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“Io vi dichiaro Matteo e Matteo”

by Romano Franco

Sembra oramai essere vicina la data del “coming out” dei due Matteo, destinati da tempo a diventare una vera e propria “coppia di fatto”, sia per le politiche che per gli ideali insiti nei cuori dei due.

Sono entrambi onnipresenti sui social, proteggono gli interessi di Confindustria e quando il cardinale Parolin chiama, per modificare la legge Zan, loro corrono.

Dopo la chiamata del segretario di Stato del Papa, infatti, Salvini e Renzi, si son messi subito sugli attenti affinché, a detta del cardinale, si migliori un provvedimento che alla Chiesa cattolica proprio non piace.

Sono moltissime le cose che accomunano i due Matteo, dall’amore smisurato nei confronti di Confindustria, ai contratti di lavoro precari; per non parlare delle continue ritrattazioni delle proprie dichiarazioni, sempre all’ordine del giorno.

Ma il test più grande che si avvicina per i due è l’elezione del capo dello Stato. Infatti, per molti, il passaggio del ddl Zan per Matteo e Matteo può essere considerato una specie di prova generale verso il grande volo.

Ma il matrimonio tra i due pare sia iniziato in un’unione di pura convenienza. Il lesto Renzi, infatti, sempre più distaccato dalla “pseudo” sinistra, si tiene sempre pronto con il piede in più staffe possibili; motivo per cui il capo di Italia Viva casca sempre in piedi.

La commediola di essere sempre vicino ai temi sociali è quasi giunta al termine per il senatore di Rignano. Infatti, nessuna dichiarazione è pervenuta da Renzi sulla vicenda Gkn, lui che, con quel simbolo “pacchiano” del P.S.I. in sovraimpressione, sta gettando nel fango un partito che da sempre è stato vicino ai lavoratori, tanto da elaborare grandi leggi e statuti; in molti criticano appunto all’ex premier il fatto che non sia riuscito a fare un solo commento sul licenziamento di massa avvenuto nei confronti dei 422 operai dello stabilimento della multinazionale inglese in Toscana, regione dei suoi natali per la cronaca.

Leggero invece ci è andato l’altro Matteo dicendo: “Ne ho parlato con il ministro dello Sviluppo Economico”, il leghista Giancarlo Giorgetti, “che ha 100 tavoli di crisi aziendali aperti sulla scrivania, però ce la mettiamo tutta. Siamo a luglio, dopo il Covid, dopo mesi di paura e di morte, il rispetto viene prima di tutto. Ne parlavo con i nostri consiglieri regionali, non si può entrare nelle case degli operai con una mail”. Della serie: cattivoni! Ma vi perdoniamo! A.A.A. Cercasi anche la Meloni che tanto si dice legata ai temi sociali.

Ma torniamo ai due Matteo e al loro smisurato amore che cresce. Sono vivi nel sfaldare quel che resta dell’alleanza tra Pd e M5S. Uno in cerca di sostegno sulla tanto discussa riforma sulla giustizia, il secondo, in attesa di una mano per quanto riguarda il reddito di cittadinanza.

Ma il trait d’union che lega i due Mattei è ai domiciliari e si chiama Denis Verdini, che di Renzi è amico intimo, e del secondo è il tanto amato suocero. Pare sia proprio lui a volere da tempo questo connubio di convenienza tra i due Mattei. Ma le circostanze hanno rallentato l’operazione, prima quando Renzi votò al Senato l’autorizzazione a procedere contro Salvini che non voleva più «nemmeno sentirlo nominare»: d’altronde era stato già fregato quando puntava alle elezioni con la crisi del Conte 1 e l’altro aveva agevolato la nascita del Conte 2.

Ma il loro rapporto si è intensificato per scongiurare il tanto disprezzato Conte 3. Infatti, proprio il capitolo Draghi è stato l’inizio di questa liaison che prima o poi doveva sbocciare. Durante la crisi di Governo, è stato proprio Renzi a raccontare a Salvini delle sue gite fuori porta nella Citta della Pieve, dove andava a trovare Draghi con l’auto della moglie, dopo aver congedato la scorta che lo lasciava a Firenze. Più che un’operazione politica sembrava una relazione extraconiugale. «Arriva lui, dammi retta», gli diceva Renzi. E fu così, con la conferma data da Giorgetti, che i due Mattei hanno incrociato le loro strade.

Strade destinate a rimanere unite fino all’elezione del futuro Capo dello Stato, che per i renziani si fa sempre più largo il nome di Pierferdinando Casini.

Ma un monito è dovuto nei confronti del Matteo più di destra, Salvini per intenderci, stia attento alle “Idi di marzo”. Il Matteo di Rignano, infatti, è conosciuto per essere una specie di “Bocca di Rosa” della politica, visti i continui tira e molla avvenuti nel tempo, e tutti i suoi alleati sono finiti con un coltello piantato nella schiena; quindi, nonostante lo stesso nome e lo smisurato amore che li unisce oggi, non vi è certezza che non possa rifilare al suo omonimo il benservito.

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