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- Una pratica che accoglie intuizioni
- Da dove è partito il percorso
- Riferimenti — antico e contemporaneo
- Mezzo e fine: la pittura come conoscenza
- Temi e dispositivi della pratica
- Gli aspetti tecnici che contano
- Contesto, comunità e memoria
- Digitale e intelligenza artificiale nel processo
- Il ritmo del lavoro: quando intervenire e quando fermarsi
- Esporre insieme ad altri: il valore collettivo
Bianca Schröder, nata in Romania nel 1993 e attiva in Italia, utilizza la pittura per esplorare contraddizioni e trasformazioni interiori. In questa intervista racconta il suo rapporto con il medium, le influenze che guida‑no la sua pratica e il modo in cui la pittura resta un luogo di sperimentazione collettiva.
Una pratica che accoglie intuizioni
Schröder definisce il proprio lavoro come un atto di ricezione. Racconta di non sentire sempre l’«autorialità» come qualcosa di esclusivamente suo: le idee le appaiono come presenti nell’aria e la sua mano le traduce. Per lei la pittura non è dunque solo espressione individuale, ma un processo che scorre anche attraverso altri soggetti e pratiche.
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Da dove è partito il percorso
Da bambina immaginava una carriera nella moda: la tv dedicata alla moda in Romania le offrì il primo sguardo su possibilità creative lontane dalla quotidianità. Cresciuta in una famiglia povera, ricorda un’esposizione all’arte popolare e religiosa e a quadri kitsch che visse inizialmente con fastidio. Quella sensazione si trasformò però in esercizio mentale: correggeva quei paesaggi nella mente e da lì nacquero i suoi primi approcci alla pittura, prima ancora di una formazione accademica strutturata.
Riferimenti — antico e contemporaneo
- Maestri del passato: Hilma af Klint, Marguerite Burnat‑Provins, Aloïse Corbaz, Philip Taaffe, David Hockney, Alice Neel, Giorgio Morandi, Filippo de Pisis, Philip Guston, Hieronymus Bosch, Beato Angelico, Pavel Tchelitchew, Lee Lozano, Sigmar Polke, Peter Dreher, Walter Swennen.
- Artisti contemporanei seguiti: Julie Mehretu, Alessandro Pessoli, Giulia Andreani, Riccardo Baruzzi, Sofia Silva, Luca Bertolo, Thomas Braida, Paolo Pretolani, Shafei Xia, Diego Gualandris, Gabriele Ermini, Andrea Kvas, Aimée Parrott, Sandra Gamarra, Donald Moffett, Helen Teede.
Mezzo e fine: la pittura come conoscenza
Per Schröder la pittura è simultaneamente strumento e obiettivo. Non la considera una semplice illustrazione di idee già pronte né un esercizio esclusivamente estetico. La pensa come un processo cognitivo che «pensa attraverso il fare»: un’azione che mette in luce pensieri e possibilità tecniche solo nel momento in cui la mano lavora sulla tela.
Temi e dispositivi della pratica
Più che tematizzare in modo programmatico, l’artista imposta regole e campi di azione che mettono alla prova le abitudini. Descrive il suo studio come un terreno che può contenere contraddizioni e ripetizioni meccaniche.
Serie come Gira‑quadri e le numerazioni 111, 222 sono esempi di sistemi che ricevono input e riflettono su se stessi: a volte generano meditazione e autoriflessione, altre volte rischiano di trasformarsi in coazione a ripetere. In generale, la pratica è per lei un «campo di trasformazione» dove si mescolano materia, concetto e affetto.
Gli aspetti tecnici che contano
Schröder non separa nettamente tecnica e contenuto: li vede come forze interne in dialogo. Se dovesse indicare priorità, mette al centro la composizione e il colore, pur spingendo spesso oltre gli schemi compositivi tradizionali. Ricorda inoltre l’influenza di suo padre, descritto come un inventore appassionato di fisica, che le ha trasmesso l’idea di sottoporre la pittura anche a forze esterne.
Contesto, comunità e memoria
Il contesto storico, sociale e culturale è per l’artista un orizzonte determinante, ma va filtrato per non sopraffare l’esperienza personale. Usando un’immagine di discernimento, parla della necessità di nutrirsi selettivamente del mondo esterno per preservare energie creative.
La memoria collettiva appare nei lavori sotto forma di riferimenti familiari e storici: il concetto di Brand Pittorico rimanda alla sartoria di famiglia e alla sospensione d’identità vissuta dalla comunità dopo il 1989. Alcune serie passano da indagini intime a pratiche che sollecitano la relazione e la fiducia nella dimensione comune.
Digitale e intelligenza artificiale nel processo
Schröder sperimenta l’uso dell’AI soprattutto come strumento di visualizzazione delle idee, ma ammette che i risultati non la soddisfano pienamente. Preferisce mantenere il controllo diretto sul processo creativo piuttosto che spiegare a una macchina cosa fare.
Il ritmo del lavoro: quando intervenire e quando fermarsi
Nel suo processo individua due momenti decisivi. Il primo è un impulso rapido e non pianificato che suggerisce un cambiamento formale: una pennellata inedita, un colore o la cancellazione di una parte precedente. Il secondo è l’urgenza interna che indica la chiusura dell’opera: «basta così», dice di sé quando arriva quel segnale.
Non tutti i quadri si concludono con questa iniezione istintiva; molti restano in stand‑by in attesa di una giornata migliore, quando la mano saprà trovare la soluzione mancante.
Esporre insieme ad altri: il valore collettivo
Parlando di contesti espositivi densi, come la mostra Ensemble, Schröder osserva che il valore di un dipinto cambia più sul piano delle relazioni che su quello dell’importanza individuale. In una rassegna con molti artisti, un’opera smette di essere un monologo e diventa componente di un ecosistema collettivo. Mostre simili offrono opportunità per riconoscere pattern generazionali e connessioni di pensiero.












