Home Attualità Inviati di guerra condannano la Stampa italiana: “L’opinione pubblica è spinta verso il riarmo”

Inviati di guerra condannano la Stampa italiana: “L’opinione pubblica è spinta verso il riarmo”

by Romano Franco

La verità in guerra rimane sempre la prima vittima, diceva qualcuno. Infatti non serviva una conferma al fatto che la stampa italiana fosse in gran parte divenuta una tifoseria di falchi a favore della vittoria di Kiev a qualsiasi costo, fino all’ultimo ucraino per intenderci, ne avevamo la prova già da tempo.

I dati manipolati dei giornali italiani con cui ogni giorno continuano a bombardarci, a formarci e informarci non stanno raccontando una realtà solo inesatta del conflitto stanno facendo anche una guerra di propaganda affinché la logica venga oscurata dalle immagini e dai video che stimolano odio e frustrazione contro la Russia e i russi.

Certo, la Russia ha enormi responsabilità all’interno del conflitto ma credere che Putin sia l’unico cattivo subdolo e calcolatore è roba da ingenui e terrapiattisti.

Come l’ambita boutade che ci racconta dall’inizio del conflitto la Nato che parla di una pace che può passare solo attraverso le armi.

Come se armare l’Ucraina avesse impedito ai russi di provocare più morti tra i civili, di distruggere meno città o di conquistare meno territorio di quanto veniva chiesto dall’inizio del conflitto.

A notare questa forte condizione di Stampa illiberale, mainstream e radicale sono proprio i giornalisti stessi. Diversi esperti infatti lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione poco veritiera o iper-semplicistica del conflitto.

“Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”, dice l’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi.

“Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”, evidenzia Toni Capuozzo (ex TG5), che aggiunge, “sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”.

“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”, viene scritto sull’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore).

Sono molti i giornalisti che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione bugiarda sulla guerra e a parlare, oggi, sono proprio le persone che la guerra l’hanno vista e raccontata per anni in prima persona.

“Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò.

“Proprio per questo – sottolineano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi”, notano i firmatari.

“Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.

“L’opinione pubblica è spinta verso la corsa al riarmo”, dicono i giornalisti.

“Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin”. Mentre, sottolineano invece i giornali, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”.

Gli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.

“Non si tratta più di informazione, è propaganda”, dice Alberizzi.

“Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, racconta Massimo Alberizzi, ex corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile”.

La narrazione del conflitto ucraino si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.

Oramai si insegue lo scoop e non più la notizia e “fare spettacolo interessa di più che informare”, dice Alberto Negri, “questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari”.

“Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”.

Anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, non usa mezzi termini. L’ex vicedirettore e inviato di guerra del Tg5 ha visto la guerra in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta. I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita.

“Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.

“In guerra i dubbi sono preziosi – sottolinea Capuozzo – sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”.

“È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”.

La tendenza diventa pericolosa e a farne le spese è il dibattito politico. “La mia sensazione – conclude Capuozzo – è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

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