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Riflessioni per una riforma della Giustizia civile a misura di cittadino

by Emilio Graziuso

Nel corso degli ultimi venti anni si è creato un costante ed acceso dibattito, politico e mediatico, prima che giuridico, in merito alla necessità, nel nostro Paese, di una riforma della Giustizia.

Tale tematica, la quale appassiona e divide i cittadini (basti pensare ai profili della separazione delle carriere e della prescrizione), è, in queste ultime settimane, quanto mai di interesse generale ed attuale, dato il testo di riforma proposta dal Ministro della Giustizia Marta Cartabia, attualmente all’esame delle Camere, e della raccolta firme relative al referendum sulla “Giustizia Giusta”.

Al riguardo non si può non rilevare come il dibattito, ripeto principalmente politico e mediatico, sia incentrato, pressoché esclusivamente, sulla riforma del processo penale.

È su di esso, di conseguenza, infatti, che sono puntati i riflettori anche dell’opinione pubblica. C’è, però, l’altra metà del cielo del sistema della Giustizia italiana della quale si parla di rado – se non nei dibattiti di natura tecnico giuridica – e cioè dei processi civili.

Questi ultimi, probabilmente, hanno un minore appeal di carattere politico rispetto ai processi penali, ma sono quelli che coinvolgono la maggior parte degli “utenti” della Giustizia.

La risoluzione delle problematiche che il cittadino incontra nei processi civili sembrano essere assenti dall’agenda politica italiana, nonostante le vicende più vicine ai cittadini e di maggiore impatto, non solo per coloro che sono in esse coinvolti ma anche per la collettività e, quindi, per il nostro Paese – date le ricadute economico sociali delle stesse – siano decise nelle aule dei Tribunali civili.

Soffermiamoci, dunque, su alcuni aspetti della Giustizia civile sui quali sarebbe opportuno che si focalizzasse l’interesse dell’opinione pubblica, in modo tale che si formi massa critica e, di conseguenza, si rivendichino a viva voce delle riforme, concrete e radicali, che segnino un vero e proprio cambio di passo nel processo civile.

Il primo profilo che necessita di un esame attento e dell’adozione di misure di risoluzione è, indubbiamente, costituito, dai tempi lunghi delle controversie.

Tale aspetto, non concerne la prescrizione della quale si dibatte con riferimento ai processi penali, bensì i tempi di risposta del sistema alla richiesta di giustizia per la violazione di un diritto, in sede, appunto, civile.

La lunga durata dei processi civili comporta o può comportare dei gravi danni per il titolare del diritto violato.

Anche se quest’ultimo, infatti, dovesse ottenere una sentenza favorevole ma a distanza di molti anni da quando ha promosso l’azione giudiziale, egli otterrebbe veramente giustizia o il ristoro del danno patito?

Pensiamo ad una ipotesi che spesso si verifica. Al termine di un processo civile, durato molti anni, avente ad oggetto il recupero di un credito, il creditore che ottiene un provvedimento ad esso favorevole riuscirà ad ottenere quanto allo stesso spettante?

Potrebbe capitare, ad esempio, che, nelle more del processo, il debitore sia fallito oppure abbia depauperato il proprio patrimonio e, pertanto, non vi siano più beni con i quale fare fronte al diritto riconosciuto al creditore.

Ancora, se dovesse essere riconosciuto il diritto del risparmiatore ad ottenere dal risarcimento del danno patito in una ipotesi di “risparmio tradito”, per il contraente debole è indifferente la durata del processo? La risposta è, indubbiamente, no.

A prescindere, infatti, come nell’esempio proposto, dall’esito favorevole del giudizio per il risparmiatore, quest’ultimo si trova, comunque, durante gli anni del processo, a dovere fare i conti con problematiche economiche dettate dalla circostanza di essere privo dei propri risparmi i quali sono andati in fumo con l’investimento.

La lunga durata del processo civile, quindi, prima ancora che una problematica giuridica, assume dei risvolti economico – sociali che coinvolgono non solo i soggetti ai quali la vicenda si riferisce ma, come si è detto, l’intero Paese.

Dietro ogni processo di “risparmio tradito” vi è il dramma di intere famiglie che hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita e si possono trovare a non avere più mezzi di sostentamento.

Dietro ogni processo di recupero del credito – restando nell’ambito degli esempi citati – vi è la difficoltà del creditore:

1) se privato cittadino, di poter andare avanti nella propria quotidianità senza il percepimento delle somme allo stesso dovute;

2)se persona giuridica, professionista o partita iva, a continuare la propria attività con, conseguente, pregiudizio non solo per se e la propria famiglia ma anche per i suoi dipendenti e, quindi, per le loro famiglie.

Una giustizia che si possa definire “civile” propria di un Paese “civile” necessita, quindi, di tempi brevi e già determinati normativamente.

Non sono necessarie misure volte a sconvolgere l’assetto generale del processo civile (per individuare ed adottare ricette volte a ridisegnare i contorni del processo c’è sempre tempo) ma c’è bisogno di inserire all’interno del codice di procedura civile vigente:

a)dei termini brevi che possono intercorrere, in misura massima e non derogabile, tra una udienza ed un’altra;

b)un termine di durata massima e, anche in questo caso, non derogabile per la definizione dell’intero processo.

Oltre alla notevole durata dei processi, un’altra problematica che l’ “utente” della Giustizia è costretto ad affrontare è quella dei costi della stessa.

Nel processo civile, infatti, vi sono delle spese vive, che prescindono dagli onorari dell’avvocato, basti pensare al contributo unificato, alle marche da bollo ed alle spese di notifica.

Soprattutto il contributo unificato, il quale è previsto dallo Stato in misura prestabilita in base al valore della causa, costituisce spesso un esborso notevole per colui che vuole promuovere un processo civile.

Purtroppo, tale aspetto, può comportare la rinunzia del soggetto interessato a difendere e far valere i propri diritti, i quali, in tal modo, divengono facilmente “calpestabili”.

Lo Stato dovrebbe impegnarsi a rimuovere ogni possibile ostacolo all’accesso alla Giustizia del cittadino.

È vero che esiste la possibilità di ricorrere al gratuito patrocinio per i meno abbienti ma, non è detto, che, coloro che, per motivi patrimoniali, non rientrano nei parametri per poter beneficiare di esso, possano sostenere i costi di un processo.

Vittime di tali costi sono spesso i consumatori, i quali, se il danno da essi subito è di entità economica contenuta (penso, ad esempio, alle controversie con i gestori di utenze telefoniche, di luce o di gas, o ancora quelle riguardanti beni di consumo), preferiscono, soprassedere e non far valere il proprio diritto a causa dei costi del processo.

Una misura che potrebbe essere adottata al riguardo è quella di rendere esente da spese vive tutti i processi, al di là della materia, aventi un valore non superiore ad € 5.000,00.

In tal modo si eliminerebbe una barriera all’accesso alla Giustizia ed il cittadino potrebbe far valere i propri diritti in modo più agevole e meno oneroso.

Questi sono, a mio parere, i due nodi principali che occorre risolvere nell’ambito del processo civile.

Alla luce di tali brevi considerazioni, quindi, le problematiche connesse ai processi civili sono di minore impatto per i cittadini e per l’Italia rispetto a quelle riguardanti i processi penali?

Speriamo che con questa riflessione lanciata dalle colonne dell’Avanti Live emerga un dibattito che coinvolga l’opinione pubblica anche sulla Giustizia civile.

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