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Paghe da fame e sfruttamento, l’eterno martirio del lavoratore italiano

by Romano Franco

Avere un buon lavoro in Italia non è mai stato un diritto ma un privilegio, oggi più che mai. Sono in molti infatti a dover subire una condizione di povertà, nonostante l’impiego.

Infatti, si potrebbe quasi dire che una gran parte dei lavoratori italiani lavora non per vivere ma, bensì, per sopravvivere. I nostri contribuenti sono tra i più sfruttati dell’Unione europea.

Grazie ad un indicatore prodotto da Eurostat, infatti, si può evidenziare che nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era povero, contro una media Ue del 9,2%.

Il governo si è messo a lavoro per garantire minimi salari adeguati, per combattere la povertà lavorativa tra i lavoratori dipendenti e potenziare l’azione di vigilanza documentale basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle Amministrazioni pubbliche: sono queste alcune delle proposte emerse dal Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa”, istituito dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando.

Inoltre si aggiunge la necessità di introdurre un ‘in-work benefit’ che permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare; oltre a incentivare il rispetto delle norme da parte delle aziende e aumentare la consapevolezza di lavoratori e imprese e, infine, promuovere una revisione dell’indicatore UE di povertà lavorativa.

“Il quadro che emerge dalla Relazione evidenzia come avere un lavoro non sempre basta per evitare di cadere in povertà”, sottolinea Orlando, e proprio per questo motivo, che “una strategia di lotta alla povertà lavorativa richiede una molteplicità di strumenti per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo ben mirato”.

Inoltre, il ministro, ricorda le vittorie di Pirro del suo Dicastero e plaude alla Legge di Bilancio, con la quale si è ridotto l’uso arbitrario dei tirocini insieme all’introduzione del Fondo per la parità di retribuzione tra uomo e donna.

“Continueremo, con ancora più determinazione, sulla strada intrapresa – ha concluso il ministro – considerando che la pandemia da Covid-19 ha accentuato il fenomeno, esponendo a più alti rischi di disoccupazione chi aveva contratti atipici e riducendo il reddito disponibile di chi ha avuto accesso agli ammortizzatori sociali e alle misure emergenziali introdotte per far fronte alle conseguenze della recessione”.

Sono molteplici le mosse da poter attuare in questo caso. Utilizzare il reddito di cittadinanza per aiutare gli imprenditori in difficoltà, o incentivare un’economia basata sull’investimento e non sul consumo, garantendo prestiti a tasso minimo per gli investimenti e compensando con una tassazione alta sui consumi, sarebbe un cambio di rotta notevole. Sia per i lavoratori che per le aziende.

Altro incentivo ad assumere potrebbe essere quello di tassare di più le aziende con un fatturato netto alto che danno lavoro a poche persone.

Inoltre, bisognerebbe assolutamente aumentare il numero di percettori di reddito e assicurare un sistema redistributivo ben mirato.

Per combattere il fenomeno la Commissione ha elaborato cinque proposte. Si parte dal garantire minimi salariali adeguati. Che sono “una condizione necessaria (ma non sufficiente) per combattere la povertà lavorativa”.

In Italia si lavora a due proposte: estendere i contratti collettivi principali a tutti i lavoratori – come sostengono le parti sociali – oppure introdurre un salario minimo per legge. Come avviene in quasi tutti i Paesi del mondo civilizzati e come avviene nella maggior parte dell’Europa.

Le due opzioni sono dibattute da tempo e si scontrano con ostacoli politici e tecnici che da anni bloccano ogni avanzamento in materia.

Per questo motivo, oltre a queste due opzioni, il Gruppo di lavoro ha elaborato una terza opzione che consenta una sperimentazione di un salario minimo per legge o di griglie salariali basate sui contratti collettivi in un numero limitato di settori.

Questa terza opzione, pur apportando solo una risposta parziale e non esente da problemi e complessità, permetterebbe di dare una prima risposta in quei settori in cui la situazione è più urgente mentre prosegue il dibattito sullo strumento più adatto a livello nazionale.

Una volta fissato un minimo salariale per via contrattuale o legale, è essenziale che questo minimo venga rispettato.

In particolare, si legge nella nota, in Italia manca uno strumento per integrare i redditi dei lavoratori poveri, un in-work benefit (letteralmente trasferimento a chi lavora), che permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare.

Sulla base delle esperienze internazionali, il trasferimento dovrebbe essere definito a livello individuale per non disincentivare il lavoro del secondo percettore e crescere fino a una certa soglia di reddito per poi stabilizzarsi e poi decrescere. La discussione sulla riforma fiscale in corso rappresenta il luogo ideale per il disegno preciso di questo tipo di strumento.

È importante, inoltre, un’adeguata e tempestiva informazione sulle prospettive pensionistiche (la c.d. “busta arancione”) per mettere in risalto i rischi derivanti dal cumulo di situazioni di svantaggio. 

L’indicatore di povertà lavorativa utilizzato dall’Unione europea esclude i lavoratori con meno di sette mesi di lavoro  durante l’anno e presuppone un’equa condivisione delle risorse all’interno della famiglia.

Così facendo, l’indicatore UE esclude i lavoratori che sono probabilmente tra i più esposti al rischio di povertà e non
permette di identificare se qualcuno è in grado di avere una vita decente con i propri guadagni.

Le idee di sicuro non mancano e possono essere svariate le soluzioni, con i dovuti anticorpi del caso. Ma il punto è proprio applicarle, sono anni che la politica italiana ignora e sbeffeggia i diritti dei lavoratori e, quando propone soluzioni a riguardo, lo fa più per gli interessi delle aziende che non per tutelare i diritti dei lavoratori.

Così è avvenuto con il Job’s Act: una presa per i fondelli, che si presenta come un incentivo al lavoro, ma, che dà la possibilità alle aziende e al datore di sfruttare ulteriormente la forza lavoro sborsando poco o niente ai propri dipendenti, utilizzando la scusa del “riciclo” o del licenziamento per giusta causa.

Il lavoro dignitoso è un diritto sacrosanto e non potrà mai essere visto come un privilegio… a meno che non ti paghino stipendi sontuosi per riscaldare un banco a Montecitorio.

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