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Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee

by Nicola Comparato

A Milwaukee, nello Stato del Wisconsin, l’arresto di Jeffrey Lionel Dahmer interrompe una lunga scia di sangue. Nato il 21 maggio 1960 a West Allis e morto il 28 novembre 1994 a Portage, Dahmer è l’autore, dal 1978 al 1991, di 17 efferati omicidi accertati contro persone omosessuali.
La prima vittima fu l’autostoppista Steve Hicks, che dopo un rapporto sessuale con Dahmer fu smembrato, nascosto in sacchi di plastica e seppelito dietro la casa dei genitori dell’assassino. Dopo questo omicidio Dahmer si trasferisce in Germania prestando servizio in una base dell’esercito americano. In questo periodo scompaiono 2 persone, ma i sospetti non ricadono su di lui, che in breve tempo fa ritorno a casa di sua nonna, a West Allis, congedato per motivi legati all’alcolismo. Qui cominciano i suoi primi guai con la giustizia per atti osceni in luogo pubblico.
Nel 1987 è il turno di Steven Tuomi, conosciuto in un locale gay e trucidato in una camera d’albergo con abominevoli atti di necrofilia, successivamente nascosto in una valigia e gettato nella spazzatura. Seguiranno altri due omicidi: quello del quattordicenne nativo americano Jamie Doxtator e del messicano Richard Guerrero all’incirca con le stesse modalità dell’assassinio precedente.
Dahmer nel frattempo si trasferisce vicino a una fabbrica di cioccolato dove trova lavoro. Un giorno, con la scusa di offrire soldi a un ragazzo di 13 anni per un servizio fotografico, qualcosa va storto. Il giovane, attirato dentro casa, riesce a fuggire e a denunciare Dahmer, che viene rinchiuso per 10 mesi in un ospedale psichiatrico. Ma scontata la pena torna a uccidere immediatamente. La sua nuova vittima è Anthony Sears. Il giovane verrà drogato, ucciso e il suo cadavere stuprato.

Jeffrey Dahmer foto segnaletiche

Dahmer nel 1991 si trasferisce in un appartamento a Milwaukee e qui commette altri 10 omicidi. Nello stesso anno viene catturato dopo che una delle designate vittime, Tracy Edwards, insospettito dall’odore proveniente da un barile dentro casa e da alcune foto di cadaveri dentro l’appartamento, riesce a fuggire e ad avvisare la polizia. Gli agenti durante i controlli nella sua abitazione si trovano davanti a uno spettacolo raccapricciante. Peni conservati in formaldeide, pezzi di cadaveri nel frigorifero, mani tagliate, fotografie di ragazzi morti.
Venne accertato che nella maggior parte degli omicidi le vittime erano giovani ragazzi di colore, ispanici e asiatici, forse perché più facili da attirare nella trappola a quei tempi, tutti omosessuali conosciuti in locali gay. I giovani venivano narcotizzati e strangolati, una volta morti stuprati e in seguito fatti a pezzi.
Dahmer aveva l’abitudine di far bollire i crani per staccarne totalmente la pelle e successivamente dipingere i teschi per conservarli come trofei. L’autopsia sui corpi rivelò che in molti casi ci furono tentativi di lobotomia, praticando piccoli fori nel cranio nel quale venivano iniettati acido muriatico o acqua bollente.

Dahmer fu condannato a 957 anni di prigione da scontare nel Columbia Correctional Institute di Portage, ma trovò la morte in carcere per mano di Christopher Scarver, un detenuto schizofrenico, che dopo aver trafugato un manubrio in palestra uccise Dahmer con l’asta dell’oggetto. Il cervello di Dahmer è ora conservato ed è oggetto di studi scientifici.

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