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L’Italia non può navigare a vista

by Maurizio Ciotola

La grande nave Italia, in questo continuo scarroccio, sembra mantenere una rotta grazie al governo del timoniere, che qualcuno ha apostrofato gandhiano per la sua capacità di mediazione, oltre che per l’esercizio paziente del potere. Ma nei fatti l’efficienza dell’equipaggio politico, che contribuisce al governo della grande nave, è notevolmente al di sotto di qualsiasi ragionevole modello cui potremmo ispirarci.

La feroce contrapposizione su argomenti, sicuramente importanti, ma non essenziali per la vita di una società sospinta verso il disastro economico e sociale, non trova ragioni e giustificazioni plausibili, neppure sul piano di una cinica strategia politica.

Non possiamo estendere il reddito di cittadinanza e la cassa integrazione a oltre metà dei cittadini italiani, altresì il governo non può dilapidare le sue risorse di credibilità a causa del ministro della Giustizia, che vuole sigillare i processi in corso in assenza di un significativo intervento risolutivo sulla loro effettiva durata. È comprensibile che l’ambizioso ministro Bonafede voglia assicurare alla storia il suo nome con una riforma della Giustizia, ma non è chiaro perché lo stesso ministro non intenda agire potenziando le risorse a oggi indisponibili nei tribunali italiani. Risorse e strumenti che costituiscono le vere cause della durata dei processi, piuttosto che una loro mera definizione dei limiti sul Codice di procedura penale, nei fatti inapplicabili.

Ci si proietta verso riforme costituzionali senza avere meriti e capacità, per lo più in assenza di un dialogo e confronto, fino a porre in atto interventi monchi e pericolosi, cui la riduzione dei rappresentanti dei cittadini, in nome di un risparmio fittizio e minimale, amputerebbe la rappresentanza a favore di un più stretto controllo delle lobby. In un epoca di velleità dirigiste e dittatoriali, c’è addirittura chi pensa all’elezione diretta del presidente del Consiglio, su cui si vorrebbe accentrare un potere esecutivo fino a rendere inutile la rappresentanza del popolo in Parlamento.

Nel frattempo il disastro industriale, i cui tempi sono scanditi da orologi diversi rispetto alla politica del paese, sembra ampliarsi fino a rendersi, come sempre, drammatico nel Meridione.

Un movimento politico che è giunto ad avere una percentuale di consensi straordinaria, dopo due anni di governo ha disatteso quasi tutti i punti con cui ha saputo captare i consensi degli italiani. Nell’attribuire le responsabilità ad altri, inclusi i membri della maggioranza di cui è parte, non è riuscito a far ripartire l’Italia con quell’idea di rinnovamento industriale e strutturale cui tanti auspicavano. Il M5S ha sostituito le famose assunzioni nella PA, di cui tanti governi della Repubblica si sono politicamente giovati, con il reddito di cittadinanza senza però garantire prospettive per l’assenza di un progetto organico di riferimento sul piano industriale.

Non esiste una strategia di Stato, compiuta e definita, nei confronti della malavita organizzata che da trent’anni ha in pugno la politica italiana e che opera addirittura sul piano legislativo e giuridico. Per cui è stato necessario eleggere nella precedente legislatura un presidente della Repubblica integerrimo, fratello di una vittima illustre della politica per mano mafiosa e che grazie alla sua indubbia onestà riesce a tenere alta la dignità del paese.

Dovremmo ricordare a qualcuno che la corruzione è soprattutto effetto di una pressione malavitosa incontenibile, cui i tanti funzionari di Stato subiscono o verso cui si adeguano consapevolmente anche per l’evidente assenza di una concreta protezione. Falcone e Borsellino nel loro impegno quotidiano compresero che nessuno può resistere nelle sue funzioni istituzionali a tale azione devastante, totalizzante se non si agisce sull’organizzazione criminale intesa in senso ampio ed esteso. E comprensibilmente non tutti i magistrati sono disposti a seguire le orme di Falcone, Borsellino, Levatino, Costa, Scaglione, Chinnici nella qualità di alfieri via via isolati dalle istituzioni da gran parte degli stessi magistrati e dai media.

Siamo divenuti una realtà in cui il riconoscimento assegnato da un curriculare bollino “blu” costituisce il disco verde per esternazioni a effetto, prive di costrutto, che veicolate da ulteriori idiozie acquisiscono caratteri normativi, inapplicabili e irrealizzabili. La nave continua a navigare, ma il bollettino di bordo elenca il numero dei “morti” rigettati nella stiva, per i quali non si è voluto impedire tale destino a causa di un’indifferenza insopportabile quanto per le evidenti incapacità mascherate da spocchiosa arroganza.

Allo stato attuale sappiamo non esserci alternativa a questa maggioranza, in cui si annidano irresponsabili e incapaci, i primi tesi a raccogliere consensi, i secondi a recuperarli. Ma è altresì vero che l’attuale Costituzione, il presidente della Repubblica sul piano istituzionale e personale, la Consulta, unitamente a gran parte degli organi istituzionali, costituiscono gli argini sicuri affinché, nell’ipotesi di nuove elezioni politiche, la Repubblica parlamentare italiana non scivoli verso una dittatura reazionaria e fascista.

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