Senza veri Partiti non ci possono essere le preferenze

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Di Santo Primavera, esperto in teoria e tecnica del lobbying “Link Campus University”

Il Parlamento in carica prima della conclusione della legislatura dovrà affrontare il nodo della legge elettorale, alla luce della riduzione del numero dei parlamentari. Il mantra grillino dell’uno vale uno, nel nuovo sistema tripolare in cui il terzo incomodo, al di là delle alleanze, risulta proprio il Movimento Cinque Stelle, ha risvegliato gli appetiti dei proporzionalisti.

Il dessert delle preferenze è la risposta all’appetito della “democrazia dal basso”. Ma siamo proprio sicuri che nell’attuale contesto politico, il sistema delle preferenze sia il migliore strumento di democrazia partecipativa? Riavvolgiamo i nastri della storia.

L’azione penale, a partire dal 1992, distrusse in maniera fulminea i partiti, con le inchieste giudiziarie di “Tangentopoli”. Anche se già dopo il crollo del muro di Berlino, i partiti politici non avevano più un ruolo storico incisivo e una identità culturale forte.

Tangentopoli, delegittimando la politica, ha aperto il varco entro cui sono passati sull’onda della demagogia e del populismo nuovi leader e partiti “liquidi”, organizzati come fossero “società per azioni” e che pensano che i poteri pubblici si possano “scalare” con la stessa disinvoltura con cui si “scala” un gruppo concorrente.

Con l’erompere della crisi dei partiti della Prima Repubblica, il politico si è trovato ad operare più come “imprenditore individuale”, facendo valere nei singoli casi anche un suo potere di condizionamento e perfino di ricatto. A partire dalla Seconda Repubblica per i movimenti politici, più che i valori e l’organizzazione interna, conta mettere insieme candidati capaci di raccogliere consenso.

Il nuovo paradigma è stato la presenza nelle istituzioni, cui si è accompagnato un progressivo abbandono del ruolo di rappresentanza sociale, che è diventata più frazionale e marginale all’interno delle stesse organizzazioni politiche. Unica eccezione, il “vaffà” dei grillini, che nascono e crescono nei consensi come movimento di protesta alla politica diventata casta e considerata poi corruttela.

I partiti dovrebbero invece essere costituzionalmente un fattore pre-istituzionale di carattere organizzativo dell’articolazione della domanda politica. All’inizio della Prima Repubblica i partiti si strutturavano su rapporti di “parentela e clientela” come li definì Joseph La Palombara, con le organizzazioni settoriali di rappresentanza che fungevano da bracci operativi per la selezione e il consenso degli stessi candidati.

La Coldiretti, per esempio aveva instaurato con la Democrazia Cristiana un rapporto che si era consolidato dal fatto che questa organizzazione, grazie all’uso efficace del voto di preferenza, riusciva a far eleggere nelle liste democristiane un nutrito numero di parlamentari.

Così, grazie a questo legame privilegiato col partito di maggioranza relativa, la Coldiretti riusciva ad influenzare le politiche agricole dei governi. I dirigenti della Cisl militavano soprattutto nella Dc. Esistevano stretti legami tra la potente Ance (Associazione nazionale costruttori edili) e il Pli, tra la Cisnal e il Msi, tra il gruppo di interesse intellettuale che faceva capo al “Mondo” e i partiti repubblicano e radicale, tra l’Azione Cattolica, le Acli e la Dc, tra Confcooperative e la Dc, tra la Legacoop, il Cna (l’organizzazione degli artigiani) e il Pci.

Si trattava di un rapporto di affinità ideologica e sociale, nascente dalla matrice subculturale che accomunava il partito e il gruppo di interesse. Il Psi, partito giovane, non aveva alle spalle una capillare organizzazione di massa e non poteva contare su una forte rete organizzativa da mobilitare a fini elettorali.

Con il Psi si apre infatti la stagione del personalismo che si basa più sul potere di singoli individui che su quello degli apparati. L’appoggio è fornito dai leader non a gruppi organizzati in quanto tali o ai loro componenti, ma a singoli individui, siano o meno sostenuti dall’organizzazione e pure a singoli gruppi industriali.

E’ il sistema di “patronage” sul tipo di quello delle “political machines” americane. L’aspetto caratteristico della “political machine” è infatti il personalismo. Una dimensione dell’influenza e del potere, che si afferma quando i partiti sono “deboli”, è l’importanza che vengono ad assumere i patroni, i singoli individui e i loro clienti, creando un sistema autoreferenziale.

Craxi accentrò nelle sue mani qualsiasi rapporto con i gruppi di interesse e lobbies, anche se i parlamentari socialisti furono lasciati liberi di costruirsi reti di relazioni locali aggiuntive, utili all’allargamento del consenso elettorale. In tale contesto nessuno promuove l’interesse del gruppo o della comunità, se la cosa non gli porta un vantaggio personale.

Dal rapporto di parentela si passava al familismo ovvero in uno stretto vincolo personale e privato. Gli scandali di tutti i partiti che ne derivarono sono ormai storia nota. Il sistema elettorale delle preferenze è stato sempre il cruccio dei partititi post-dc.

La Chiesa non ha dato in questi anni però la benedizione ufficiale a “cose centriste o neo Dc” per porre fine alla diaspora della storica Democrazia Cristiana, ma ha applicato lo schema ruiniano (da Ruini, ex Presidente della CEI) dei «semi di verità» (leggi deputati e senatori) da piantare trasversalmente.

Già con la guida del cardinale Ruini, la Chiesa italiana ha innovato anche nelle modalità del suo agire politico. Alle antiche associazioni cattoliche che si occupavano ciascuna di tutto, ne ha affiancate di nuove, ciascuna concentrata su un solo obiettivo: il contrasto all’aborto, la famiglia, la scuola (ad esempio il comitato “Scienza e Vita”, o il Forum cattolico delle famiglie).

La reintroduzione delle preferenze nell’attuale contesto partitico evanescente creerebbe nuovi personali sistemi economico-clientelari, già di per sé oltre limite del nuovo perimetro giuridico-penale tracciato.

Non deve infatti sfuggire la portata della nuova disposizione del reato di “Traffico di influenze illecite”, introdotta nella legge di stampo grillino “Spazzacorrotti” del 2019.

Nella nuova formulazione del reato l’altra “utilità” include pure l’ottenimento del voto. L’equazione “politico uguale <<trafficante>>” starebbe così già stata conclamata nel codice penale, a prescindere, con buona pace anche dei più garantisti.

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