Salvo Andò: “L’approvazione della nuova legge elettorale rischia di frantumare la maggioranza di governo”

Ormai archiviata l’elezione del Capo dello Stato ritorna nuovamente in cima all’agenda politica la questione di una nuova legge elettorale con tutte le incognite del caso, compreso il fatto che si voterà nuovamente con il Rosatellum.

Oggi si fronteggiano due fronti: il primo che sostiene le tesi del maggioritario e un altro che aspira a realizzare una legge basata sul proporzionale.

Tuttavia i partiti nella corsa al Colle hanno dato prova di grande inconcludenza e mediocrità che depongono in modo preoccupante per la paralisi e la staticità sulle riforme necessarie e che possa, altresì, determinare una scelta che garantisca stabilità e governabilità sia nella presente legislatura che in quella futura.

Sul tema elettorale c’è una certa trasversalità tra i partiti. Letta e Meloni si sono trovati concilianti sulla necessità di fare una legge elettorale maggioritaria.

Sentiamo il parere di Salvo Andò, costituzionalista esperto. In questo quadro politico sarà possibile varare una nuova legge elettorale?

Pare che la nuova legge elettorale possa diventare lo scoglio contro cui la maggioranza di governo potrebbe inabissarsi.

Dopo l’elezione del Presidente della Repubblica e le convergenze e fratture che si sono verificate in questa occasione anche su questo argomento sembra che le coalizioni stiano cambiando i loro tradizionali orientamenti.

Riformare la legge elettorale richiede, però, che l’attuale maggioranza di governo si muova in modo convergente.

Sorprendentemente sembrano convertiti al proporzionalismo personalità e partiti che da sempre lo hanno avversato, identificando il maggioritario con la stabilità politica ed il buon governo.

Bisognava sapere, si spiegava, la stessa sera in cui si conosce il risultato elettorale sapere quale maggioranza sarebbe andata al governo e a pochi giorni di distanza conoscere anche la struttura del governo.

Era questo anche un punto fermo anche del programma del partito democratico. Adesso pare che le opinioni sul maggioritario stia cambiando, a cominciare appunto dal PD.

Da qualche tempo i democratici pare che ritengano, viste le esperienze fatte in questi i anni, che non basti il maggioritario per garantire la stabilità politica in un sistema non più bipolare.

Di ciò sono convinti ormai diversi partiti. E ne è convinto anche il leader Pd, Letta, sostenitore storico del maggioritario senza sé e senza ma, forse anche perché nostalgico della stagione dell’Ulivo, che tutto sommato non ha dimostrato un alto tasso di governabilità grazie al maggioritario.

Ma il maggioritario diventava il caposaldo della strategia delle maggioranze larghe che avrebbe dovuto consentire al centro-sinistra di potere mettere insieme esperienze e culture politiche tra loro diverse ma convergenti sull’opzione riformista.

Adesso pare che, tenuto conto dell’esistenza di una variegata galassia centrista che vuole tuttavia mantenere la propria identità, il proporzionale potrebbe riuscire a garantire una coalizione plurale nel rispetto delle diverse identità dei partiti coalizzati.

Siamo insomma di fronte alla frantumazione dello schieramento partitico e non si può puntare sull’unità indifferenziata di una coalizione in forza di una legge elettorale costrittiva.

Il maggioritario ha un senso in un sistema politico in cui il bipolarismo viene irreversibilmente accettato e dimostra una certa vitalità nel funzionamento delle maggioranze.

Naturalmente si tratta di intendersi su come conciliare proporzionale e governabilità, e, da questo punto di vista, la via maestra è quella di stabilire una soglia di accesso abbastanza alta che consenta la governabilità.

Il proporzionale a chi conviene?

Certo il proporzionale non conviene ai partiti che tendono a radicalizzare lo scontro politico e ad egemonizzare su queste basi una coalizione imposta dal maggioritario.

Non conviene a Giorgia Meloni. Conviene invece ai 5Stelle che stanno insieme solo se possono valorizzare la propria identità o alla variegata area di centro che vuole ritrovare una qualche forma di unità ritrovando come perno i valori tipici del moderatismo italiano.

Ma tutto sommato Il proporzionale conviene anche alla Lega se si considera che il maggioritario, finora considerato dal centro-destra scelta irreversibile, non conviene a Salvini che all’interno della coalizione maggioritaria dovrebbe cedere la leadership a Giorgia Meloni e conviene a Renzi che solo attraverso il proporzionale può organizzare una variegata area centrista che con il maggioritario invece sarebbe costretta ad appiattirsi su uno dei due poli.

Naturalmente il problema è quello di capire se si va verso un sistema proporzionale puro o con la soglia, magari alta, o ad un proporzionale con premio di maggioranza così da garantire la rappresentatività del Parlamento ma al tempo stesso di facilitare la governabilità.

Naturalmente tutto questo dibattito sarebbe meno divisivo se si scegliesse la strada maestra del semipresidenzialismo, alla francese, che consenta di conciliare presidenzialismo e parlamentarismo, anche a rischio di concedere una coabitazione che dovrebbe essere regolata attraverso convention che potrebbero avere una soddisfacente governabilità.

Dopo l’elezione del Presidente della Repubblica le coalizioni sembrano sfaldate soprattutto, il centro destra sembra in un marasma assoluto.

In sostanza un modello proporzionale sancirebbe soprattutto la fine del centrodestra come si evince dall’esperienza dell’elezione del presidente della Repubblica, allorché, Forza Italia si è sganciata dall’estrema destra senza rischiare gravi perdite.

Dopo la frattura verificatasi in occasione dell’elezione del Capo dello Stato, ormai, c’è una parte di Forza Italia che vuole liberarsi dalla asfissiante tutela esercitata da Salvini, ma non vuole consegnarsi sicuramente ad un centro-sinistra.

Pare chiaro però che le riforme elettorali se si pensa di farle su misura per privilegiare un partito o uno schieramento non riusciranno mai ad essere approvate. Occorre, quindi, un bilanciamento incentivante tra opposte esigenze, tale da consentire l’approvazione della riforma.

Una cosa pare certa. Dopo l’esperienza fatta in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica con le coalizioni che nel giro di pochi giorni si andavano formando e disfacendo, pare davvero irrealistica la proposta di Salvini che vuole fare in Italia il partito Repubblicano come quello americano.

Quel partito tiene insieme tante famiglie politiche, non perché garantisce un pluralismo assoluto di opinioni, ma perché consente ai diversi radicamenti territoriali dei gruppi della destra americana di potersi compiutamente esprimere. E ciò è in qualche modo legato al federalismo USA.

Il proporzionale resta il sistema che garantisce un migliore sistema di democrazia rappresentativa?

Oggi abbiamo bisogno di vedere rinascere i partiti e non consorterie prive di identità; e da questo punto di vista il proporzionale può consentire un futuro dignitoso a partiti ricostituiti su diverse basi.

Che senso ha, del resto, il maggioritario che alle prove dei fatti ha dato luogo a fenomeni di trasformismo politico, che hanno fatto del randagismo parlamentare quasi uno stato di necessità, e consentito un mercato degli stessi alla luce del sole.

Il proporzionale con la soglia alta può fare riemergere le famiglie politiche e consentire, quindi, riforme che riguardano il sistema dei partiti e la loro democrazia interna.

Il maggioritario che tende a cancellare il profilo identitario delle diverse famiglie politiche non è certo un incentivo alla partecipazione, come dimostra l’astensionismo sempre più alto che si registra alle elezioni.

Il proporzionale incentiva un’autentica vita di partito ed evita che emergono dei capi in forza dei mezzi di cui dispongono che non riscuotono poi un duraturo consenso interno nei partiti, magari perché estranei alla cultura politica, alla storia, alle tradizioni di essi. La vicenda dei 5Stelle da questo punto di vista è emblematica.

Partiti posseduti da un capo è difficile che possano realizzare una coraggiosa politica sociale che combatta il populismo le cui fortune sono affidate alla capacità dei capi politici di promettere tutto a tutti, senza creare gerarchie sul terreno dei bisogni.

A tuo avviso si realizzeranno le riforme istituzionali tanto auspicate?

Oggi con la riconferma dell’asse tra il colle e Palazzo Chigi, esistono le condizioni per fare anche riforme difficili.

Certo non può essere il governo a imporre le riforme istituzionali. E però una maggioranza regge se su questi temi trova quantomeno un metodo condiviso per promuovere un confronto politico che faccia prevalere la cultura politica sulla demagogia.

Il maggioritario che si è sperimentato nel corso di questi anni non ha certo garantito la stabilità politica, non ha reso più coese le coalizioni, come del resto dimostra la stessa vicenda dell’elezione del Capo dello Stato.

E spesso neppure consentito politiche del cambiamento che sembrano a portata di mano, considerato l’ampiezza delle maggioranze e la possibilità quindi di superare i veti prodotti spesso da interessi particolari sostenuti da questa o quella fazione politica che in teoria sarebbero dovuti risultare facilmente aggirabili.

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