Home CHI SONO I SOCIALISTI Trent’anni da Mani pulite, l’inizio della fine della politica italiana

Trent’anni da Mani pulite, l’inizio della fine della politica italiana

by Romano Franco

Sono passati esattamente 30 anni dalla terribile tragedia di Mani Pulite e, come ogni anniversario che rappresenta dolore e sangue, la vicenda viene ricordata ancora oggi con rammarico e amarezza.

Il segno evidente del fatto che “l’opera di pulizia” messa in atto a quei tempi sia stata fatta più con lo scopo di muovere un vero e proprio Golpe, che con l’intento di fare pulizia, sta nel fatto che, dopo Tangentopoli, il marciume all’interno della politica non è mai stato sviscerato, anzi, si è addirittura diffuso.

Tutto comincia il lunedì di quel lontano 17 febbraio 1992, quando il pm Antonio Di Pietro chiese e ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, all’epoca presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di rilievo del Psi milanese.

Chiesa era stato colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, lo aveva denunciato all’Arma dei Carabinieri. Magni, in combutta con i carabinieri e con Di Pietro, fece arrestare Mario Chiesa.

All’inizio Craxi, per proteggere gli esiti della sua campagna elettorale nazionale, definì Chiesa un “mariuolo isolato”. Infatti, per il Psi, era una notizia bomba.

In cinquanta anni, mai nessun dirigente del Psi nell’amministrazione del Comune di Milano, prima di allora, era mai stato condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione.

Chiesa all’inizio non parlò, ma la svolta arrivò quando Di Pietro, scoprì e mise sotto sequestro due conti svizzeri, Levissima e Fiuggi, in seguito, chiamò l’avvocato di Chiesa e gli disse: “Avvocato, dica al suo cliente che l’acqua minerale è finita”.

Fu a quel punto che Chiesa parlò e rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso e complesso rispetto a quanto veniva affermato da Craxi.

Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di «tassa», richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti.

A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, anche se a finire nel mirino furono principalmente DC e PSI.

La situazione era delicata e il fattore campagna elettorale di certo non aiutò, visto che alcuni partiti, cavalcando l’onda del giustizialismo accusarono con parole forti i propri avversari, proprio come fece la Lega Nord che iniziò a cogliere la sempre crescente indignazione popolare per raccogliere voti (con lo slogan «Roma ladrona!»).

All’inizio la magistratura non aveva molto per poter attaccare il sistema clientelare dell’epoca, ma la tendenza molto diffusa dei leader a privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati fece sì che molti di questi si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

E da qui l’effetto domino che colpì tutta la politica italiana.

La risposta di Bettino Craxi sull’Avanti! fu dura: “Non è tutto oro quel che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt’altro che l’eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani Pulite».

La guerra tra politica e magistratura si era appena aperta e dopo una serie di avvisi di garanzia a pioggia ci furono le prime tragedie.

Il primo personaggio di spicco a finire vittima del tritacarne messo in moto dai giornali che utilizzavano l’opinione pubblica per colpire i politici fu il socialista Sergio Moroni che si suicidò il 2 settembre 1992.

La lettera di Moroni, uomo devastato che non aveva più nulla da perdere, è illuminante e cerca di chiarire la situazione in uno scenario tetro e oscuro.

Nella lettera Moroni si dichiarava colpevole, affermando che i crimini commessi non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti.

La denuncia di Craxi, molto vicino a Moroni, fu dura e si scagliò inesorabilmente contro stampa e magistratura sostenendo che si fosse creato un «clima infame».

Ma i suicidi indotti dalla macchina del fango furono molti, Renato Amorese, ex segretario del partito di Lodi, e l’imprenditore Mario Majocchi, vicepresidente dell’ANCE sotto inchiesta per le tangenti dell’autostrada Milano-Serravalle, furono altre due vittime del sistema mira e spara. Entrambi i personaggi vennero indagati ma mai incarcerati o condannati.

Ma, l’opinione pubblica, non voleva sentire ragione e, dopo un attimo di smarrimento, mossa anche dai giornali di punta, si schierarono con i PM: la legge sul finanziamento pubblico ai partiti veniva percepita come priva di senso, visto che per anni era stata spiegata con le necessità di sostentamento della politica ed ora si scopriva che ciò non aveva fatto venir meno la corruzione.

Ma, nonostante il sistema marcio, alla fine della fiera, questo desiderio di “legalità” mai realizzato nella politica, sempre più venduta e corrotta dalle leggi e dai gruppi che fanno barricata sui singoli individui, a differenza di allora, è costata tantissimo in termini di ingiustizie e persecuzioni nei confronti del 46% delle persone coinvolte.

E’ di questo parere Valentino Maimone, giornalista e fondatore, insieme con Benedetto Lattanzi, dell’Associazione Errorigiudiziari.com.

“Ci si dimentica che solo il 54% di tutti gli indagati iniziali è stato condannato, c’è una fetta del 46% che è stata assolta o prosciolta per prescrizione. E ci sono state in tutta Italia persone che sono andate in carcere per sbaglio“, dice Maimone.

“E’ impossibile avere dati certi, gli ultimi disponibili risalgono al 2000, i fascicoli venivano spezzettati in più filoni, le posizioni trasmesse altrove per competenza territoriale – ricorda – I numeri sono poco affidabili e nessuno si è mai occupato dell’ingiusta detenzione legata alla vicenda di Tangentopoli. In mancanza di numeri ufficiali, è impossibile circoscrivere i fatti. Ci abbiamo provato, ma siamo stati costretti a desistere”.

“Oltre ai politici coinvolti nei casi più famosi ci sono stati quelli colpiti da vari filoni in altre regioni d’Italia. Per esempio Clelio Darida, ex sindaco di Roma, già ministro della Giustizia, l’unico guardasigilli a finire in carcere”.

Ma oltre a questo disastro “Ingiustizialista” messo in moto dal pool di “Mani Pulite” come spesso accade, quando si mettono in moto le congiure, vi è sempre quel nostalgico pensiero amante del detto “si stava meglio quando si stava peggio”.

Ed è quello il sentimento che coltiva Francesco Saverio Borrelli, Procuratore della Repubblica e capo del pool di Mani pulite negli anni di Tangentopoli, quando chiede «scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale», dice Borrelli.

Perché proprio nel 1992?

E’ proprio così, con Mani Pulite sono venute alla luce molte verità scomode del nostro Paese. Nessuno vuole immedesimarsi nel ruolo di avvocato del Diavolo e, a distanza di 30 anni, adesso, non vale sicuramente la pena piangere sul latte versato, ma vi sono diverse sfaccettature della vicenda che si devono analizzare. Perché la vicenda di mani pulite avvenne proprio nel 1992?

Craxi tra i suoi “peccati” non includeva solo il fatto di non aver rispettato alcune regole del gioco, come tanti altri in quei periodi, no, perché, al segretario del Partito Socialista italiano era imputato un crimine ben peggiore, quello di essere un personaggio assai scomodo nell’anno delle privatizzazioni avvenute sul Britannia e nell’anno degli accordi di Maastricht che hanno svenduto l’Italia all’Europa, come ricorderà lui in seguito quando profetizza: “L’Europa per noi(italiani), come ho già avuto modo di dire, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno. E quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo perché la cosa più ragionevole di tutte era quella di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese -perché Se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Italia” – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”, diceva Craxi.

Inascoltato fu il suo appello, quando si richiedeva la rinegoziazione di quei trattati tanto ingiusti nei confronti del Bel Paese.

Ma non è di complotto che si parla qui, anche se i presupposti, come diceva Rino Formica anni fa in un’intervista su rai due, c’erano tutti per indurci a pensarlo, soprattutto dopo la svendita di quelli che venivano definiti i gioielli d’Italia, (Eni, Enel, banche, Autostrade ecc…).

Oggi, a distanza di anni quindi, possiamo dire che Craxi avrà pure fatto i suoi errori, così come tanti altri in quei periodi, ma la vera damnatio memoriae nei suoi confronti e nei confronti dei socialisti è stata messa in atto per sancire un “inizio della fine” molto lento e agonizzante per l’Italia.

Non è un caso che la democrazia e il benessere sociale, da allora, si siano quasi estinti per far spazio ad un terribile tiranno, crudele e cinico, che regna incontrastato e sovrano sul nostro territorio da almeno 30 anni: l’alta finanza.

La domanda che oggi si pone è: Ne valeva la pena?

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