Sahraa Karimi stava aspettando in fila da quasi tre ore per prelevare denaro da una banca a Kabul quella domenica di quel tragico 15 agosto, quando il direttore della banca si è avvicinato e l’ha invitata ad andarsene, con il suono degli spari che echeggiava in lontananza.
Karimi, una regista afghana e prima donna a capo dell’Afghan Film Organization statale, ha deciso all’istante di portare se stessa, i suoi fratelli e le sue nipoti fuori dall’Afghanistan, anche se sapeva che c’era il caos all’aeroporto di Kabul.
In un hotel a Kiev, in Ucraina, ha raccontato della sua fuga, che ha detto è stata fatta con l’aiuto dei governi turco e ucraino.
“Ho preso la mia famiglia. Lascio la mia casa, lascio la mia macchina, lascio i miei soldi, lascio tutto quello che ho”, ha detto.
La 36enne aveva lanciato l’allarme sul ritorno del governo talebano, dicendo che strozzerebbe l’industria cinematografica e i diritti delle donne.
“Non supportano l’arte, non apprezzano la cultura e non sosterranno mai questo tipo di cose”, ha detto Karimi. “E hanno paura delle donne istruite e indipendenti”, ha detto, aggiungendo che i talebani vogliono che le donne vengano “nascoste”.
I talebani affermano che rispetteranno i diritti delle donne nel quadro della legge islamica; un alto leader talebano ha detto che il loro ruolo sarà deciso da un consiglio di studiosi islamici. Ma si può già ipotizzare quanto possa essere rivalutata la figura della donna all’interno di una società gretta e ignorante.
Karimi e la sua famiglia sarebbero dovuti partire su un volo che stava evacuando cittadini ucraini, ha detto, ma mentre migliaia di afgani si sono riversati nell’aeroporto sperando di fuggire, l’accesso al suo volo è stato interrotto ed è partito senza di loro.
“Il momento in cui abbiamo perso il primo aereo è stato il momento più triste della mia vita perché ho pensato: ‘Ok, non possiamo più andare, restiamo'”, ha detto.
Voleva che le sue nipoti vivessero in un paese dove “ti danno la libertà, tu hai la tua istruzione. Come essere umano dovresti avere un valore ma sotto le regole dei talebani, okay, vivi, ma una vita miserabile”.
Sahraa Karimi è nata e cresciuta a Teheran ha studiato in Slovacchia ed è tornata in Afghanistan nel 2012. La Karimi è stata la prima donna afghana ad ottenere un dottorato in Cinematografia. La prima a diventare presidente dell’Afghan film organization, da quando l’istituzione governativa per il cinema è stata fondata nel 1968.
Oggi però la regista, in una lettera aspra e cruda, rivolta alle comunità di tutto il mondo, denuncia la tragica condizione delle donne afghane, condannate a vedere calpestati i loro diritti, a vedere frantumati i progressi compiuti nel percorso dell’emancipazione, a essere ridotte al silenzio e alla sottomissione in un Paese dominato dall’oscurantismo e dal fanatismo del regime talebano.
La lettera recita: “A tutte le comunità del mondo. Vi scrivo con il cuore spezzato e la speranza che possiate unirvi a me nel proteggere la mia bella gente. Nelle ultime settimane hanno preso il controllo di così tante province. Hanno massacrato il nostro popolo, hanno rapito molti bambini, hanno venduto bambine come spose minorenni ai loro uomini, hanno assassinato donne per il loro abbigliamento, hanno torturato e assassinato uno dei nostri amati comici, hanno assassinato uno dei nostri poeti storici, hanno assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, hanno assassinato persone affiliate al governo, hanno appeso pubblicamente alcuni dei nostri uomini, hanno sfollato centinaia di migliaia di famiglie… I media, i governi e le organizzazioni umanitarie mondiali tacciono come se questo “accordo di pace” con i talebani fosse legittimo. Non è mai stato legittimo… Se i talebani hanno preso il sopravvento, vieteranno anche ogni arte… Spoglieranno i diritti delle donne, saremo spinti nell’ombra delle nostre case e delle nostre voci, la nostra espressione sarà soffocata…”
“Non capisco questo mondo – conclude la lettera – Non capisco questo silenzio. Io resterò a combattere per il mio Paese, ma da sola non ce la faccio. Ho bisogno di alleati/e. Per favore aiutateci a far sì che questo mondo si ‘preoccupi di quello che ci sta succedendo… Siate le nostre voci fuori dall’Afghanistan. Non avremo accesso a internet o a nessuno strumento di comunicazione… Per favore per quanto potete condividere questo fatto con i vostri media e scrivete di noi sui vostri social. Il mondo non dovrebbe voltarci le spalle…aiutateci. Grazie mille. Apprezzo così tanto il vostro cuore puro e vero”.
