestina si registrano circa 5200 diagnosi di tumore ogni anno. Tra questi casi, circa 100 bambini e adolescenti avrebbero bisogno di un trapianto di midollo. I dati indicano che tra il 40% e il 60% dei pazienti con urgenza non riceve il trattamento necessario. Prima del 7 ottobre il tasso di rigetto delle autorizzazioni da parte di Israele era intorno al 40%; da allora, secondo gli operatori, la situazione è ulteriormente peggiorata.
Conseguenze cliniche e sociali
Chi lavora nelle corsie parla di ritardi fatali e di percorsi di cura interrotti dalla burocrazia. Damiano Rizzi, presidente di Soleterre, racconta casi come quello del piccolo Mohammed, cinque anni, la cui terapia è stata ostacolata da lunghi iter amministrativi. Al Beit Jala, ospedale dove l’ong fornisce chemioterapie, i blocchi ai checkpoint impediscono spesso ai bambini di raggiungere le cure programmate.
Anche il lavoro psicologico è cruciale. La psicologa Farah Fatafta segue ogni giorno i bambini e le famiglie, tentando di trovare percorsi sicuri tra i controlli. Nella Striscia di Gaza, dove Soleterre è presente all’ospedale Nasser, il 95% dei piccoli pazienti arriva con segni di fame cronica, con rischi di danni a lungo termine.
Risparmi e impatto sul sistema sanitario
Un altro elemento rilevante è economico. Il ministero della Salute palestinese spende attualmente circa 350mila euro per curare un paziente all’estero. Secondo i promotori del centro trapianti, lo stesso trattamento effettuato internamente costerebbe intorno a 50mila euro. La differenza potrebbe essere reinvestita in terapie, attrezzature e servizi per l’oncoematologia pediatrica.
In questo senso, ogni paziente curato localmente non sarebbe solo un singolo traguardo clinico, ma anche una risorsa per estendere le cure ad altri bambini e adulti.
Valore simbolico e possibile effetto sulla pressione internazionale
Oltre all’impatto sanitario ed economico, il progetto ha un significato politico: creare un centro nazionale riduce la dipendenza da altri Paesi e rafforza l’autonomia della rete sanitaria palestinese. I promotori sperano inoltre che un’unità attiva a Ramallah renda più difficile il rifiuto delle richieste di transito e aumenti la pressione per corridoi umanitari.
Se completato, il centro per i trapianti all’Istishari potrebbe trasformare l’esperienza di cura di centinaia di pazienti palestinesi, riducendo viaggi, costi e vincoli burocratici, e offrendo al tempo stesso una risposta più stabile a bisogni clinici urgenti.












