Home Approfondimenti Salvo Andò: “Il disimpegno Usa in Afghanistan poteva avvenire in forme diverse” – Terza Parte

Salvo Andò: “Il disimpegno Usa in Afghanistan poteva avvenire in forme diverse” – Terza Parte

by Rosario Sorace

In questo articolo, suddiviso in quattro parti, proveremo a raccontare la vicenda del ritiro dei militari americani dall´Afghanistan che è stata interpretata dalla comunità internazionale come un segnale di disimpegno degli USA dallo scacchiere mediterraneo e mediorientale.

Si è parlato in questo senso di una, oramai, univoca volontà degli Stati Uniti di occuparsi soprattutto della competizione che li coinvolge nell’area del Pacifico, soprattutto con riferimento alla sfida ormai lanciata alla Cina.

Paiono ormai lontani i tempi dell’interventismo americano nella regione del Golfo per arginare il fondamentalismo islamico e incoraggiare in tutte le forme possibili in quei paesi il processo democratico.

Adesso Biden viene accusato, anche dai democratici americani, di avere fatto una scelta irresponsabile, cinica nei confronti dell’establishment e delle popolazioni che hanno collaborato con le truppe di occupazione e che si sono fidate, nel corso di una guerra quasi ventennale, degli Stati Uniti e dei paesi ad essi alleati.

Si trattava di contrapporsi allo Stato islamico e alle centrali del terrorismo internazionale, ma siamo di nuovo alle prese con la strategia del terrore posta in essere dai Talebani, con la negazione di ogni libertà alle donne, con la criminalizzazione della cultura ritenuta fattore di instabilità sociale perché tendente a mettere in discussione il primato dell’ortodossia islamica che assume la guerra santa come dovere inderogabile.

Di tutto ciò vogliamo parlare con Salvo Andò che negli ultimi anni ha scritto dei libri sul fondamentalismo islamico chiedendosi se esisteranno mai le condizioni per islam riformista, che veda una parte consistente delle classi dirigenti islamiche, accettare la modernizzazione dell’islam, rifiutando, invece, di islamizzare la modernità.

Il suo punto di vista è interessante, tenuto conto anche delle esperienze fatte come politico, soprattutto come Ministro della difesa, che ha operato nello scenario mediterraneo e nordafricano nel corso degli anni ‘90, quando si venivano accumulando forti tensioni che minacciavano la stabilità dell’intera regione ed emergeva un fondamentalismo aggressivo contiguo al terrorismo.

Secondo te Biden abbandonerà l’Europa a sé stessa cercando di dialogare solo con il Regno Unito o creando un asse già in via di formazione con paesi come Giappone, Australia, insomma una sorte di Nato del Pacifico.

L’Italia tuttavia pare  avere idee chiare sull’argomento.

In più occasioni è stato spiegato sia da Mattarella che da Draghi che dopo gli sconvolgimenti verificatesi all’interno del tradizionale ordine geopolitico occorre che l’Europa faccia sentire la propria voce, dotandosi di una politica estera autorevole, che non è mai emersa finora.

Gli stati europei da soli sicuramente non possono fronteggiare le crisi con cui negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti.

Occorre che l’Europa insomma, attraverso una coraggiosa politica della difesa e lo sviluppo della sovranità condivisa dell’unione, possa parlare con una sola voce. Tutto sommato questo ruolo dell’Europa serve anche gli Stati Uniti.

In parole povere l’Europa deve contare di più sviluppando una forte coesione al proprio interno in questo campo. E poi deve sapere dialogare con gli Stati Uniti e con le altre potenze che non ritengono la democrazia una minaccia da contrastare, bensì una pratica di governo che favorisce i processi di pacificazione, soprattutto in regioni alle prese condivisioni etniche politiche culturali che producono conflitti destinati ad essere eterni.

La Presidente della Commissione Europea pare decisa a promuovere un esercito europeo, cioè una forza d’intervento che riesca a intervenire nelle aree di crisi prevenendo il formarsi di situazioni di fatto che finiscono con l’emarginare l’Europa?

Da questo punto di vista finalmente si sta parlando in modo concreto di un sistema di difesa europea. In assenza di esso l’Europa conterà poco o nulla.

Non basta ribadire che l’Europa vuole essere un’attore globale se non si sceglie una precisa collocazione in uno scenario internazionale percorso da scosse telluriche frequenti.

Occorre affrontare insomma i problemi della sicurezza europea con la stessa determinazione con cui si stanno affrontando le questioni relativa alla crisi economica e sanitaria.

Proprio così, l’Europa è stata in grado di affrontare queste crisi mettendo in discussione regole, consuetudini, luoghi comuni che sembravano destinate a essere un connotato irreversibile del processo d’integrazione.

L’emergenza prodotta dal coronavirus ha messo in moto un processo di cambiamento che deve riguardare tutti i compiti a cui deve assolvere l’Ue. E quindi anche la politica estera e della difesa che deve essere unica e non lottizzata tra i diversi governi europei.

Insomma, l’Europa all’interno di un nuovo ordine internazionale, fondato sul multilateralismo, dovrebbe avere un ruolo assai rilevante, sempre che le cose in questo senso dette da Biden possano produrre scelte coerenti, insomma che l’America non tenti di tornare all’isolazionismo predicato da Trump.

Sembra che dopo la fine del trumpismo il multilateralismo possa riprendere vigore per potersi coniugare in modo accettabile con la globalizzazione.

I sovranisti in Europa vanno isolati, resi inoffensivi. Le nuove guerre in sostanza ci hanno spiegato che c’è bisogno di un’ Europa che sappia conquistare una certa autonomia, una vera credibilità nell’ambito delle relazioni internazionali.

L’Europa insomma non può essere più un’entità a livello internazionale irrilevante, uno spettatore impotente e al tempo stesso riuscire a proteggere gli interessi degli stati nazionali.

La crisi libica rappresenta un’importante lezione in questo senso. Italia e Francia si sono dimostrati miopi nel contrapporsi per imporre una loro influenza prioritaria e sono stati messi ai margini nella gestione di quella crisi.

L’Europa è riuscita ad affrontare la pandemia e a governarla attraverso uno sforzo condiviso degli stati e dell’Ue, facendo massa critica con tutti i suoi stati membri più rappresentativi.

Si è trattato della sfida più impegnativa affrontata dall’Europa nel dopoguerra . Lo ripeto, bisogna agire con la stessa determinazione anche sul terreno della sicurezza soprattutto nella regione mediterranea.

Di ciò parla molto spesso la presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen che confida nella saggezza di Draghi.

Una volta uscita di scena la cancelliera Merkel, la Von Der Layen ha spiegato che ci sarà ancora più bisogno delle conoscenze, dell’esperienza, del prestigio di Draghi per promuovere la ripresa comune europea.

Del resto tanti leader si dicono pronti a cooperare con il nostro premier, soprattutto allorché si tratterà di riformare il patto di stabilità. Ma Draghi si sta occupando anche di sicurezza, molto opportunamente.

L’Ue deve avere un ruolo più incisivo nella gestione delle crisi internazionali e una coraggiosa politica della crescita anche attraverso un debito condiviso rappresentano doveri ineludibili per un attore globale che vuole trattare con le grandi potenze alla pari.

Ma c’è bisogno anche di definire via via nei dettagli un modello di difesa europea che possa avere una regia con riferimento alle situazioni di crisi, per monitorarle ed affrontarle tempestivamente.

L’Europa deve esprimere e far valere il proprio punto di vista nel contesto dell’alleanza occidentale. Vi saranno missioni in cui la Nato o l’Onu non saranno presenti, ma a cui l’Unione Europea non può non partecipare, come osserva spesso la presidente della commissione europea. Insomma, occorre che l’Europa conti di più all’interno di un processo decisionale collettivo.

Potrebbe interessarti

Lascia un commento