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Mario Draghi attrae investitori a “ogni costo”

by Nik Cooper

Tutti sono utili e nessuno è indispensabile. Eccezion fatta per il premier Mario Draghi, secondo la finanza e la stampa internazionale.

Proprio quando il primo ministro italiano ed ex presidente della Banca centrale europea pensava di essere sfuggito alla tirannia degli spread obbligazionari e al “ciclo del destino”, la tempesta economica globale in aumento lo ha riportato sotto i riflettori internazionali.

In qualità di leader di una delle economie più traballanti d’Europa, Draghi è visto da molti investitori come l’ultimo uomo in piedi tra l’eurozona e l’abisso.

“È stato estremamente importante perché ha creato stabilità”, ha affermato Erik Fossing Nielsen, chief economics advisor di UniCredit, la seconda banca italiana. Ma ad Unicredit amano fortemente Mario Draghi per ovvi motivi. Tra la svendita di Monte dei Paschi e l’affidamento degli stress test alla maggiore azionista di Unicredit che ha fatto fallire la banca senese, il colosso americano BlackRock, si potrebbe dire che Mario Draghi è molto benvoluto dall’istituto di credito milanese.

Ma purtroppo per il premier e per il suo tecnopopulismo vi è una preoccupazione crescente a Roma, Bruxelles e Francoforte è che l’abisso potrebbe non essere così lontano, l’ipotesi di un’imminente tragedia per quanto riguarda le finanze italiane potrebbe presto diventare una cruda verità.

Con gli investitori nervosi ossessionati dalla montagna di debito pubblico del Paese, aumentato notevolmente tra pandemia e guerra Ucraina, le prospettive economiche oscure nonostante la presenza di Draghi.

Al premier molti giornali attribuiscono il merito di aver salvato l’Euro dall’oblio un decennio fa, dichiarando che la banca centrale avrebbe fatto “Whatever it takes”, qualsiasi cosa, per preservare la moneta unica ma per il momento il sostegno della Bce ha agito come un balsamo sui mercati finanziari.

La capacità di Draghi di evitare il disastro ancora una volta è stata messa in discussione il mese scorso dopo che gli spread italiani (la differenza dei costi finanziari tra il debito di riferimento tedesco e italiano) hanno raggiunto i livelli più alti dalla primavera del 2020, quando le preoccupazioni per l’impatto economico della pandemia ha sollevato dubbi simili sulla stabilità finanziaria dell’Italia.

Ci è voluta la promessa di un massiccio programma di acquisto di obbligazioni da parte della BCE per riportare i costi finanziari dell’Italia l’ultima volta.

E le ultime scosse hanno costretto la banca centrale a preparare un intervento simile, che ha soprannominato “strumento anti-frammentazione”.

Sebbene la BCE non abbia ancora annunciato tutti i dettagli, lo scopo di questo nuovo strumento sarà quello di evitare che gli spread aumentino e si distanzino.

“Il debito italiano è sostenibile? Questa domanda ha solo una risposta: se la BCE dice che il debito italiano è sostenibile, allora è sostenibile”, ha affermato Sony Kapoor, economista che guida il Nordic Institute for Finance, Technology & Sustainability di Oslo. “Se la BCE si rifiuta di dirlo, la domanda continuerà a essere posta”.

Le opzioni a disposizione del successore di Draghi, la presidente della BCE Christine Lagarde, sono complicate dalle realtà politiche nel nord dell’eurozona, dove l’acquisto di obbligazioni della banca centrale e altre politiche di emergenza rimangono controverse. Anche così, un qualche tipo di azione sembra sempre più inevitabile.

Le misure adottate dai responsabili politici europei in risposta alla crisi dell’euro, iniziata nel 2010, hanno contribuito a prevenire lo sfratto della Grecia dall’area valutaria, ma ci sono voluti un peggioramento della crisi prima che l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel e i leader mordessero il proiettile.

Molti investitori si chiedono se l’arsenale di salvataggio dell’Europa abbia abbastanza potenza di fuoco per salvare l’Italia, la terza economia dell’UE.

Lo scenario di Armageddon, il cosiddetto doom loop, è che un allargamento incontrollato degli spread deprime il valore dell’ingente stock di titoli sovrani italiani detenuti dalle banche del Paese a tal punto da non essere più in grado di prestare, innescando un più ampia crisi di panico e bancarotta in tutto il settore finanziario e più ampia economia della zona euro che potrebbe accelerare il crollo dell’euro.

Fortunatamente, quel tipo di implosione improvvisa sembra improbabile. Con il rendimento delle sue obbligazioni di riferimento a 10 anni a circa il 3,6 per cento (circa la metà del tasso che ha dovuto affrontare durante la crisi dell’euro), l’Italia può rifinanziare il suo debito in essere – che ammonta a circa 3 trilioni di euro, o 1,5 volte la sua produzione economica annua – a ben al di sotto dell’inflazione. Inoltre, una maggiore inflazione rende il suo accumulo di debiti più sostenibile riducendo il costo per ripagarlo.

“I numeri non sono così male”, ha detto Nielsen di Unicredit, insistendo sul fatto che “il dramma è esagerato”.

Il vero rischio è quello che succede alla lunga però. Gli economisti concordano sul fatto che il vero problema dell’Italia non è tanto la sua posizione fiscale ma la sua crescita cronicamente tiepida, che ha sottoperformato le principali economie europee per decenni e con la guerra e l’imminente crisi nera lo scenario economico potrebbe essere ulteriormente esposto al peggioramento.

Nelle prossime settimane, la BCE dovrebbe iniziare ad aumentare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, una mossa necessaria, ma che scatenerà anche ulteriori aumenti generalizzati dei costi finanziari.

Questa è una notizia particolarmente negativa per il settore societario italiano, che fa molto affidamento sui finanziamenti delle banche locali.

I prestiti commerciali in Italia sono generalmente ancorati alle obbligazioni di riferimento del paese. Un ulteriore allargamento degli spread porrebbe le imprese italiane in una posizione di sostanziale svantaggio rispetto ai concorrenti tedeschi e di altri paesi dell’Europa settentrionale i cui oneri finanziari sono inferiori.

In altre parole, l’Italia rischia di trovarsi di fronte a un triplice smacco di una recessione economica globale, un credito più costoso e un enorme svantaggio competitivo.

Molti economisti hanno spinto per anni i politici ad affrontare le disparità geografiche che l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa meridionale devono affrontare.

Evitare la pressione finanziaria in Italia si riduce al mantenimento della fiducia degli investitori, oramai diventati i veri padroni d’Italia.

Sono loro che tramite questo gioco delle tre carte decidono le sorti dei governi e fino a quando Mario Draghi esegue i loro ordini alla lettera, magari calpestando i diritti dei lavoratori o ripristinando energie non rinnovabili, il suo governo può vivere un altro po’ di tempo mettendosi sempre al servizio e a disposizione dei padroni del mondo.

Alla luce dei fatti bisogna spingere i governi a intraprendere riforme strutturali, ad esempio, ritornando all’investimento comune e alla persecuzione più efficace di reati che vanno contro il benessere della società; dalla grande evasione ai furbetti che percepiscono sostegni economici senza averne diritto, bisogna fare qualsiasi cosa per ripristinare la sacralità della Cosa Pubblica. “Sicut in Italia che in Europa”.

Da quando Draghi è diventato primo ministro all’inizio dello scorso anno come capo di un “governo di unità nazionale” non ha fatto nulla di tutto ciò ed ha continuato con la sua politica che garantisce sempre più fondi e sostegni ai privati, impoverendo il settore pubblico e affossando il debito.

Sebbene ci vorranno anni prima che le riforme stesse abbiano un reale impatto economico, sono fondamentali per l’Italia per convincere gli italiani che non si sta tornando indietro, ma con le politiche applicate da Draghi e dalla Bce, altro che Whatever it takes, non sarebbe scontato vedere un’altra Big too Fail; magari più europea.

La politica ideale del premier di attrarre investimenti a “ogni costo” si abbatte sul benessere della società sempre più soggetta a disuguaglianze tra ricchi e poveri.

Distruggere i diritti dei lavoratori per attrarre nuovi investitori o rinunciare al gas per ripristinare il carbone solo perché è politicamente corretto, oltre che recare un danno all’ambiente, reca un danno economico e sociale alle famiglie italiane.

Alla luce di ciò verrebbe da chiedere al premier: egli chi rappresenta? Le famiglie italiane o i grandi investitori stranieri?!

Dato che sono proprio questi ultimi a mantenere la baracca di Mr. Whatever it takes la risposta pare evidente.   

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