Home Attualità “Delitti eccellenti”, Giovanni Falcone ipotizzava la matrice politico-mafiosa

“Delitti eccellenti”, Giovanni Falcone ipotizzava la matrice politico-mafiosa

by Rosario Sorace

Le ipotesi investigative di Giovanni Falcone furono anche portate in sedute della Commissione antimafia e vi erano delle sue convinzioni radicate sui delitti eccellenti attribuiti solo alla mafia.

In un verbale che il magistrato in audizione presso la commissione Antimafia rese il 22 giugno del 1990 e soltanto oggi desecretato dall’attuale presidente Nicola Morra si fa un preciso riferimento ai delitti di Reina, Mattarella e La Torre che sarebbe legati da un unico filo.

E a tal proposito, come si legge dal verbale, Falcone su questi delitti politici mafiosi dichiarò: “Sotto il profilo delle risultanze emergenti dalle indagini sul terrorismo nero, le modalità dell’omicidio Mattarella sono sicuramente compatibili; sotto il profilo della compatibilità fra l’omicidio mafioso affidato a personaggi che non avrebbero dovuto avere collegamenti con la mafia, è emersa una realtà interessante e inquietante”.

E quindi fece riferimento a presenti mandanti esterni a Cosa nostra e Falcone era convinto che a uccidere Piersanti Mattarella fossero stati i terroristi neri.

Oltre l’omicidio del fratello del Presidente della Repubblica, Falcone affermò che sia l’assassinio del segretario della Dc a Palermo, Michele Reina, e quello del segretario regionale del Partito comunista, Pio La Torre, fossero collegati dagli stessi mandanti esterni.

Il documento dell’antimafia è prezioso e utile perché mostra la lucidità di Falcone nell’individuare e analizzare i fenomeni della criminalità organizzata e le questioni di mafia. Falcone intuì che il gioco era più complesso e che nascondeva misteri inestricabili.

Proprio sull’ omicidio di Mattarella disse che a suo avviso si trattava di omicidio con mandanti duplici: “Ci sono tutta una serie di riscontri che per brevità ometto, e che ci hanno portato a dover valutare il fatto che queste risultanze probatorie fossero conciliabili con una matrice e quindi con dei mandanti sicuramente all’interno della mafia, oltreché ad altri mandanti evidentemente esterni”.

Falcone era convinto che a commetterlo sia stato Giuseppe Valerio Fioravanti, il terrorista nero che però sarà poi assolto in via definitiva dopo la morte di Falcone.

“Tutti i personaggi, quelli realmente importanti e senza i quali non sarebbe potuto avvenire un omicidio mafioso di quel calibro a Palermo, nella zona di Francesco Madonia (questo non lo dimentichiamo), nessuno di questi personaggi è stato riconosciuto, ma non nel senso che non è stato riconosciuto dalla vedova Mattarella, ma nel senso che ha sicuramente escluso che questi personaggi potessero essere coinvolti nell’esecuzione dell’omicidio”, spiegò ai commissari di palazzo San Macuto che appunto furono all’epoca in missione in Sicilia.

La moglie di Pier Santi Mattarella non riconobbe nessuno dei mafiosi che erano stati indicati come l’assassino del marito e che potevano essere presenti sul luogo dell’omicidio il 6 gennaio del 1980.

“Questo è un dato di fatto assolutamente incontrovertibile. Per converso abbiamo dei riconoscimenti quasi certi nei confronti di questi imputati (oltre a Fioravanti, c’era Gilberto Cavallini). Ci troviamo di fronte a delle modalità operandi che sono molto simili, in alcuni casi addirittura identiche, a quelle di questi personaggi”.

Queste affermazioni di Falcone smentiscono il fatto che il magistrato credesse che l’ex Nar Fioravanti fosse innocente.

Adesso, con questo verbale, si pone definitivamente fine alle illazioni sulle idee di Falcone e invece fanno chiarezze le sue parole dette davanti alla commissione antimafia trent’anni fa: “Sotto il profilo delle risultanze emergenti dalle indagini sul terrorismo nero, le modalità dell’omicidio Mattarella sono sicuramente compatibili; sotto il profilo della compatibilità fra l’omicidio mafioso affidato a personaggi che non avrebbero dovuto avere collegamenti con la mafia, è emersa una realtà interessante e inquietante. Il 1980 ha rappresentato il momento più acuto di quella crisi che sarebbe poi sfociata nella guerra di mafia: da un lato vi erano Bontade e Inzerillo (Badalamenti era stato già buttato fuori da Cosa Nostra) mentre dall’altro vi erano i corleonesi. Un dato è certo ed è stato confermato anche da Marino Mannoia recentemente: questo omicidio non avrebbe potuto essere consumato senza il benestare di Cosa nostra. Se fosse stata la mafia a ucciderlo, i nomi dei killer si sarebbero saputi”.

Resta comunque l’interrogativo delle motivazioni dell’omicidio Mattarella e anche del concomitante interesse all’eliminazione del Presidente da parte della mafia che si sarebbe affidata a killer esterni pur avendo “uomini di morte” super affidabili.

“Nell’omicidio Mattarella – spiega Falcone – vi era una concordia di fondo di tutta la commissione sull’eliminazione di questo personaggio, nel senso che non interessava a tutti più di tanto che rimanesse in vita; però nel momento più acuto della crisi, che poi sarebbe sfociata l’anno successivo in una guerra di mafia molto cruenta, ognuno aveva paura di fare il primo passo, e Stefano Bontade, per la parte che ci è stata riferita, aveva preferito stare alla finestra nel senso di disinteressarsi delle vicende di Cosa nostra per poter poi contestare dall’opposizione certe vicende all’interno dell’organizzazione. Se per l’omicidio Mattarella – e questo ci è stato ampiamente confermato da Buscetta – fossero stati utilizzati killer mafiosi, in due secondi chiunque all’interno di Cosa nostra avrebbe saputo chi aveva ordinato l’omicidio del presidente Mattarella”.

Questa valutazione era frutto della grande esperienza maturata da Falcone nella lotta alla mafia e, comunque, ancora non si conoscono sul piano giudiziario i killer del fratello del presidente della Repubblica.

Per quanto riguarda l’omicidio di Mattarella Giovanni Falcone fa sua l’ipotesi da Rocco Chinnici anche lui ucciso nel 1983 che gli aveva parlato “di una sua particolare ipotesi di lavoro (che comunque non mi aveva mai esplicitato), secondo cui aveva compreso tutto ciò che stava accadendo.

Devo dire che si trattava di un’ipotesi tutt’altro che peregrina. Si sarebbe trattato, cioè, di omicidi eccellenti che sono in un certo modo apparentemente scaglionati nel tempo, ma che in realtà si inseriscono in vicende di dinamiche anche interne alla mafia e che possono restringersi in un ben individuato arco di tempo che va dal 1978 (omicidio di Michele Reina) al 3 settembre 1982 (omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa), anche se il delitto Dalla Chiesa sarebbe più opportuno, alla luce delle nostre indagini, tenerlo fuori da questa dinamica, poiché l’omicidio più importante, che si inquadra in un determinato contesto dovrebbe essere, secondo me, quello di Pio La Torre”.

Allora sotto questo profilo Falcone ritiene di credere “all’esistenza di un filo unico che si snoda dall’omicidio Reina fino a quello La Torre, in tutta questa serie di omicidi, chiamiamoli politico-mafiosi, anche se ovviamente ogni omicidio ha e non può non avere una sua specifica causale”.

Giovanni Falcone riferì all’Antimafia anche un racconto del famoso pentito Francesco Marino Mannoia: “Mi ha riferito – purtroppo non posso essere più preciso – di aver avuto un incontro con un uomo politico di rilievo, e Stefano Bontate gli avrebbe detto che se quel personaggio non si fosse comportato così come egli avrebbe preteso, sarebbe toccato a lui ucciderlo”.

A quel punto interviene il presidente Gerardo Chiaromonte: “Vorrei che questo colloqui si interrompesse, perché non vogliamo prendere il posto del giudice Falcone -Dio ce ne guardi – nell’istruttoria per l’assassinio di Piersanti Mattarella”.

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