Ai funerali di Mladić, applausi e slogan nazionalisti: alcuni partecipanti rivendicano il Kosovo

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A Belgrado migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco morto il 27 agosto mentre scontava l’ergastolo inflittogli dal Tribunale dell’Aia per il genocidio di Srebrenica e altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia nei primi anni Novanta. La cerimonia ha messo in luce divisioni profonde nella società serba, tra celebrazione pubblica e condanne, anche a distanza di decenni dai fatti.

Giochi di memoria e presenza giovanile

Davanti alla chiesa di San Luca Apostolo a Belgrado si è radunata una folla eterogenea: ragazzi a malapena maggiorenni e anziani, famiglie riunite sotto le bandiere nazionali e le candele. I media filogovernativi hanno parlato di circa ottomila partecipanti.

Giovani e famiglie davanti alla chiesa di San Luca durante il raduno
Giovani e famiglie si sono radunati davanti alla chiesa di San Luca Apostolo a Belgrado.

Ivan, 20 anni, è arrivato in autobus dal Montenegro. «Sono partito con i miei amici la scorsa notte per assistere al funerale del generale. Non volevo mancare», racconta. Pur non avendo vissuto direttamente il conflitto, spiega che la guerra è presente nella memoria di famiglia: «Mio padre e mio fratello hanno combattuto; mio fratello convive con una disabilità. Mladić ha difeso il nostro popolo e siamo grati».

Parole solenni e risonanze pubbliche

Dai megaschermi allestiti per la cerimonia è intervenuto l’arcivescovo ortodosso serbo Porfirije, che ha attribuito al generale un ruolo di guida nei momenti «difficili e tragici», aggiungendo che «il suo nome rimarrà profondamente impresso nella memoria e nelle preghiere della maggior parte del nostro popolo serbo ortodosso».

La celebrazione pubblica contrasta con il percorso giudiziario che, dopo anni di latitanza, aveva portato la Serbia ad affidare Mladić alla giustizia internazionale nel 2011. La salma, rimpatriata dall’Olanda, è stata accolta come simbolo da chi rifiuta la narrazione dei crimini che gli sono stati contestati.

Radicalizzazioni e richiami alla violenza

Tra i partecipanti non sono mancati messaggi apertamente nazionalisti. Un uomo, che afferma di essere stato ferito tre volte durante la guerra, ha gridato parole di rottura: «Io non sono per la pace, sono per la guerra. Non dimentichiamoci che dobbiamo ancora andare a riprenderci il Kosovo». Accanto a lui, altre persone ascoltavano senza scomporsi.

Partecipanti con bandiere e slogan nazionalisti durante la cerimonia
Alcuni partecipanti hanno gridato slogan nazionalisti, anche riferimenti al Kosovo.

Questi frammenti di retorica rivelano quanto il lutto pubblico sia servito anche a rinsaldare un sentimento di appartenenza nazionale. Secondo osservatori, la manifestazione ha contribuito a rafforzare una narrazione identitaria in vista delle prossime scadenze politiche.

Le ferite riaperte e i luoghi del conflitto

La copertura mediatica internazionale, spesso concentrata sui casi più noti, tende a semplificare la complessità del conflitto. Oltre a Srebrenica e al bombardamento di Sarajevo, esistono numerosi altri siti dove fu attuata una strategia di pulizia etnica: tra questi Prijedor, Zvornik, Višegrad, Foča, Vlasenica, Ključ, Bratunac e Sanski Most.

Per molte famiglie bosniache la morte di Mladić ha riaperto ferite mai rimarginate. Molti restano senza risposte sulla sorte dei propri cari, mentre il dibattito pubblico in Serbia assume toni celebrativi che suscitano dolore e indignazione tra le vittime e i loro sostenitori.

Voci critiche dentro la stessa comunità

Nonostante l’ampia partecipazione, si sono levate anche voci di dissenso. Snežana Stanković, studiosa del genocidio, ha espresso sconcerto per la scelta della chiesa di rendere omaggio a chi è stato condannato per genocidio. «Mi pare un controsenso», ha detto, raccontando di aver chiesto spiegazioni al sacerdote.

Passeggiando nel quartiere, Stanković segnala lo striscione in cirillico affisso per i funerali: «Benvenuto generale, ringraziamo tua madre perché ha messo al mondo l’eroe che ha restituito gloria al popolo serbo». Quelle parole, aggiunge, «mi fanno tremare», perché molte famiglie continuano a cercare i propri cari e perché i crimini contro i musulmani bosniaci includono stupri di massa, torture e uccisioni.

Secondo la studiosa, il progetto che ha portato a quegli orrori fu promosso da élite politiche, culturali e accademiche, non solo da spinte populiste. Resta, insieme all’impegno di gruppi e iniziative civiche, una tensione profonda tra memoria e negazione.

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