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L’anticomunismo di Silone

by Rosario Sorace

Ignazio Silone è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Eppure l’autore di libri come Fontamara è stato molto amato all’estero da scrittori quali Camus, Boll e Mann mentre un critico come Carlo Salinari sull’Unità lo definì “rinnegato” e un “fallito”.

Vi era un’ostilità assoluta dagli ambienti culturali vicini al Pci per quello che è stato “un cristiano senza chiesa e un socialista senza partito” più interessato a descrivere la vicenda dell’uomo dentro la realtà che viveva. Una forte avversione almeno sino al 1965 poiché Silone era stato uno dei fondatori del Pci a Livorno nel 1921 e poi anche dirigente.

Ma lui ebbe la lungimiranza di rendersi conto già nel 1927, quando visitò Mosca con Togliatti, della ferocia del regime sovietico fondato sulla repressione e sulla violenza. Da quel momento in poi sarà perseguitato e calunniato dai comunisti con accuse tremende e infamanti. Pur essendo un antifascista, un esule e un padre della costituente, anche dopo la morte nel 1978 venne accusato di essere una spia dell’Ovra.

Scrisse numerosi romanzi più o meno famosi e spiegò il suo tormentato rapporto con la realtà che viveva. Dipinse con le parole il mondo degli esclusi che non sono arroganti ma che operano e parlano sempre poco. Fece un ritratto vero e autentico di gente dolente, forte, gioiosa e ironica in cui non mancava la speranza, anche se con punte di disincanto, di un futuro e di un’umanità migliore.

Ai comunisti non piaceva perché non suonava “i pifferi della rivoluzione”, secondo il credo di Alicata e del Migliore (Palmiro Togliatti), ma raccontava il mondo dei “cafoni” oppressi e indomiti e sognava una chiesa senza ricchezze e potere. Nei suoi libri si raccontano le passioni d’amore assolute ma anche impossibili. Vi era in lui un fuoco sacro nelle ricerca della verità e l’odio verso il sopruso e l’ingiustizia in modo da non accettare compromessi. Tutto ciò non bastò per evitargli il discredito della cultura comunista e l’esclusione anche da premi importanti quale il Viareggio. Stessa sorte toccò anche a Elio Vittorini poiché erano tempi duri per gli scrittori liberi e gli intellettuali non organici alla direttive del Partito comunista che egemonizzava la vita culturale italiana.

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