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Il presidente degli Stati Uniti ha rilanciato l’avvio della fase due dell’accordo sul conflitto, ma le violenze nella Striscia di Gaza non si fermano. In una settimana le autorità locali registrano almeno 34 vittime e 134 feriti.
La proposta americana
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Washington ha sollecitato il passaggio a una nuova fase negoziale, presentandolo come un tentativo di consolidare l’intesa raggiunta fino a oggi. I dettagli pratici di quella fase non sono stati resi pubblici in modo esaustivo.
Il rilancio americano punta soprattutto a mantenere aperti i canali diplomatici tra le parti e a creare condizioni per una riduzione duratura delle ostilità.
Un territorio ancora sotto attacco
Nonostante gli sforzi diplomatici, continuano bombardamenti e scontri nella Striscia. Le cifre diffuse per la settimana più recente parlano di decine di morti e centinaia di feriti, una conferma del forte costo umano del conflitto.

Stallo su disarmo e ritiro
L’elemento centrale che blocca l’accordo è la contrapposizione tra le richieste di smantellamento degli arsenali militari e la richiesta opposta di un ritiro delle forze di terra. Secondo i resoconti, né Hamas né il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sembrano disposti a compiere il primo passo decisivo.
Questa situazione crea un circolo vizioso: ogni parte teme che un gesto unilaterale venga sfruttato dall’altra, e perciò preferisce mantenere la posizione.
Quali sono i rischi
- Aumento della sofferenza civile, con ospedali e servizi sotto pressione.
- Possibile erosione della fiducia tra le parti, che renderebbe più difficile qualsiasi nuovo negoziato.
- Rischio di ricadute militari se lo stallo dovesse prolungarsi o inasprirsi.
Cosa osservare nelle prossime settimane
Per capire se la pace potrà consolidarsi servirà verificare due elementi: la disponibilità delle parti a concordare tempi e garanzie per il ritiro delle forze e l’effettiva riduzione degli armamenti nelle zone interessate. Entrambi i passaggi sono decisivi, ma al momento rimangono oggetto di negoziazione e incertezza.
La comunità internazionale sarà chiamata a esercitare pressione diplomatica, ma l’esito dipenderà soprattutto dalle scelte politiche interne alle parti coinvolte.











