La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una «presunta vittima di stupro» con una sentenza che contiene pregiudizi contro le donne. Il caso riguarda una sentenza della Corte d’appello di Firenze che assolse 7 imputati accusati di uno stupro o di gruppo avvenuto nel 2008. La ragazza riceverà 12mila euro. La sentenza ha violato aspetti della sua vita con il riferimento alla biancheria intima, i commenti sulla bisessualità e le relazioni sentimentali.
Secondo la Corte europea, nonostante un quadro legislativo nazionale soddisfacente, la sentenza della Corte d’Appello italiana viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, che prevede il diritto al rispetto della vita privata e familiare. In particolare, il linguaggio e gli argomenti usati in sede d’appello e determinanti per la sentenza avevano veicolato «pregiudizi sul ruolo delle donne esistenti nella società italiana», non avevano rispettato «la vita privata e l’integrità personale» della ricorrente e avevano omesso di proteggere la donna dalla “vittimizzazione secondaria”, che consiste nel trasferire parte della responsabilità di una violenza alla persona che l’ha subita.
Quella della Corte europea è una sentenza importantissima perché stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata che continuano a essere usate per motivare sentenze condiscendenti verso gli autori delle violenze, nonostante ciò sia vietato da norme interne e internazionali, a cominciare dalla Direttiva dell’Unione Europea sulla protezione delle vittime di reato, dalla CEDAW e dalla Convenzione di Istanbul.
L’articolo 54 della Convenzione di Istanbul – che è stata ratificata dall’Italia, è in vigore dal 1° agosto 2014 ma di cui in Italia manca il sostanziale recepimento (e non solo pratico) – dice che in qualsiasi procedimento civile o penale va garantito il fatto che le prove relative agli antecedenti sessuali e alla condotta della vittima devono essere «ammissibili unicamente quando sono pertinenti e necessarie.
La condanna all’Italia per pregiudizi sulle donne arriva in un momento in cui la questione è al centro del dibattito pubblico. Balza subito alla mente quel video in cui un paonazzo Beppe Grillo, garante del Movimento 5 stelle, scredita la denuncia della ragazza che avrebbe subito uno stupro da suo figlio, Ciro Grillo, e altri tre suoi amici, perché fatta otto giorni dopo il fatto. Un retaggio culturale di altre epoche e che però, inspiegabilmente, riesce a resistere in Italia.
