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Quando Craxi disse: “Pace e crescita sono strettamente legate”

by Vittorio Lussana
Il segretario socialista il 23 ottobre del 1990 presentò alle Nazioni Unite il suo rapporto conclusivo sul debito dei paesi poveri che, dopo la relazione di Perez de Cuellar, fu approvato all’unanimità dall’Assemblea con una risoluzione elaborata dalla II Commissione. Una voce anticipatrice con la quale tutte le democrazie occidentali devono oggi misurarsi e che, alla luce di quanto sta avvenendo in Medio Oriente, evidenziò il drammatico ampliamento delle disuguaglianze economiche e sociali, sia all’interno degli Stati che tra regioni e paesi, in un pianeta ormai dominato dal mercato globale ma sempre più disuguale. Pubblichiamo di seguito la lectio magistralis sull’argomento tenuta all’Università di Urbino il 20 dicembre 1990, nel corso della cerimonia per il conferimento della laurea honoris causa in scienze politiche.

Il Rapporto su debito e sviluppo che ho presentato alle Nazioni Unite è stato approvato all’unanimità dalla Assemblea Generale il 12 dicembre scorso con una risoluzione elaborata dalla II Commissione, dopo un esame dettagliato durato due settimane. Sono state approvate alla unanimità le raccomandazioni in esso contenute: quindi anche dai rappresentanti dei maggiori paesi creditori, fra cui gli Stati Uniti, il Giappone, gli Stati della Cee e i paesi arabi esportatori di petrolio. Tutto ciò è molto significativo.

Purtroppo il periodo in cui questa risoluzione viene alla luce è drammatico, a causa della crisi del Golfo. Sempre, quando vi sono troppe armi, prima o poi nasce la tentazione di usarle. Se guardiamo i dati sul livello delle spese militari, nei paesi del Golfo Persico e nell’area circostante, ne traiamo una triste conferma. La percentuale della spesa militare sul prodotto lordo – con riferimento al 1986 – è del 36% nell’Iraq, del 14% in Giordania, del 19% in Israele, del 20% in Iran, del 23% in Arabia Saudita, del 15% in Siria, del 22% nella Repubblica Democratica dello Yemen, del 27% nell’Emirato dell’Oman, contro la media mondiale del 5,5% con cui coincide sia quella dei paesi industrializzati sia quella dei paesi in via di sviluppo. Le importazioni di armi sono, per alcuni paesi in via di sviluppo, fra le cause maggiori del loro alto debito. Esse sono state, sull’altro versante, un grosso affare per le imprese dei paesi industriali dell’Ovest e dell’Est. Il solo Medio Oriente, nel 1988, ha comprato 15 miliardi di dollari di armi, mentre i paesi in via di sviluppo ne hanno importate per 35 miliardi, ben due terzi delle somme ricevute per aiuti. Tra il 1965 e il 1980 il reddito pro capite nei paesi in via di sviluppo si è accresciuto di un 3% circa annuo. Questo ha consentito di migliorare molti indicatori umani di questa immensa area del mondo: la mortalità infantile e materna, l’aspettativa di vita, l’istruzione, l’accesso all’acqua pulita, i servizi sanitari, la dotazione calorica per abitante, il rapporto fra situazione socio-economica della popolazione femminile rispetto a quella maschile. Purtroppo però, tale progresso si è bruscamente interrotto negli anni ‘80. Ci sono ancora oltre un miliardo di persone che vive in stato di assoluta povertà, tre miliardi che vivono senza adeguati servizi sanitari, un miliardo di analfabeti. Nel Sud del mondo, ogni sera, un sesto della popolazione va a dormire affamata. Nel decennio appena decorso il reddito pro capite è declinato dallo 0,7% annuo in America Latina e addirittura del 2,4% nell’Africa subsahariana. Così nel complesso, mentre la popolazione del Sud del mondo cresceva nel decennio dal 74,5% al 75,6%, la sua quota di prodotto lordo scendeva dal 18,6% al 16,8% di quello mondiale. Certo non esiste una dimostrazione matematica per affermare che il fardello del debito è la causa determinante della diminuzione del reddito pro capite nel Sud del mondo. Alcuni paesi, che avevano molti debiti, sono riusciti a mettere a frutto il denaro preso a prestito ed ora hanno un reddito più alto, e anche maggiori mezzi per restituirli, riuscendo così ad evitare di avvitarsi nella crisi debitoria. Altri, invece, hanno tenuto un comportamento da cicale. E il debito si è aggravato, mentre l’economia peggiorava. Il servizio del debito che, nel 1989, fra ammortamenti e interessi pagati è di ben 163 miliardi di dollari (ai quali dovrebbero aggiungersene altri 20 non pagati), contro i 50 di aiuti allo sviluppo, costituisce globalmente un grosso ostacolo alla crescita dei paesi in via di sviluppo, accompagnandosi anche all’inaridimento degli afflussi ad essi di nuovi finanziamenti di mercato. Questo servizio schiaccia la crescita, distoglie l’afflusso di nuovi prestiti e, purtroppo, incentiva la fuga di capitali, già di per sé preoccupante. Il problema da risolvere riguarda dunque il perché, come e quanto questi debiti possano essere alleviati, senza ingiustizie e senza superficiali permissivismi, adeguandoli alle capacità di pagare e collegando tali alleggerimenti al recupero della crescita e allo sviluppo della cooperazione internazionale. Ogni caso va affrontato singolarmente. Occorre prendere in considerazione il livello di reddito dei vari paesi: basso, medio basso, intermedio; le loro esportazioni (in particolare vanno distinti i paesi esportatori di petrolio e gli altri); lo specifico comportamento dei loro governi, quello dei contribuenti, quello della classe degli abbienti. Ho ricordato gli esodi di capitale all’estero; si potrebbe ricordare la scarsa abitudine al risparmio, all’investimento produttivo, al rischio di impresa della borghesia e dei proprietari di certi paesi dell’America Latina e dell’Africa. Vi sono altri due aspetti da prendere in considerazione, l’uno è l’aspetto politico, di politica dell’economia; l’altro aspetto sta nei puri termini economici. Consideriamo le cose dal primo punto di vista: quello per cui questo del debito è un tema che ci coinvolge in modo globale. Il Sud del mondo è una parte crescente della popolazione mondiale. Nel 1950 per ogni persona del Nord ve ne erano due nel Sud del mondo. Nel 1980 per ogni persona del Nord ve ne erano tre nel Sud. Nel 2025 si stima che per ogni persona del Nord ve ne saranno, nel Sud del mondo, ben 5,3. Le disparità che già ora noi troviamo fra Nord e Sud del mondo, fanno capire quanto delicata sia la nostra situazione di grande e crescente inferiorità demografica. Il prodotto lordo pro capite del Sud del mondo è solo il 6% di quello del Nord. Ben 800 milioni di persone risultano tecnicamente “affamate”. La mortalità materna nel Sud è oltre dieci volte che nel Nord mentre quella infantile è circa dieci volte. Solo il 55% degli abitanti del Sud del mondo hanno accesso ad acque igienicamente sicure, mentre la percentuale nel Nord del mondo, specie se si escludono i paesi dell’Est (Europa orientale ed Urss), si avvicina al 100%. In gran parte dell’Africa subsahariana l’aspettativa di vita è sotto i cinquanta anni mentre nei paesi industriali è di settantaquattro anni. È in questo quadro, che si inseriscono i due connessi temi dei debiti dei paesi in via di sviluppo e della loro crescita.

Se i problemi non si risolvono in quei paesi, la pressione migratoria verso la parte ricca del mondo, già alta, diventerà enorme; i fattori di instabilità cresceranno. Il volume di tale debito di per sé, certamente, non è colossale. Si tratta di circa 1.200 miliardi di dollari.

Togliendo la quota dei debiti dei paesi del Sud Est asiatico di nuova industrializzazione, (i cosiddetti NIC, cioè New Industrializing Countries) il totale è di circa mille miliardi di dollari. Diviso per il numero degli abitanti dei paesi in via di sviluppo, il debito estero è di ben 250 dollari per persona; una cifra che per noi sarebbe ben poca cosa. Gli italiani sarebbero felici di sapere che ciascuno di loro è gravato, pro capite, di trecentomila lire di debito pubblico, anziché di quindici milioni, come in realtà è. Ma il reddito dei paesi in via di sviluppo è molto basso. In molti paesi – della classe inferiore – quei 250 dollari, che per molti, in Occidente, rappresentano magari solo il costo di un fine settimana, sono tutto il reddito annuo pro capite disponibile. Quasi tre miliardi di persone vivono in paesi con reddito pro capite di 320 dollari del 1988. Per quanto il tema sia economico, i fattori di squilibrio appena indicati, mostrano che vi è un grosso rapporto di natura politica fra i paesi poveri. Un rapporto che dovrebbe indurre, per semplici ragioni di convenienza, ad aumentare ed accelerare tutti i possibili processi di collaborazione e di cooperazione.

Molti problemi sarebbero di più facile soluzione, se gli aiuti allo sviluppo fossero più consistenti. Essi sono lo 0,35% del Pil dei paesi industrializzati. Dovrebbero raggiungere almeno lo 0,7% del Pil dei paesi industrializzati. In sostanza, una parte del debito dei paesi in via di sviluppo ha le sue radici in carenze nelle politiche di aiuto allo sviluppo. Riconoscere ciò implica due importanti conseguenze. Innanzitutto, occorre che gli Stati provvedano alla remissione (almeno sino al 90% nel caso dei crediti verso i paesi più poveri) del servizio dei prestiti fatti dalle loro istituzioni. La quota di riduzione potrebbe essere attorno al 40% per i debiti dei paesi cosiddetti a medio reddito (con reddito fra i 1.200 e i 2.400 dollari pro capite) e del 60-80% per i paesi a reddito medio basso (cioè fra i 500 e i 1.200 dollari pro capite).

L’onere teorico di queste remissioni di servizi di debiti per la bilancia dei paesi ricchi, sarebbe nel complesso lo 0,10% annuo del prodotto lordo: e, pertanto, porterebbe mediamente gli aiuti allo sviluppo dallo 0,35% allo 0,45% del loro prodotto lordo. D’altro canto, secondo le mie proposte, la quota del servizio del debito, che non verrebbe rimessa, per i crediti degli Stati e di loro istituzioni, dovrebbe essere versata in valuta locale indicizzata a Fondi per lo sviluppo economico, per la tutela dell’ambiente, per azioni sociali prioritarie come quelle per l’infanzia, per la formazione professionale, cui potrebbero andare anche altre risorse. Anche per quanto riguarda le Istituzioni Finanziarie Multilaterali occorre procedere alla remissione parziale di prestiti per i quali la capacità di pagare è scarsa e che, in partenza, avrebbero dovuto essere fatti a condizioni molto agevolate o avrebbero dovuto essere tramutati in doni. La spirale si aggrava anche se la crisi viene nascosta sotto la cenere. Dobbiamo fare una politica di aiuti allo sviluppo che eviti gli sprechi, i progetti faraonici, le opere a metà, ma anche che eviti le ipocrisie finanziarie a cui si ricorre quando si vuole far credere di fare grandi cose, ma si è avari di risorse e non si vogliono presentare i conti veri al contribuente.

Accanto al profilo politico, ineludibile, nella tematica del debito vi è quello economico. Pretendere che le banche cancellino i loro crediti verso i paesi in via di sviluppo sulla base di mere considerazioni di interesse generale, è improprio. Le banche debbono rendere conto dei propri denari ai risparmiatori e agli azionisti. Qualora fossero obbligate a cancellare i prestiti fatti a determinati paesi, eviterebbero in seguito di prestare denari a tali paesi. Questi uscirebbero, pericolosamente, dai circuiti della credibilità finanziaria. Dunque, alle banche commerciali si possono chiedere solo riduzioni volontarie che vanno agevolate con un regime fiscale appropriato e con interventi rivolti a rendere più sicuri i crediti che sono rimasti dopo la riduzione, a contropartita di questa. Inoltre per accrescere tale sicurezza i debitori debbono accettare condizioni di riordino economico e finanziario. È ciò che si fa con il cosiddetto piano Brady. Ma lo si fa in modi e con strumenti non adeguati alla vastità dei problemi. Occorre una istituzione precisa e sopra le parti che raccolga i mezzi per le garanzie e le altre forme di incentivazione e dialoghi con i governi debitori sulle condizioni di risanamento economico-finanziario, senza adombrare forme di neo-colonialismo e senza assumere funzioni improprie. D’altra parte, quando il Fondo monetario detta ai paesi debitori condizioni di risanamento che fuoriescono dal campo finanziario-monetario e interferiscono con delicate questioni circa il ruolo dello Stato nell’economia e nella socialità, esso rischia di sconfinare pericolosamente – anche senza volerlo – dalle proprie competenze, creando conseguenze politiche negative. Occorre una azione di alleviamento del debito e di risanamento economico-finanziario concentrato fra paesi debitori, paesi creditori e banche creditrici, che sia foriero di sviluppo economico e non sia invece solo un modo per “chiudere” dei rapporti malandati senza riaprirne di nuovi. Occorre, insomma, una politica di cooperazione regionale con istituzioni, in cui, accanto ai grandi enti finanziari mondiali, quali la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, vi siano organismi regionali, come le Banche Regionali di sviluppo, cui bisogna dare uno spazio molto ampio.

Vi è bisogno altresì, di una leadership di tutto ciò, per attivare una cooperazione di vasto respiro in cui ciascuno faccia la sua parte: i paesi debitori, mettendo la casa in ordine, i paesi ricchi per i loro crediti bilaterali, le banche commerciali, gli organismi finanziari multilaterali per i loro prestiti.

Occorre anche una riflessione sulle enormi spese militari del Medio Oriente, dell’America Latina, della stessa Africa e di taluni stati asiatici, i cui abitanti sono tra i più poveri del mondo.

Vi sono preoccupazioni per il destino dell’industria militare dell’Occidente e dell’Est. Sarebbe assurdo però che la fine della Guerra Fredda fra Est ed Ovest non portasse a una riduzione della produzione di armi e di attrezzature belliche. Oggi aiuti allo sviluppo ed export militare mondiale quasi si equivalgono per entità. Mentre dei primi vi è un acuto bisogno, il secondo è destinato a subire una logica flessione. Essa va incoraggiata, con meccanismi di riconversione nei paesi industriali e nei paesi sottosviluppati; fra i quali oramai rientra anche l’Urss, che è fra i paesi con la più alta percentuale di spese militari sul prodotto lordo. Collegare l’aumento degli aiuti allo sviluppo alla evoluzione dei processi che comportano la riduzione delle spese militari appare una via saggia che occorre sapere per correre nell’ultimo decennio di questo secolo. Ridurre le diseguaglianze nel mondo, ridurre la distanza tra i paesi ricchi e i paesi poveri, è la grande questione sociale del nostro tempo.

Ed è il messaggio, che in nome delle Nazioni Unite con cui ho l’onore di cooperare, voglio levare alto anche in questa circostanza e dalla tribuna nobilissima di questa antica scuola di civiltà.

Bettino Craxi

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