Home CHI SONO I SOCIALISTI Sigonella, 1985: Quella volta di Bettino nell’Olimpo dei premier

Sigonella, 1985: Quella volta di Bettino nell’Olimpo dei premier

by Romano Franco

I fatti della notte di Sigonella rimangono scolpiti nella memoria degli italiani. E vengono ricordati con maggiore nostalgia da chi è di “fede” socialista.

Dopo il sequestro della nave italiana Achille Lauro, i dirottatori, stremati dalla disavventura, decidono di tagliare la corda a bordo di un Boeing.

Fu allora che il presidente statunitense Ronald Reagan, mentre era in volo da Chicago a Washington e su proposta del Consiglio di sicurezza nazionale degli USA, acconsentì all’ordine di disporre e di intercettare unilateralmente l’aereo utilizzando le informazioni fatte pervenire da Israele.

E così, dalla portaerei USS Saratoga decollarono quattro F-14 Tomcat che affiancarono l’aereo poco sopra Malta.

Nel frattempo gli Usa avevano predisposto una strategia ben specifica e, per intercettare l’aereo, chiesero ai governi di Tunisia, Grecia e Libano di non autorizzare l’atterraggio nei loro aeroporti.

Gli americani già sapevano che l’aerea NATO più predisposta fosse, appunto, la Sicilia e, nonostante fossero entrati già in azione, si erano “dimenticati” di avvertire il governo italiano dei propri movimenti.

Solo intorno alle 22:30 il colonnello Ercolano Annicchiarico venne avvisato dell’atterraggio forzato. E così, senza previo avvertimento, i caccia americani dirottarono l’aereo egiziano sulla base aerea di Sigonella, in Sicilia. Aeroporto militare italiano che comprende una Naval Air Station della Marina statunitense.

Solo verso la fine, il governo americano tentò di contattare Craxi. La versione statunitense diceva che Craxi non stava rispondendo alle richieste di contatto telefonico e che solo per questo Oliver North si rivolse a Michael Ledeen, consulente della CIA che riuscì a farsi passare Craxi.

Anche se la versione dell’entourage di Craxi ci dice che Craxi non avesse spiccata simpatia per lui e disse: “Non vedo per quale ragione dovrei parlarle, visto che ci sono altre persone qualificate, come l’ambasciatore Rabb”; non voleva attribuire a Ledeen il ruolo di portavoce del Presidente Reagan.

E così Craxi non si perse d’animo e chiese subito a Ledeen: “Perché in Italia?”, alchè l’agente risponde: “Per il vostro clima perfetto, la vostra favolosa cucina e le tradizioni culturali che la Sicilia può offrire”. Pare che a Craxi fosse bastata quella risposta sfacciata e lesta per acconsentire l’atterraggio in Sicilia.

L’autorizzazione di Craxi, però, fu disposta ad una condizione: l’arresto e la custodia dei criminali sarebbe stata gestita dalle autorità italiane.

E fu allora che Craxi chiamò Fulvio Martini, capo del servizio segreto militare (SISMI), alle 23:57 per dare l’ordine di autorizzare l’atterraggio dei 5 velivoli a loro noti, dalla sala controllo dello stato maggiore dell’aeronautica a Roma.

L’autorizzazione all’atterraggio però venne data solo in un secondo momento poiché il veicolo dirottato aveva già dichiarato emergenza combustibile e appariva evidente che non sarebbe stato in grado materialmente di procedere verso l’aeroporto di Catania Fontanarossa.

Il controllore di torre, di Sigonella, e il suo assistente non avevano idea di cosa stesse succedendo e, non ricevendo alcuna informazione in merito, si comportarono da prassi e fecero sostare l’aereo egiziano sul piazzale lato est (zona italiana), che si rivelò decisiva per i successivi sviluppi. Solo in un secondo momento si accorsero della presenza dei due C-141.

Gli Stati Uniti, furbamente, volevano farlo sostare nel settore dell’aerostazione gestita dalla Marina USA, così l’arresto sarebbe diventato, automaticamente, di loro competenza, ma fu allora che il controllore avvisò sia i Carabinieri che i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare), il corpo di guardia dell’aeroporto.

Sulla pista arrivarono immediatamente 30 avieri VAM e 20 Carabinieri, di stanza all’aeroporto di Sigonella che circondarono l’aereo, come da ordini ricevuti.

Gli americani per tutta risposta, senza l’autorizzazione della torre di controllo e a luci spense, fecero atterrare i due Lockheed C-141 Starlifter della Delta Force. La tensione era alle stelle e gli Usa avevano fretta di mettere le mani sui dirottatori e su Abu Abbas.

Così, scesi dai loro C-141, armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri della base che a loro volta furono circondati con le armi puntate da un secondo cordone di carabinieri, che erano nel frattempo arrivati dalle vicine caserme di Catania e Siracusa.

Il capitano Marzo gestì con estrema cura e lungimiranza la situazione e, dopo aver ricevuto il permesso dalla torre di controllo, fa piazzare un’autocisterna, una gru e i mezzi anti incendio chiusi a chiave dinanzi ai velivoli, per impedire agli americani di muoversi dalla base. Ognuno si attestò sulle sue posizioni: in quel momento v’erano tre cerchi concentrici attorno all’aereo.

La diatriba fu accesa e Stiner avvertì il colonnello Ercolano Annicchiarico di essere in contatto con lo Studio Ovale della Casa Bianca e dichiarò: “Il governo italiano ha promesso di consegnarci i palestinesi; non capisco la resistenza di voi militari”.

La risposta di Roma fu secca: “Abbiamo istruzioni di lasciarli lì”. Le autorità italiane, infatti, restavano attestate sulla linea secondo la quale, in assenza di richiesta di estradizione, non era consentito a nessuno di sottrarre alla giustizia italiana persone sospettate di aver preso parte ad un atto criminale punibile ai sensi della legge italiana.

La strategia di Washington opportunistica era quella di limitarsi a vedere l’episodio come un’operazione di polizia internazionale. E così, non avendo ottenuto risposta positiva, il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, decise di telefonare nel cuore della notte al presidente del Consiglio Craxi per chiedere la consegna dei terroristi.

Ma Craxi non solo non si mosse dalle sue posizioni, facendo prevalere la propria giurisdizione in reati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, ma sottolineò fermamente che sarebbe stata l’Italia a decidere se e chi estradare.

Fu alle 5.30 del mattino del 11 ottobre che il generale Riccardo Bisogniero fece intervenire a Sigonella (su ordine di Craxi) i blindati dell’Arma e altre unità di rinforzo. Il reparto speciale americano ricevette l’ordine di rientrare e Reagan si dovette piegare all’innegabile linearità del ragionamento logico fatto dal premier italiano e, così, non gli rimase che cedere e ritirare gli uomini da Sigonella, confidando nella volontaria attuazione delle promesse che riteneva di aver ottenuto nel corso della telefonata con Craxi.

Di sicuro, sono molteplici gli episodi di Craxi che esaltano la sua figura come leader “sui generis”, ma quella di Sigonella è stata la risposta più dura e coraggiosa del premier socialista e che gli è valso, di diritto, l’accesso nell’Olimpo dei premier.

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