Home Attualità Un’autoreferenzialità che sottrae orizzonti di sviluppo

Un’autoreferenzialità che sottrae orizzonti di sviluppo

by Maurizio Ciotola

Ricordiamo quando negli anni ’70 del XX secolo, in pieno sviluppo economico, la crescita dei costi energetici determinò una seria crisi economica del Paese.

Fu subito chiaro ed evidente, come successivamente avvenne, che la prima operazione da compiersi a cui si diede immediatamente azione, fu quella della diversificazione delle fonti energetiche primarie.

Dopo cinquant’anni e una concentrazione inusitata delle fonti primarie, quale il gas, leggiamo che invece il ministro Cingolani, scienziato, e il ministro Giorgetti, economista, unitamente e in accordo hanno deciso di intensificare lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel nostro Paese per compensare l’importazione dello stesso.

Una decisione con cui non solo verrà rallentata la riduzione del suo utilizzo, ma attraverso la quale ci si muove a discapito di qualsiasi visione plausibile, per la transizione energetica, auspicabile e necessaria.

Una scelta politica di cui siamo stupiti solo in parte a dire il vero, perché nei fatti sappiamo che nelle istituzioni, oggi troviamo dei tecnici privi di visioni politiche e strategiche ad ampio spettro.

Così come nelle aziende, soprattutto in quelle in cui è incisiva la proprietà dello Stato, la classe dirigente è costituita da tecnici carenti di una ragionevole visione di insieme.

Sul mercato energetico stiamo registrando costi legati in parte alle fonti primarie utilizzate, e per la restante parte a causa della speculazione operante.

Un mercato liberalizzato sì, ma slegato dalle evidenti carenze strutturali delle reti energetiche, quanto dall’ecatombe, maldestramente generata dai soggetti regolatori, delle innumerevoli unità di produzione preesistenti alla liberalizzazione del mercato.

Le reti energetiche non sono state sviluppate per consentire o agevolare l’evidente salto di paradigma, cui le produzioni elettriche determineranno nel breve tempo, indipendentemente e malgrado i soggetti regolatori, intrappolati da una inerzia strutturale e culturale.

La paura e l’incapacità politica è invece insita, nella evidente volontà di assecondare il sistema economico e industriale esistente, etichettando i grandi centri di produzione come nuclei green, nonostante l’utilizzo di sorgenti non rinnovabili quali il gas, i residui di raffinazione del petrolio e il nucleare, quest’ultimo dagli effetti devastanti.

Perché mutare e trasformare una rete elettrica pensata per le produzioni concentrate, nata per distribuire sul territorio l’energia, attraverso i diversi livelli di rete, determinerebbe un onere importante, oltreché un effetto sul business di gestione e costruzione, ancora più imponente.

Non solo, in questo modo è possibile capitalizzare miliardi di euro sul mercato da parte dei produttori, sempre più concentrati, che volutamente e con forza impongono battute d’arresto a una politica priva di strategie, e soprattutto carente di una rete di eccellenze al suo interno.

Una politica che subisce la pressione sempre esistita dei gruppi di interesse, in cui si sono infiltrati anche attori istituzionali, tra i quali alcuni, per loro costituzione, concepiti come punto di riferimento e studio, autonomo da interessi specifici e parziali.

E’ sempre più difficile pensare ad una Università autonoma, quando i suoi docenti sono consulenti delle multinazionali, che perseguono specifici obiettivi, le quali troppo spesso, sotto la minaccia della fine del contratto di consulenza, trovano il sostegno degli stessi docenti/consulenti.

Quando si è detto che la politica deve riprendere il suo ruolo centrale, non lo si intendeva esclusivamente rispetto alla magistratura, che in alcuni casi ha avuto il compito di esautorare precise scelte politiche, utilizzando, tal volta, un semplice avviso di garanzia e più spesso una vera e propria persecuzione di concerto con il sistema mediatico.

La politica deve riprendere la sua centralità senza dover subire le decisioni, ma mediare le pressioni, dei numerosi e potenti gruppi di interesse, in cui sono finiti anche tanti gruppi di pressione.

L’ondata di trasformazione, che è partita almeno trent’anni fa e oggi incalza, unitamente a eventi incontrollabili, ha visto e vede la politica italiana, insieme ad altri fondatori dell’Ue come la Francia, adottare il metodo dello struzzo.

E’ preferita una via che, nei fatti non costituisce una scelta, ma una consacrazione dell’immobilismo, svenduto come nuova via con la certificazione di una parte dei soggetti istituzionali, nell’esercizio di una reciproca autoreferenzialità.

Una “associazione” di corporazioni che in esplicito do ut des, coperto dall’autoreferenzialità blindata e aggressiva, sta conducendo il Paese alla deriva.

Abbiamo vissuto negli ultimi due anni momenti di paura e stravolgimento, che ci hanno condotto a evidenziare le carenze strutturali del sistema esistente, a partire dalla Sanità, nella Scuola, nei servizi essenziali e nella mancata informatizzazione, importante handicap determinato dal crescente gap di una società sempre più povera.

Abbiamo ripreso a subire una gestione politica indifferente e recalcitrante, quanto “collusa” con i soggetti che impediscono il cambiamento, tenacemente legati a cogliere ingenti profitti a discapito del benessere e della redistribuzione dei redditi.

Non sappiamo se mutare e rompere con le logiche ancestrali, per la scelta del Presidente della Repubblica, sia in grado di dare un input per una eventuale trasformazione, ma questo è oggi il primo passo da compiere, senza evidentemente dimenticare la parte più sostanziosa che il o la nuova presidente dovrà affrontare: il grande gap culturale e economico che affossa il Paese.

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