Home Estero SVEZIA: SFIDUCIATO LÖFVEN, LA SOCIALDEMOCRAZIA BARCOLLA

SVEZIA: SFIDUCIATO LÖFVEN, LA SOCIALDEMOCRAZIA BARCOLLA

by Calogero Jonathan Amato

Il fragile governo di minoranza a trazione socialdemocratica alla fine non ha retto: lunedì mattina il parlamento svedese ha sfiduciato il premier Stefan Löfven con 181 deputati favorevoli, 109 contrari e 51 astenuti. I voti necessari per far passare la mozione erano 175. Il “grande negoziatore”, capace di sopravvivere all’enorme frammentazione politica interna degli ultimi anni e, da ultimo, alle polemiche sulla gestione “senza regole” della pandemia, è caduto su quello che in Svezia è uno dei temi più scottanti e divisivi: la gestione statale del complicato sistema degli affitti degli appartamenti. Simbolo concreto e applicato del concetto di stato sociale.

Löfven, che ora ha una settimana per decidere se dimettersi o indire nuove elezioni, è il primo premier ad essere sfiduciato nella storia del paese. E se si decidesse per il voto anticipato, per la Svezia sarebbe la prima volta dal 1958. Due record che l’ex sindacalista, al potere dal 2014, avrebbe voluto evitare.

La prima pietra della frana che ha travolto il governo era stata tirata dal piccolo Partito della Sinistra che la settimana scorsa aveva ritirato l’appoggio esterno all’esecutivo dopo la proposta di legge sulla liberalizzazione dei prezzi degli affitti delle case di nuova costruzione. Il governo di Löfven avrebbe voluto introdurre una norma che adeguava i prezzi al mercato, per la Sinistra una proposta irricevibile nella patria del welfare e dello “Stato dalla culla alla morte”.

Ad oggi una delle regole è che i proprietari possono addebitare solo un “affitto ragionevole” (skälig hyra) e non scegliere il canone in base al mercato o a proprio piacimento. Uno dei cambiamenti della proposta di Löfven era che la posizione dell’immobile avrebbe avuto un ruolo nella determinazione del prezzo, così che il canone delle case nelle aree più richieste sarebbe aumentato, e che l’affitto sarebbe aumentato ogni anno in linea con l’inflazione. Un’idea che aveva fatto saltare sulla sedia la Sinistra, che ribadiva invece la necessità che gli affitti rimanessero accessibili a tutti e non si creassero zone per ricchi e per poveri.

È innegabile che la Svezia soffra da almeno un decennio di una profonda crisi immobiliare: mancano case, e chi decide di costruire alloggi da dare in locazione vede sempre meno possibilità di guadagno visti gli “affitti calmierati” dallo stato e, quindi, gli appartamenti disponibili sono sempre meno. Con l’aumento della popolazione, soprattutto nelle città più grandi, la coda per ricevere un alloggio può durare anche dieci anni. Da qui l’idea – costata cara a Löfven – di incentivare la disponibilità e la redditività degli alloggi applicando le leggi di mercato.

La Sinistra aveva già minacciato il voto di sfiducia, ma non ne aveva i numeri. Fino a quando nella partita non sono entrati i Democratici Svedesi, il partito di ultradestra nato dai movimenti neonazisti, che si sono uniti alla battaglia per sfruttarla politicamente. Sono stati loro, infatti, a proporre la mozione di sfiducia, seguiti rapidamente dalle destre (il partito conservatore dei Moderati e i cristiano-democratici), ai quali si è aggiunto anche l’ex Partito Comunista. Un’inedita alleanza per abbattere il governo rosso-verde che ora apre scenari inaspettati. Arrivato al potere nel 2014, Löfven ha dimostrato un’impressionante abilità di sopravvivenza alle crisi politiche. Il suo secondo governo si era insediato il 21 gennaio 2019 dopo mesi di instabilità seguiti all’incerto esito delle elezioni del settembre 2018, quando il boom dei Democratici Svedesi aveva reso complicato costituire una maggioranza che li escludesse. Dopo mesi di negoziati Löfven era riuscito a formare un esecutivo di minoranza con Verdi e Liberali e l’appoggio esterno del Partito della Sinistra, in seguito diventato sempre più insofferente nei confronti delle riforme economiche di stampo liberale varate dall’esecutivo. Questa volta la sua propensione alla mediazione e al negoziato non è bastata.

Ma oltre all’incertezza sugli scenari possibili (Löfven potrebbe dimettersi, lasciando al presidente del parlamento il compito di trovare una nuova maggioranza; si potrebbero indire elezioni anticipate; il premier potrebbe trovare compromesso politico e restare in carica) il dato notevole di questa crisi è l’alleanza della Sinistra – seppure solo strategica – con i paria della politica svedese e, allo stesso tempo, la debolezza del modello socialdemocratico che, come già successo in Danimarca, non sembra reggere il peso del compromesso con un elettorato che si presume sempre più spostato al centro. Tanto che il modello nordico di socialismo riformista pare sempre più spesso un’etichetta orfana degli originari contenuti politici.

 

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