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E Draghi cominciò a ballare

by Nico Dente Gattola

Fin dalla sua nascita, con la sua maggioranza variegata composta da forze tra di loro antitesi e che fino a qualche giorno prima si contrastavano su tutto, il governo Draghi sembra legato a delicati equilibri.

Infatti, aspetto insolito per la politica italiana, ad eccezione di Fratelli D’Italia, si può dire che non vi sia opposizione, poiché tutte le altre forze hanno inteso partecipare ad una sorta di esecutivo di salvezza, chiamato a guidare l’uscita del paese dall’emergenza sanitaria e a gestire la fase del Recovery fund.

Chiaro che si tratta di una situazione straordinaria, limitata nel tempo e dovuta in via esclusiva all’eccezionalità del momento storico che stiamo vivendo e che impone una collaborazione tra forze diverse e antagoniste nell’interesse dell’Italia.

Questo però non significa il venir meno di ogni differenza tra i partiti della coalizione, ma, anzi, le accentua per un motivo molto semplice: l’esigenza di mantenere alto il gradimento del proprio elettorato e se possibile drenando voti agli altri.

Naturale quindi che sia alta la dialettica e che sia molto difficile ogni volta raggiungere l’equilibrio tra i singoli componenti della maggioranza, poiché, all’interno del governo in realtà, i partiti sono ancora rivali e sono naturalmente portati a cercare motivi per così dire di “scontro”.

Con il passare dei mesi, meglio con l’avvio della pratica del Recovery e con l’avvicinarsi delle prossime elezioni politiche, questi episodi sono destinati solo ad aumentare, con inevitabili conseguenze anche in termini di governabilità.
E sempre meno l’intervento di Draghi potrà servire ad arginare queste polemiche, ripetendo un copione purtroppo già visto.

In poche parole il Premier rischia di fare la stessa fine di un suo collega anche lui ex primo ministro, ovvero Mario Monti, partito tra squilli di trombe e peana da parte di tutti e in pochi mesi, passato dalla possibilità di salire al “Colle” al più totale anonimato.

Questa è in realtà la vera sfida dell’ex governatore BCE, ovvero riuscire a non dilapidare il suo consenso e a non restare vittima delle lotte fratricide della sua pseudo maggioranza (viste le differenze insanabili), portando a termine il compito cui è stato chiamato.

Di conseguenza, per non perdere il prestigio e la credibilità, guadagnati in tanti anni di duro lavoro, Draghi deve limitarsi all’essenziale, curando la predisposizione del piano sull’utilizzo dei fondi da inviare a Bruxelles e l’avvio della fase operativa.

Per essere chiari, non dovrà e non potrà entrare nella fase successiva che dovrà essere legata inevitabilmente a riforme da fare; questo perché una maggioranza così particolare ed in definitiva, al di là della retorica estremamente debole, non è in grado di fare niente che vada oltre l’ordinario.

Del resto l’esecutivo in carica è essenzialmente nato per assicurare il varo del piano del Recovery, mentre è chiaro a tutti che sarà il futuro governo ad entrare nel concreto della gestione dei fondi che arriveranno.

Certo Draghi potrebbe essere tentato da fare il grande “passo” e a trasformarsi in un leader politico vero e proprio, ponendosi a capo di una coalizione, ma questo sarebbe un grave errore, poiché non è un vero politico ma un tecnico.

Tecnico che come tale mette al servizio del paese la sua esperienza e credibilità internazionale, guadagnata in ultimo alla BCE, ma in ogni caso sicuramente a digiuno dalle dinamiche della politica e che quindi sarebbe destinato ad un sicuro insuccesso.

Molto meglio, porsi in posizione per succedere al momento opportuno a Sergio Mattarella e il completamento della vaccinazione e l’approvazione da parte dell’unione Europea del piano presentato sarebbe un ottimo biglietto da visita.

Ecco perché per il bene del paese è opportuno sperare che l’esperienza a Palazzo Chigi di Draghi abbia dei paletti ben limitati anche perché in un momento di crisi e di debolezza del sistema politico è quanto mai vitale avere un Presidente della Repubblica autorevole.

Al momento infatti di eleggere il nuovo capo dello stato il nome dell’ex Presidente della BCE, visto il momento di crisi della politica italiana, tornerà senz’altro utile, per una missione altrettanto difficile: assicurare la concreta ripartenza del paese e che pare per la sua storia personale, la migliore prospettiva per il buon Draghi.

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