Home In evidenza Pubblicate le motivazioni della Consulta sull’annullamento dell’ergastolo ostativo per i mafiosi

Pubblicate le motivazioni della Consulta sull’annullamento dell’ergastolo ostativo per i mafiosi

by Rosario Sorace

La Corte Costituzionale il 15 aprile scorso ha emesso un ordinanza in cui ha affermato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo e consentendo un anno di tempo al Parlamento per legiferare in questa materia assai delicata e scottante. I giudici della Consulta affermano che il divieto di concedere ai boss irriducibili la libertà senza prima aver collaborato con la giustizia va ridefinito e non è indispensabile per accedere ai benefici penitenziari uno “scambio” tra informazioni utili a fini investigativi e sconti di pena compresa la libertà dalla reclusione.

“Per l’ergastolano ostativo che aspira alla libertà condizionale, questo scambio può assumere una portata drammatica allorché lo obbliga a scegliere tra la possibilità di riacquisire la libertà e il suo contrario, cioè un destino di reclusione senza fine”, scrivono i giudici nel dispositivo della Corte che giunge a definire questo “scambio” anche una “scelta tragica”.

Quindi la collaborazione con la giustizia per i mafiosi condannati all’ergastolo ostativo quali gli irriducibili come i fratelli Graviano o Leoluca Bagarella, non può essere l’unica strada per accedere alla liberazione condizionale. Questo principio dell’ergastolo senza fine è stato ideato da Giovanni Falcone ed è diventata legge appena dopo le stragi del 1992 quando il giudice trovò la morte. Adesso la Consulta ha definito la legge incostituzionale!

Inoltre, la Corte ha pubblicato l’ordinanza con cui il 15 aprile ha affermato l’incompatibilità dell’ergastolo ostativo con la Costituzione e offrendo la possibilità che il Parlamento entro un anno riformuli la norma. “L’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata“, affermano, comunque, i giudici e aggiungono che questa decisione praticamente avrebbe potuto fare uscire dal carcere i boss delle stragi.

In particolare la norma che il Parlamento dovrà modificare entro il 10 maggio del 2022 è l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che proibisce ai condannati di beneficiare di un fine pena mai, per fatti di mafia e terrorismo, che di fatto cosentirebbe la liberazione condizionale.

Ma se si elimina questa norma il giudice può concedere la libertà vigilata anche ai boss irriducibili, anche quelli che custodiscono i segreti delle stragi, a patto, però, che abbiano scontato 26 anni di carcere e senza che abbiano mai manifestato alcuna intenzione di collaborare con la giustizia.

Oggi la Consulta ha emesso un’ordinanza di 19 pagine redatta dal giudice Niccolò Zanon, che è stato anche già eletto dal Pdl come componente al Csm nel 2010 e anche relatore anche alla sentenza che nell’ottobre del 2019 definiva incostituzionale la parte dell’articolo 4bis sul divieto di accesso ai permessi premio.

Il giudice Zanon spiega di considerare questo meccanismo – collaborazione in cambio di libertà – come una sorta di “scambio” tra informazioni utili a fini investigativi e conseguente possibilità di accedere ai benefici penitenziari. Si legge infatti nel dispositivo della sentenza che “per l’ergastolano ostativo che aspira alla libertà condizionale, questo scambio può assumere una portata drammatica allorché lo obbliga a scegliere tra la possibilità di riacquisire la libertà e il suo contrario, cioè un destino di reclusione senza fine”.

In tal senso si valuta il dramma della scelta che i boss devono compiere e non certamente la gravità delle stragi di civili degli anni ’90. Pertanto di enuclea nella sentenza “In casi limite può trattarsi di una “scelta tragica”: tra la propria (eventuale) libertà, che può tuttavia comportare rischi per la sicurezza dei propri cari, e la rinuncia a essa, per preservarli da pericoli”.

In buona sostanza forse per i giudici è incostituzionale la pretesa che i mafiosi a conoscenza dei segreti delle stragi raccontino quanto possono sapere prima di concedergli la libertà.

Nella sentenza si spiega: “Ciò non significa affatto svalutare il rilievo e utilità della collaborazione, intesa come libera e meditata decisione di dimostrare l’avvenuta rottura con l’ambiente criminale, e che certamente mantiene il proprio positivo valore, riconosciuto dalla legislazione premiale vigente, qui non in discussione. Significa, invece, negarne la compatibilità con la Costituzione se e in quanto essa risulti l’unica possibile strada, a disposizione del condannato all’ergastolo, per accedere alla liberazione condizionale” e si prosegue che “l’appartenenza a una associazione di stampo mafioso implica, di regola, un’adesione stabile a un sodalizio criminoso, fortemente radicato nel territorio, caratterizzato da una fitta rete di collegamenti personali, dotato di particolare forza intimidatrice e capace di protrarsi nel tempo”.

È quindi la sentenza afferma che sia “ben possibile che il vincolo associativo permanga inalterato anche in esito a lunghe carcerazioni, proprio per le caratteristiche del sodalizio criminale in questione, finché il soggetto non compia una scelta di radicale distacco, come quella che generalmente viene espressa dalla collaborazione con la giustizia”.

La Consulta argomenta in tal modo l’annulamento dell’ergastolo ostativo: “Per i condannati all’ergastolo a seguito di reati connessi alla criminalità organizzata, tale disciplina, da una parte eleva la utile collaborazione a presupposto indefettibile per l’accesso (anche) alla liberazione condizionale, dall’altra sancisce, a carico del detenuto non collaborante, una presunzione di perdurante pericolosità, dovuta, in tesi, alla mancata rescissione dei suoi collegamenti con la criminalità organizzata. Una presunzione assoluta, perché non superabile da altro se non dalla collaborazione stessa, che lo esclude in radice dall’accesso ai benefici penitenziari e, appunto, fra questi, alla liberazione condizionale. La collaborazione non può essere l’unica strada per la libertà”.

Bisogna anche dire che nonostante tutto, però, per i giudici la “presunzione di pericolosità gravante sul condannato all’ergastolo per reati di contesto mafioso che non collabora con la giustizia non è, di per sé, in tensione con i parametri costituzionali evocati dal rimettente”, e qui si intende la finalità della pena che è la rieducazione del detenuto.

Quindi, non è fuori da qualsiasi logico ragionamento presumere che l’ergastolano non collaborante mantenga vivi i legami con l’organizzazione criminale di appartenenza e tuttavia continuano i giudici, “l’incompatibilità con la Costituzione si manifesta nel carattere assoluto di questa presunzione poiché, allo Stato, la collaborazione con la giustizia è l’unica strada a disposizione dell’ergastolano ostativo per accedere al procedimento che potrebbe portarlo alla liberazione condizionale”.

E si continua affermando ancora: “La collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali”.

La Corte Costituzionale motiva dicendo che un“Intervento demolitorio avrebbe effetti disarmonici. E’ proprio l’effettiva possibilità di conseguire la libertà condizionale a rendere compatibile la pena perpetua con la Costituzione; se questa possibilità fosse preclusa in via assoluta, l’ergastolo sarebbe invece in contrasto con la finalità rieducativa della pena (articolo 27, terzo comma, Costituzione). La vigente disciplina “ostativa” mette però in tensione questo principio”. E dunque “la presunzione di pericolosità sociale del condannato all’ergastolo che non collabora, per quanto non più assoluta, può risultare superabile non certo in virtù della sola regolare condotta carceraria o della mera partecipazione al percorso rieducativo, e nemmeno in ragione di una soltanto dichiarata dissociazione”.

Non si comprende a questo punto se un mafioso condannato che non collabora smetta di costituire un pericolo. A tal proposito la sentenza esplicita:“A fortiori, per l’accesso alla liberazione condizionale di un ergastolano (non collaborante) per delitti collegati alla criminalità organizzata, e per la connessa valutazione del suo sicuro ravvedimento, sarà quindi necessaria l’acquisizione di altri, congrui e specifici elementi, tali da escludere, sia l’attualità di suoi collegamenti con la criminalità organizzata, sia il rischio del loro futuro ripristino”.

Sugli elementi necessari e indispensabili per ottenere benefici dovrà essere quindi il Parlamento a occuparsene. Quindi la sentenza ammette che un intervento meramente “demolitorio” della Corte “potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa”.

Per finire dunque sono stati concessi 12 mesi al legislatore per riscrivere l’articolo 4 bis. “Appartiene invece alla discrezionalità legislativa decidere quali ulteriori scelte possono accompagnare l’eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale”.

Da questo punto di vista la corte riconosce il primato della politica: “Si tratta qui di tipiche scelte di politica criminale, destinate a fronteggiare la perdurante presunzione di pericolosità ma non costituzionalmente vincolate nei contenuti, e che eccedono perciò i poteri di questa Corte. Come detto, esse pertengono, nel quomodo, alla discrezionalità legislativa, e possono accompagnare l’eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale”.

Speriamo che il Parlamento possa legiferare entro il 10 maggio 2022 in tale materia di rilevanza sociale non solo per chi è stato vittima delle mafie ma anche per l’intera società che è stata soffocata dalla criminalità organizzata. Intanto i boss irriducibili attendono e sperano che non si faccia nulla e che la politica ancora una volta non giunga in tempo.


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