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Pasticcio all’italiana

by Nico Dente Gattola

La presenza di Roberto Calderoli, leghista della prima ora, e quella di Bossi, che a lungo vagheggiava l’autonomia della cosiddetta Padania erano più di un indizio.

Trascorsi i fatidici 90 giorni, primo piccolo tagliando di ogni governo, il percorso dell’autonomia differenziata a favore di alcune regioni ha ripreso vigore e si può dire che i timori sorti all’atto del varo dell’esecutivo Meloni erano fondati.

Nonostante Fratelli D’Italia, azionista maggioritario del governo, sia una forza che fa dell’unità nazionale uno dei suoi capisaldi, il progetto autonomia sta prendendo forma.

A nulla servono gli appelli di costituzionalisti, di intellettuali o cittadini: chiunque abbia un minimo di buon senso, mostra una pur minima perplessità.

Si badi, non è tanto un discorso di orientamento politico e, del resto, l’amletico partito democratico di questi anni ha fatto di tutto per non avere una posizione realmente incisiva sul tema e meno che mai ha dimostrato di avere una visione concorde.

Il problema è che si rischia di varare una riforma senza né capo né coda, perché al termine di questo processo ci si troverà al cospetto di regioni che avranno competenze in determinati ambiti ed altre che, al contrario, dipenderanno sempre dallo stato centrale.

Senza tanti fronzoli è chiaro che, volenti o nolenti, ci troveremmo al cospetto di un paese a due velocità, su temi assolutamente sensibili come l’istruzione o la sanità, con tutti i rischi che ne possono derivare.

Per avere un esempio concreto basti tornare con la memoria alla recente emergenza pandemica, in cui il Ministero della Sanità si è trovato a coordinare venti assessorati differenti.

Ecco, il problema della riforma è quello dell’assoluto “disordine istituzionale” in cui la carta Costituzionale è una sorta di menù da cui le singole regioni ordinano quello che vogliono.

Per capirci, può capitare che una regione richieda competenze esclusive in tema di istruzione e altri in tema di sanità; la Costituzione non è però come un menù di un ristorante in cui ognuno ordina ciò che vuole.

Non basta garantire i LEP (livelli essenziali di prestazione) o meglio paventare, visto che parliamo di qualcosa di alquanto evanescente al momento, perché il problema è che si devolvono competenze senza avere una struttura istituzionale alle spalle.

Vale a dire, questo non è un paese con una cultura federalista alle spalle e le politiche dell’autonomismo hanno fatto rilevanti danni, perché frutto di spinte dall’alto che non corrispondono assolutamente ad una reale esigenza del territorio.

Per intenderci, non abbiamo avuto negli ultimi anni un sano decentramento, con la creazione di una specifica architettura istituzionale adeguata che abbia i dovuti pesi e contrappesi, ma semplicemente si è vista una corsa sfrenata ad attribuire sempre più poteri alle regioni.

Regioni che ormai assomigliano a dei mini stati, guidate non tanto dall’esigenza di assicurare servizi migliori ai cittadini, quanto dalla volontà di gestire sempre maggiori ambiti di competenze.

A dirla tutta, la corsa all’autonomia di alcune regioni, solo a parole, si dimostra tale perché in realtà comporta un nuovo centralismo. L’unica differenza è che alla fine le regioni assumono un ruolo di Stato centrale con i comuni che vengono schiacciati ancora una volta.

E sì, perché, nel progetto portato avanti dal Ministro Calderoli il ruolo dei comuni è alquanto limitato, laddove un vero decentramento avrebbe dovuto disciplinarne meglio il rapporto.

Tanto più che i comuni sono l’ente destinato a tradurre in pratica le determinazioni di stato centrale, regioni ed unione europea.

Incoerenze ed incongruenze queste che, come tante altre, pesano come un macigno su tutta una stagione di riforme e che rischiano di mettere una seria ipoteca sul futuro del Paese.

Del resto dallo stesso nome dato alla riforma, ovvero autonomia differenziata, è chiaro che qualche dubbio sorge: il termine autonomia indica già di per sé una gestione di competenze conferite alle regioni.

Non si comprende per quale motivo tale autonomia debba essere differenziata; o meglio, da cosa si debba differenziare.

Non si tratta di avere una visione centralista o anti leghista, né tanto meno si può essere tacciati di pregiudizi ma è un dato di fatto che la riforma ipotizzata sia stata scritta in modo superficiale.

La fretta con cui si vuole approvare il progetto stride con la delicatezza del tema , che ribadiamo avrebbe meritato ben altra gestazione, che sin dall’inizio è stata alquanto tormentata.

Ecco perché più che di una riforma allo stato stiamo assistendo al varo di un grande pasticcio.

Nulla in contrario, se il Paese chiedesse un cambio dell’assesto istituzionale nessuno sarebbe contrario, ma occorre avere una visione organica, un progetto, su come si vuole delineare l’assetto istituzionale dell’Italia.

Al contrario, pensare di attribuire quante più competenze possibile alle regioni che ne fanno richiesta garantisce solo le basi per l’ennesimo pasticcio che, a pensarci bene, pregiudicherà anche le istanze federaliste.

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