Calderone: emigrazioni -20% nel 2025, inversione di tendenza. Il dato Istat è distorto, ecco perché

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Dal vertice di Cernobbio la ministra del Lavoro ha esaltato il calo delle partenze come prova della bontà delle politiche occupazionali italiane. Ma l’Istat avverte che la diminuzione del 2025 è in larga parte un effetto statistico legato a un’anomalia nelle registrazioni all’AIRE nel 2024, mentre ricerche indipendenti sottolineano il costo economico e demografico della fuga di capitale umano.

La versione della ministra

Marina Calderone ha presentato i numeri diffusi dall’Istat come «un’inversione di tendenza»: secondo la ministra il calo degli espatri indica un miglioramento dell’attrattività del mercato del lavoro italiano. Calderone ha inoltre ricordato che il Paese ha raggiunto quota 24,3 milioni di occupati e che, dall’inizio del suo mandato, i posti di lavoro sono aumentati di circa 1,3 milioni.

Nel suo intervento la ministra ha sottolineato la qualità della crescita: a luglio i contratti a tempo indeterminato superavano i 16 milioni e, ha detto, per ogni diminuzione dei contratti a termine si registrano «quasi tre» assunzioni stabili in più. Per Calderone questo quadro legittima l’azione del ministero sull’attrattività del capitale umano.

Cosa precisa l’Istat sull’anomalia del 2024

L’Istituto nazionale di statistica mette però in guardia dall’interpretazione entusiasta: il calo degli espatri nel 2025 è pari al 22,7% rispetto al 2024, ma va letto alla luce di un picco di registrazioni all’AIRE avvenuto l’anno precedente. La stretta normativa introdotta nella legge di bilancio del 30 dicembre 2023, con sanzioni fino a mille euro all’anno per chi vive all’estero senza iscriversi, ha spinto molte persone già residenti oltreconfine a regolarizzare la propria posizione.

Ufficio con documenti e cartelle che suggerisce registrazioni amministrative AIRE
L’anomalia nelle registrazioni AIRE del 2024 ha alterato i confronti annuali.

Questo ha creato una concentrazione di iscrizioni nel 2024 e, di conseguenza, una riduzione apparente nel confronto con il 2025. I rimpatri nel 2025 sono stati circa 56mila, in calo del 3,4%, mentre il saldo migratorio resta positivo, attorno alle 53mila persone, quasi 30mila in meno rispetto all’anno precedente.

Il quadro dalle ricerche private: costo e profilo degli espatriati

Uno studio presentato a Cernobbio, realizzato dal Teha Group insieme a Philip Morris Italia, quantifica in 141mila i trasferimenti di residenza registrati nel 2024. Tra questi, il 45% aveva una laurea. Gli autori stimano una perdita di capitale umano che pesa per circa 11 miliardi sul potenziale di crescita nazionale.

Giovane laureato con valigia in partenza, simbolo della fuga di cervelli
Molti emigrati del 2024 avevano titolo di studio elevato, con costi per capitale umano.

Il report ricostruisce inoltre un trend decennale: negli ultimi dieci anni l’Italia avrebbe perso oltre 300mila cittadini qualificati. La formazione pubblica dispersa viene stimata in 7,2 miliardi l’anno; considerando il valore aggiunto potenziale non generato la cifra sale fino a 10,7–11,4 miliardi.

Cause, rischi e proiezioni al 2035

Secondo la survey, le ragioni principali che spingono i giovani a partire sono la bassa retribuzione rispetto al costo della vita (segnalata dall’82,1% delle imprese), la sfiducia nelle istituzioni (46,4%) e le scarse opportunità professionali (35,7%). Il 93,9% delle aziende interpellate giudica il fenomeno problematico o molto problematico, e per metà di loro l’impatto sul business è già significativo.

Se non intervenisse una politica strutturale, lo studio avverte, lo scenario proiettato al 2035 porterebbe a una perdita cumulata di circa 760mila laureati, un mancato recupero di oltre 120 miliardi di investimenti formativi e fino a 307 miliardi di Pil potenziale perduto.

Le proposte per trattenere o attrarre talenti

La ricerca indica una roadmap nazionale articolata su cinque direttrici. Applicandole, le simulazioni suggeriscono che l’Italia potrebbe recuperare fino a 119mila laureati entro il 2035 e ottenere un effetto positivo sul Pil fino a 11,1 miliardi annui.

  • Incentivi alle imprese per salari più competitivi e stabilità occupazionale;
  • un Italy Talent Visa per facilitare l’ingresso di professionisti dall’estero;
  • rafforzamento del legame tra università, ricerca e imprese;
  • misure per favorire l’insediamento territoriale dei talenti, incluse politiche per le famiglie;
  • un ecosistema favorevole a startup e tecnologie deep tech.

Dove vanno gli italiani che partono e quale è il profilo geografico

Nel 2025 gli espatri sono stati circa 109mila, con la maggioranza diretta verso l’Europa: il 75,5% del totale (circa 82mila persone). In particolare, 68mila trasferimenti sono stati verso Paesi dell’Unione europea; al netto dei 31mila rimpatri dall’area, il saldo comunitario resta positivo per circa 37mila unità.

Le destinazioni principali nel 2025 sono state Spagna e Germania (circa 13mila trasferimenti ciascuna), seguite da Svizzera (12mila), Regno Unito (11mila) e Francia (9mila). Complessivamente questi cinque Paesi accolgono il 53,3% degli italiani espatriati. Tra le mete extraeuropee spiccano Stati Uniti (5,7%) e Brasile (2,9%), quest’ultimo in netta diminuzione anche per gli effetti della revisione della disciplina della cittadinanza iure sanguinis.

Al 1° gennaio 2025 gli italiani iscritti all’AIRE risultavano essere 6,4 milioni. La distribuzione regionale riflette il peso storico dell’emigrazione dal Mezzogiorno: il Sud e le Isole insieme rappresentano il 45% degli iscritti all’estero (29,8% il Sud e 15,2% le Isole). Il Nord incide per il 39,3% e il Centro per il 15,7%.

La Sicilia è la prima regione per numero di iscritti (842mila, 13,1% del totale), seguita da Lombardia (692mila), Veneto (617mila), Campania (584mila), Lazio (522mila) e Calabria (464mila). Queste sei regioni raccolgono oltre la metà degli italiani residenti all’estero.

Perché la distinzione tra effetti statistici e tendenze reali è importante

Il confronto tra le letture governative e le precisazioni dell’Istat mostra quanto sia delicato interpretare i flussi migratori sulla base di un singolo anno anomalo. Un calo percentuale può nascondere una battuta d’arresto reale, oppure risultare dall’eliminazione di un picco artificiale di registrazioni.

Per decisioni di politica pubblica efficaci servono analisi su più anni e interventi mirati che affrontino retribuzioni, opportunità professionali e condizioni di vita, oltre a misure di attrazione internazionale. Il dibattito aperto a Cernobbio mette in evidenza proprio questa duplice esigenza: distinguere i segnali statistici dalle tendenze strutturali e definire politiche capaci di trattenere talenti e di attrarne di nuovi.

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