Home Approfondimenti Salvo Andò: “La lezione della P2. Perché non nascono nuove P2”

Salvo Andò: “La lezione della P2. Perché non nascono nuove P2”

by Rosario Sorace

Sino a quando è stato in vita, Gelli è stato trattato con i guanti gialli dalla magistratura ed ha goduto di vaste protezioni in tutti gli ambienti anche all’estero. Ci si chiede ancora oggi com’è potuto succedere che Gelli assumesse un ruolo di puparo così rilevante. A tale proposito che tipo di rapporti intratteneva il venerabile con la politica?

Gelli è stato condannato alla pena di 12 anni resa definitiva con la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione nel 1996 per concorso nella bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano dichiarato insolvente nell’agosto del 1982, pena scontata senza dover fare neanche un giorno di carcere. Gelli, ha continuato ad operare. Ha ostentato un forte senso dell’impunità, ha rilasciato interviste spiegando di essere onnipotente, di potere ancora colpire, come e quando voleva. Questo la dice lunga sul perché una parte vitale della P2 molto probabilmente ha continuato a vivere anche sotto mutate spoglie. E in sostanza cambiata la ragione sociale della “ditta”, non sono cambiati i protagonisti, quelli visibili e quelli invisibili, tranne quelli che si sono ritirati a vita privata, anche perché hanno perduto il potere che li riteneva appetibili, tenuto conto dei disegni del venerabile.

Tanti si sono chiesti in questi anni da che parte della politica stava Gelli, quali disegni politici assecondava, quale era il capo politico a cui offriva i propri servigi e contro quale capo politico congiurava. Ebbene se si pensa all’unico incontro che ha avuto con Craxi, dopo avere richiesto più volte l’incontro, che poi gli fu concesso per intercessione del giornalista Nisticò, che era amico di Craxi, e alle proposte che fece al leader socialista ritenuto in forte conflitto con Andreotti – gli chiese di incontrarlo per interporre i suoi buoni uffici affinché Craxi e Andreotti potessero, grazie a lui, collaborare meglio – si ha la prova di una tecnica di adescamento dei potenti che normalmente si rivelava vincente.

Craxi manifestò una totale indifferenza di fronte ai servigi che il venerabile gli offriva. In modo sprezzante spiegò a Gelli che quando voleva parlare con Andreotti gli bastava alzare il telefono, non aveva bisogno di intermediari. Gelli si congedò da Craxi ammonendolo che la fratellanza arrivava ovunque e che un leader politico non poteva non conoscere questo mondo, che arriva ovunque, e controlla anche i giornali potendo promuovere anche campagne d’opinione assai dannose per l’immagine di un leader.

Certamente millantava, e però esibiva prove per rendere credibili le sue millanterie. A Gelli non interessava la politica con i suoi conflitti, con le sue contrapposte identità, interessava avere rapporti soprattutto di complicità con tutti coloro che in politica contano, potere trovare dei sodali all’interno degli apparati dello Stato e del sistema economico per portare a buon fine le proprie manovre tese soprattutto a fini di arricchimento personale. Era un doppiogiochista che era abituato a destreggiarsi tra opposte sponde politiche, frequentando spie e ricattatori, e offrendo i suoi servigi a chiunque potesse consentirgli di avere nuove entrature nel sistema politico e nel mondo degli affari.

Era stato fascista, aveva addirittura fatto la guerra in Spagna con i franchisti, ma, dopo la liberazione, aveva collaborato con gli alleati vendendo ad essi notizie riservate. Era stato condannato in Svizzera e in Francia per le losche attività intraprese.

Gelli propose anche il Piano di rinascita che doveva garantire una svolta autoritaria nel Paese. Che idea ti sei fatto su queste sue incursioni nel campo della cultura politica?

Attribuire a Gelli disegni politici ambiziosi quali quelle del famoso Piano di rinascita significa riconoscere al personaggio una dignità politica che non ha. Gelli non era in grado non solo di scriverlo un piano siffatto, ma neanche di pensarlo. Erano idee contenute nel Piano che da sempre circolavano negli ambienti della destra reazionaria. Alla base del Piano non c’era alcuna idea originale. Si trattava di una rimasticatura di luoghi comuni cari ad ambienti dell’estrema destra, nostalgici, i quali credevano che dando più potere ai generali e tenendo sotto controllo i partiti si potesse avere un’altra Italia che cancellasse le conquiste fatte con la Repubblica e la Costituente.

Voleva insomma mobilitare quell’eterna Italia del ”si stava meglio, quando si stava peggio”, che i partiti storici della Repubblica avevano messo nella condizione di non nuocere al compimento del processo democratico. Attribuirgli propensioni presidenzialiste perché era amico di alcuni dittatori sudamericani massoni significa non aver capito nulla della natura della P2 di Gelli.

Il venerabile non voleva il presidenzialismo, né perseguiva la costruzione di alleanze politiche per promuoverlo, ma voleva un regime autoritario che cancellasse il pluralismo politico e consentisse ad una cricca di disinvolti affaristi di conquistare le leve del potere per arricchirsi. Il presidenzialismo sognato dalle destre golpiste non è il governo presidenziale americano basato sul principio del potere limitato, ma è il potere senza regole, senza garanzie, realizzato nei regimi sudamericani attraverso un Presidente della Repubblica che è padrone dello Stato e lo amministra affidandosi ad cerchia ristretta di fedelissimi in grado di mettere le mani sui beni pubblici, sulla vita economica dello Stato, sulla costituzione che viene svuotata di ogni contenuto garantista.

È questo il presidenzialismo di Gelli che, almeno fino al 1976, pare sposare ipotesi golpiste, tant’è che vi sono seri indizi che sia stato coinvolto anche nel tentato golpe Borghese del 1970. Quando Gelli commissiona le ricerche sugli strumenti in grado di rafforzare il potere esecutivo, mira a rendere meno influenti i partiti, a proteggere le scorribande di una speculazione finanziaria priva di scrupoli che teme le prepotenze di un potere giudiziario indipendente o di una pubblica amministrazione finalmente trasparente.

Erano questi gli interessi che il Piano di rinascita mirava a proteggere. Gelli ed i suoi sodali erano del tutti indifferenti alle riforme destinate a garantire un migliore funzionamento delle istituzioni. La narrazione di un Gelli interessato ad una grande riforma delle istituzioni è un’invenzione di alcuni ambienti politici i quali erano contrari ad ogni ipotesi di grande riforma delle istituzioni, e utilizzavano qualunque espediente dialettico per dimostrare che il governo autorevole, responsabile, in grado di decidere, non più ostaggio di patti spartitori tra maggioranza ed opposizione legittimati da una conventio ad includendum.

In questi ambienti il presidenzialismo veniva vissuto come una sorta di dittatura del presidente, come espressione di una cultura antidemocratica, decisa a precludere governi di solidarietà nazionale tra Dc e Pci ,che sarebbero stati osteggiati dalla P2. Per anni la grande riforma delle istituzioni del Psi è stata associata e assimilata niente meno a un disegno piduista.

Insomma, per denigrare il progetto della grande riforma delle istituzioni, per la quale si batteva il Psi, si spiegava che quella riforma la voleva anche Gelli e, quindi, coloro i quali perseguivano l’obiettivo del rinnovamento istituzionale oggettivamente erano alleati del venerabile. Una volta scoppiato lo scandalo della P2 la lotta politica in Italia ha assunto i caratteri di una lotta per bande destinata a provocare la rovina della Repubblica.

I partiti di governo venivano accusati di perseguire obbiettivi contigui a quelli perseguiti dalla superloggia gelliana. Nel lessico politico si affermò la tendenza a bollare come piduista chi si erigeva a difesa dei partiti della repubblica e delle migliori tradizioni costituzionali. Gelli non aveva né talento politico, né vincoli ideologici. Voleva trovare accesso nei circuiti del potere non certo per cambiarlo, o per distruggerlo, ma trarne profitto economico.

Insomma, non sentiva certo il bisogno di riformare il sistema, che gli andava benissimo per la libertà di manovra che gli consentiva perché, all’interno di quel sistema, si muoveva con grande abilità e trovava interlocutori autorevoli che lo assecondavano. Tenuto conto di ciò, parlava di riforme istituzionali nel Piano di rinascita per dimostrare lo spessore politico della sua organizzazione.

Molto più attendibile per capire i disegni di Gelli sembrava essere il Memorandum sulla situazione politica italiana attraverso cui la P2 pensa di infiltrarsi dentro i partiti interferendo anche con il sistema di tesseramento soprattutto della Dc. Si riteneva, stando a quel documento, che attraverso il tesseramento si potesse acquisire il controllo dell’intero partito.

Ma la stessa cosa si pensava che potesse avvenire infiltrandosi delle organizzazioni sindacali per influire sul processo di unità sindacale per sgretolarlo, essendo il sindacato uno strumento di mobilitazione di massa in grado di fermare eventuali tentativi di golpe.

Si trattava di strategie tutto sommato ingenue che sottovalutavano la forza che esprimevano quelle grandi organizzazioni di massa, che potevano contare su popoli di riferimento forti, combattivi ,decisi a mandare a gambe all’aria qualunque congiura ordita per stravolgere il sistema democratico.

La strategia della tensione è stata sconfitta da queste forze potendo contare sulla capacità di reazione, di mobilitazione, dei loro militanti presenti numerosi su tutto il territorio nazionale. Il Memorandum pare essere molto più veritiero in ordine alle strategie perseguite dalla P2 per minacciare i partiti, per ricattarli e per sottometterli. Insomma, la P2 non voleva conquistare più potere attraverso la grande riforma istituzionale, bensì inserendosi nei circuiti decisionali, non per abbattere coloro i quali esercitavano il potere, ma per poterli avere alleati nelle grandi operazioni affaristiche progettate, alcune delle quali sono andate a buon fine.

Gelli, pur avendo trafficato con la destra e con la sinistra durante la fase di transizione dalla monarchia alla Repubblica, rimaneva un uomo di destra. E lo stesso progetto del Piano di rinascita era un progetto condiviso con la destra estrema, che operava nelle istituzioni ma carezzava il pelo dei golpisti che volevano abbattere la Repubblica attraverso le bombe.

C’è sempre stata una destra estrema che operava nelle istituzioni con propri parlamentari, che aveva giornali finanziati da uomini delle istituzioni per destabilizzare il governo, e una destra eversiva, disposta a tutto pur di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza. E la P2 ha anche operato come struttura di collegamento tra le due destre che non disdegnavano di operare congiuntamente sul piano del reperimento delle risorse. La destra eversiva era del resto ben rappresentata nei gruppi parlamentari del MSI.

In che modo la P2 condizionò la vita democratica nel senso di rappresentare un centro di diramazione dell’eversione e della strategia della tensione?

Gli uomini della P2 che operavano negli apparati di sicurezza avevano collegamenti sia con i terroristi rossi che con quelli neri. Nonostante le contrapposizioni ideologiche, l’obbiettivo comune era quello di mettere alle corde lo Stato attraverso attività criminali che fossero in grado di provocare una mobilitazione di popolo rivoluzionaria o gravi tensioni sociali, attraverso le stragi, che consentissero l’emergere di un blocco d’ordine in grado di favorire derive antidemocratiche.

All’interno delle istituzioni terroristi e stragisti godevano delle stesse protezioni. È del resto provato che apparati deviati utilizzassero gli uni e gli altri per organizzare depistaggi, al fine di provocare tensioni all’interno delle istituzioni e nel paese e di screditare lo Stato.

Le inchieste hanno rivelato che uno stesso appartamento, quello di via Gradoli, veniva utilizzato sia dai capi delle brigate rosse che dai terroristi neri. Non era questo un caso isolato. Il Sisde affittava appartamenti che venivano utilizzati come base logistica da terroristi rossi e neri.

Insomma la P2 sapeva molte cose su uomini e mezzi impiegati per mantenere alta la strategia della tensione, e ciò incrementava notevolmente la sua capacità di ricatto nelle più diverse direzioni. Ma la P2 era in grado di creare collegamenti e sinergie tra le organizzazioni eversive e la criminalità organizzata. Gelli frequentava questi ambienti, era in grado, attraverso la sua organizzazione, di far dialogare criminalità politica e criminalità comune, che avevano spesso le stesse esigenze, con riferimento alla disponibilità di risorse, ma, soprattutto, godeva di una copertura offerta da apparati dello stato deviati che garantivano l’impunità.

Si trattava di usare il potere di tali apparati per scopi di destabilizzazione politica e di arricchimento personale dei soggetti che costituivano la cupola della loggia. A tal fine era essenziale poter contare su una rete di complicità sempre più estesa che, da un lato, coinvolgesse una manovalanza in grado di eseguire lavori sporchi e, dall’altro, potesse contare sulla collaborazione di vertici di importanti apparati che se consorziati erano in grado di garantire una autosufficienza operativa per i fini più diversi.

Si trattava, insomma, di costituire un sottosistema del sistema istituzionale in grado di decidere azioni positivi e veti che risultassero decisivi di volta in volta per il raggiungimento degli obbiettivi perseguiti dalla “fratellanza”. In questa ottica, era importante per Gelli poter ostentare la forza della sua organizzazione.

È significativo che Gelli incontrando Craxi spieghi al leader socialista che può mettergli a disposizione il più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera, allo scopo di rafforzare il potere dei socialisti e indebolire quello dei loro competitori. Forse si trattava di vanterie, ma indubbiamente al Corriere la P2 la faceva da padrona. Non pare dubbio che proposte di questo tipo potessero creare quell’alone di onnipotenza dell’organizzazione su cui Gelli puntava per estendere la sua rete di influenza.

Il venerabile, soprattutto, era interessato a interferire sulle nomine pubbliche. In questo campo aveva informazioni di prima mano che sapeva mettere a frutto abilmente. Non è però pensabile che riuscisse a imporre al governo le nomine per le quali si adoperava, considerata la forte conflittualità esistente tra i partiti in materia di lottizzazione delle nomine.

Si è parlato dello strapotere di Gelli in materia di nomine pubbliche, soprattutto in campo militare. La verità è che Gelli, conoscendo per tempo l’elenco dei nominandi -nel caso dei militari si procedeva sulla base di terne -riusciva a promettere lo stesso posto a tutti coloro che vi aspiravano contattandoli separatamente – questo è stato accertato – e cosi faceva inevitabilmente centro, passando ad incassare il giorno dopo la nomina la gratitudine del nominato verso la fratellanza che lo aveva sostenuto.

Gelli, insomma, è stato soprattutto un abile millantatore che disponendo di fonti importanti ricattava i vertici del sistema politico ed economico per portare a buon fine le sue mediazioni, costruendo una formidabile rete di soggetti che chiedevano protezione o per scalare il potere o per non essere da esso travolti. Gelli per promuovere la sua immagine si avvaleva di giornalisti compiacenti arruolati nell’organizzazione o comunque gratificati.

Ha reclutato giornalisti molto noti inserendoli nella fratellanza, e utilizzandoli per creare attraverso interviste addomesticate la leggenda del venerabile onnipotente in grado di espugnare ogni caposaldo del potere legale per concedere protezione agli amici e punizioni ai nemici.

I rapporti tra il venerabile e il mondo dell’informazione sono rimasti sempre molto ambigui, perché tra gli affiliati alla P2 vi erano noti ricattatori come Mino Pecorelli, direttore dell’agenzia OP assassinato misteriosamente nel marzo del 1979 e banchieri e politici che venivano da costoro ricattati.

Le inchieste prodotte dallo scandalo della P2 hanno liquidato per sempre alcuni personaggi di primo piano della vita politica, giornalisti molto noti, burocrati e militari che occupavano posizioni di vertice. Altri invece sono stati miracolosamente salvati. La Commissione di inchiesta non ha in questo senso fatto favori a nessuno.

Anzi, la si accusava di essere un plotone di esecuzione. Ma la commissione ha accertato l’autenticità delle liste in base al numero di riscontri sia documentale che testimoniali. Ha anche ipotizzato l’incompletezza della documentazione a sua disposizione e la possibilità che vi fossero altre liste abilmente occultate.

Gelli aveva messo insieme un cospicuo archivio in Uruguay, dove aveva trasferito alcune attività .Sin dal 1978 lì erano conservati molti dossier che contenevano notizie su importanti leader politici e personaggi di rilevo del mondo finanziario. Alcuni di questi dossier sono stati recuperati e sono o stati portati in Italia. Altri, sono andati dispersi o sono in mano di personaggi che nel corso degli anni si sono messi in proprio organizzando strutture simili alla P2.

Si ritiene che almeno la metà di questi dossier non sia stata recuperata. Non pare dubbio che non tutti i personaggi coinvolti nello scandalo abbiano avuto poi lo stesso trattamento sul piano del discredito subito all’interno degli ambienti in cui operavano. Via via, cioè, si sono stabilite gerarchie tra i personaggi degli elenchi, si è stabilito chi andava recuperato e chi no, tra i politici, i giornalisti, gli imprenditori.

Si sono avute carriere definitivamente rovinate e assoluzioni di fatto decise non si sa bene da chi. Ha deciso la politica, ma non solo la politica. Il diritto all’oblio è stato garantito in modo fazioso. Eppure nelle liste erano tutti gli adepti erano ben identificati, con gli estremi anche dell’atto di affiliazione. Su questo punto la Commissione non ha accertato manipolazioni. Insomma, si è avuto un garantismo a geometria variabile.

Cosa rimane oggi di quelle inchieste e quali lezioni si possono ricavare da esse? Ci sono altre P2 in attività?

Alcune inchieste giudiziarie negli ultimi anni ne hanno accertato l’esistenza. Come si possono contrastare eventuali trame che replicano il metodo Gelli per attentare alla salute della Repubblica? Una cosa pare certa. La massoneria di Gelli non era una congrega di buontemponi che filosofeggiano sui principi della giustizia universale, non era neppure un gruppo di patrioti che vigilava sulla laicità dello Stato e si batteva contro l’ingerenza clericale, come era avvenuto nel Risorgimento, per arginare il potere temporale della Chiesa. Era un’organizzazione che non voleva abbattere lo Stato ma infiltrarsi sempre più profondamente in esso per corromperlo, per condizionarne i destini.

E come in ogni organizzazione di questo tipo, c’erano i vertici che avevano piena consapevolezza dei fini e poi la truppa che seguiva per l’ambizione di stare dentro un’associazione che contava o per ottenere vantaggi spiccioli. Paiono sempre attuali le esortazioni contenute nella relazione finale della Commissione parlamentare tendenti a rendere più forte lo Stato nei confronti di organizzazioni come la P2 che hanno congiurato per renderlo più debole e aggredibile.

Bisogna riconoscere che la parte della relazione finale dedicata ai presidi da mettere a punto per evitare che altre P2 possano organizzarsi non ha trovato significativa attuazione. La P2, tutt’oggi, costituisce un modello tutto sommato vincente di condizionamento del sistema decisionale per proteggere nella clandestinità interessi spesso antitetici all’interesse pubblico.

La storia in questo senso non ha mai avuto allievi, cioè non è vero che sia maestra di vita considerato che troppi errori si ripetono. Dopo la P2 abbiamo avuto la P3, la P4 ,e chissà quante altre P2 in clandestinità operano ancora. Oggi però il sistema politico di fronte a trame e poteri occulti pare essere molto più fragile, perché la politica non dispone di risorse umane in grado di difenderne il primato.

Non pare dubbio che la più efficace azione di contrasto di centri di potere, che operando nell’ombra condizionano le scelte dei decisori pubblici, debba essere svolta dal Parlamento, che garantisce il pluralismo politico ed è in grado di chiedere conto ai decisori pubblici delle ragioni in base alle quali essi operano le loro scelte.

In questo senso non c’è semplificazione della democrazia che tenga. Se il processo decisionale è opaco occorre che intervenga il Parlamento per fare chiarezza. Soprattutto, in materia di nomine pubbliche, il controllo parlamentare non può essere sacrificato allo spoil system, che, secondo alcuni, dovrebbe essere la naturale conseguenza di una vitale democrazia dell’alternanza. I criteri in base a cui si procede alle nomine pubbliche devono essere esplicitati, e se essi paiono incongrui è bene che le contestazioni abbiano adeguata pubblicità.

E’ il principio di trasparenza ad imporlo. A poco vale creare nuovi reati o aggravare le pene di quelli esistenti se non si costringe la politica ad assumersi le proprie responsabilità. Deve cominciare dalla politica la costruzione di una nuova etica pubblica. La casistica dimostra che il reato di traffico di influenze illecite introdotto negli anni passati nel nostro ordinamento, un reato dalla natura oggettivamente ambigua, può essere abilmente occultato attraverso reti di mediatori che percepiscono provvigioni-tangenti, salvando le forme e, quindi, mettendo al riparo i decisori politici o i superburocrati, soprattutto se si può invocare lo stato di necessità e si tratta di provvedere comunque, costi quel che costi.

In questo senso l’emergenza incorso dovrebbe costituire un’occasione utile per verificare se gli anticorpi di cui si dispone siano efficaci per scongiurare il formarsi di organizzazioni che mirano a replicare le gesta di Gelli.




Potrebbe interessarti

Lascia un commento